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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
Lunedì 08 novembre 2021

Il cinema per il clima


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Ai problemi economici derivanti da secoli di politiche coloniali predatorie e di saccheggio, si sommano, da qualche anno, quelli derivanti dal cambiamento climatico

Ha avuto luogo a Torino presso il cinema Massimo, il 24° Festival CinemAmbiente, il Festival è stato organizzato dall’Associazione CinemAmbiente in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema. Il Festival CinemAmbiente è membro fondatore del Green Film Network, associazione che riunisce le più importanti rassegne cinematografiche internazionali a tema ambientale.

La rassegna ha proposto la visione di oltre 80 titoli aventi come filo conduttore l’ambiente nelle sue molteplici declinazioni. Il premio per il miglior documentario della sezione internazionale è stato assegnato a “Marcher sur l’eau” di Aïssa Maïga.

La pellicola realizzata in collaborazione tra Belgio e Francia, è stata votata dalla giuria composta da Roberto Danovaro – biologo marino, presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, Maciej Nowick - direttore di Watch Docs Human Rights in Film International Film Festival, Polonia, Elèna Past - studiosa di ecocinema, Associate Professor di Italiano alla Wayne State University di Detroit, Michigan, Juliano Ribeiro Salgado - regista, Daniele Segre – regista.

La pellicola
L’acqua nel film si trova sotto i piedi dei protagonisti e rappresenta la speranza di sopravvivere alle avversità climatiche che in Africa, come in altri luoghi del nostro pianeta, stanno provocando conseguenze disastrose. Siamo a nord del Niger, nella regione di Azawak, in passato una regione prospera ma ormai diventata arida. In questa area colpita dal riscaldamento climatico si trova il villaggio di Tatiste che si batte e lotta per avere accesso all’acqua. Ogni giorno Houlaye, una giovane ragazza di 14 anni, come altre coetanee, marcia dei chilometri per approvvigionarsi d’acqua, essenziale per la vita del villaggio. Al termine dei cinque viaggi quotidiani, la macchina da presa segue la giovane Houlaye ed i suoi parenti nel divenire del quotidiano, un’esperienza aspra, funestata dalla siccità.

immagine dal film Marcher sur l’eau

Le ore di marcia per trovare l’acqua, l’attesa di una perforazione che permetta al villaggio di attingere acqua direttamente, la rinuncia alla scuola per emanciparsi, sono tutte immagini che mostrano allo spettatore la durezza di una realtà quotidiana. “Marcher su l’eau” - marciare sull’acqua pone lo sguardo sul fenomeno del riscaldamento climatico, la siccità ed il conseguente spostamento delle popolazioni obbligate dal tentativo di migliorare la loro sorte e la loro sopravvivenza.

“Ho voluto raccontare la storia di una famiglia dove la vita procedeva regolarmente e tutto andava bene fino a quando le cose hanno iniziato a volgere in peggio a causa del riscaldamento climatico e della conseguente mancanza d’acqua” – ha affermato la regista Aïssa Maïga. Il film evoca anche il ruolo a cui sono obbligate le donne presso l’etnia dei Peuls Wodaabe che si assentano per dei mesi dai loro villaggi e dalle loro famiglie per lavorare all’estero per poter poi rientrare con i guadagni.

Gli aspetti negativi della sopraggiunta siccità di sommano alle loro già precarie esistenze. In questa etnia le donne giocano un ruolo economico molto importante, e la regista ha voluto mostrare delle donne attive, indipendenti che sono costrette ad emigrare e come tale scelta sia stata accelerata da un riscaldamento climatico capace di influenzare ed inasprire la questione migratoria.

Nei dialoghi la pellicola fa riferimento ad un passato recente in cui la regione di Azawak era oggetto di piogge e precipitazioni regolari per diversi mesi contro i soli tre mesi di oggi. Un tempo gli stagni ed i pozzi erano riempiti per la maggior parte dell’anno, le famiglie restavano unite e non avevano la necessità di separarsi per dei mesi. I Peuls Wodaabe erano considerati un’etnia ricca e disponevano di mandrie importanti. Gli abitanti della regione non si trovavano in uno stato di bisogno, oggi invece almeno due generazioni sono afflitte dai problemi mostrati dal film vincitore.
L’alternativa esiste, è a portata di mano, l’area nasconde nel suo sottosuolo un lago acquifero di più di mille chilometri quadrati. Sarebbero dunque sufficienti delle perforazioni per far sgorgare l’acqua e convogliarla al centro del villaggio per offrire a tutti una vita migliore.

Le ragioni del premio
L’opera è stata premiata con la seguente motivazione:
“Nel raccontare una storia molto forte di persone che in Niger soffrono ogni giorno non solo la carenza d’acqua, ma anche, letteralmente, la sete, il film affronta un problema che riguarda tutti noi e le nostre responsabilità verso il Pianeta.
Un esempio di cinema della realtà che focalizza il suo messaggio sulle conseguenze più gravi dei cambiamenti climatici in aree del mondo diverse dalle nostre, inducendo nello spettatore un senso di urgenza ad agire.
La bellissima fotografia del deserto, la narrazione sviluppata nel linguaggio del luogo, l’immedesimazione nella vita dei protagonisti e nella quotidianità di un villaggio vista dagli occhi di una quattordicenne e scandita dal cambio delle stagioni testimoniano il lungo tempo trascorso dalla regista all’interno della comunità: sono immagini che coinvolgono profondamente lo spettatore e lo mettono a confronto diretto con il tema della giustizia climatica”.

Testo di Sergio Lavacchini


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