Per la rubrica Dialoghi con l’autore e l’autrice, proponiamo l’intervista a Edoardo Borgomeo, autore del libro Oro blu. Storie di acqua e cambiamento climatico.
Edoardo Borgomeo è nato a Roma nel 1989. Laureato in ingegneria ambientale, ha conseguito un dottorato in idrologia (PhD) presso l’Università di Oxford. È professore associato di gestione delle risorse idriche presso l’Università di Cambridge e senior freshwater specialist presso la global environment facility, il più grande fondo multilaterale per l’ambiente. Ha lavorato per la Banca Mondiale e collaborato anche con l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e l’International Water Management Institute in Sri Lanka.
Nel 2020 ha pubblicato un libro divulgativo sull’acqua: Oro Blu. Storie di acqua e cambiamento climatico. Il testo propone una riflessione profonda sul passaggio dall’idrofobia all’idrofilia, invitando a considerare l’acqua non come un elemento da contrastare, imbrigliare o semplicemente consumare ma come fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e portatrice di diritti, giustizia e democrazia.
Attraverso nove storie, che ci portano in Bangladesh, Brasile, Iraq e Italia e molti altri luoghi del mondo, Edoardo Borgomeo esplora la dualità dell’acqua vista spesso come forza distruttrice anziché risorsa vitale da proteggere e valorizzare anche nella lotta agli effetti del cambiamento climatico che richiede un nuovo paradigma mentale basato sull’idrofilia, che si configura come un atto di responsabilità collettiva.
Iniziamo il nostro dialogo con Edoardo Borgomeo partendo da una riflessione sulle città che, per lo più, hanno un volto idrofobo mentre sarebbe necessario renderle idrofile. Come è possibile riprogettare le città per imparare a convivere con l’acqua?
Le città sono una frontiera per l’adattamento climatico che passa sia per l’adattamento ai rischi di inondazione e siccità che a quelli collegati al calore. Dobbiamo ripensare le città nel mondo del clima che cambia, dove l’imperativo sarà raffreddare le nostre città e renderle un più resilienti alle piogge eccessive o alla mancanza d’acqua. Non è semplice, le nostre città, soprattutto in Europa e in Italia, sono state progettate in epoche lontane, quando questi rischi erano forse di minore entità e c’era meno densità abitativa.
La città moderna è progettata per consumare l’acqua e poi spingerla il più lontano possibile e più rapidamente possibile. Questo non aiuta a ripensare le città, a risolvere i problemi di siccità, di calore e di inondazione.
L’acqua deve essere trattenuta in loco per ricaricare lo stoccaggio in falda e ridurre i rischi di inondazione. Inoltre, la presenza dell’acqua viene in soccorso anche alla vegetazione che, a sua volta, mitiga le ondate di calore. Le soluzioni esistono, il know how c’è, come vediamo nel caso dell’Olanda dove esiste una pianificazione urbana tesa a dare spazio all’acqua. Pur sapendo cosa fare a livello tecnico, a livello progettuale, di implementazione, è molto più difficile. Infatti, lavorare sulle infrastrutture urbane è molto complesso perché ovviamente bloccare le strade, i trasporti, genera dissenso all’interno della società. Un esempio è quanto accaduto a Londra quando hanno costruito un grandissimo tunnel sotto al Tamigi che trasporta le acque sporche e poi le pompa in un depuratore vicino al mare. La realizzazione di questa infrastruttura sotterranea ha richiesto perforazioni per lavorare con i macchinari e ha generato molti disagi per i cittadini. A Chelsea, un quartiere ricco di Londra, gli abitanti, bilionari di vari paesi, gente famosa andava a protestare giornalmente perché i grandi macchinari utilizzati creava grande disturbo.
A Roma, sono stati realizzati molti interventi, ma mancano ancora opere strutturali volte ad aumentare la resilienza della città agli shock climatici come bolle di calore o bombe d’acqua. Questo dimostra che cambiare il tessuto urbano non è affatto semplice.
La seconda domanda ruota intorno all’aspetto sociale e politico dell’acqua che è anche strumento di democrazia. Nel libro vengono proposti diversi esempi. Qui il tema è quello dell’acqua come strumento di potere ma anche veicolo di emancipazione per la popolazione come emerge dalle storie che racconti in Oro blu. Cosa significa dire che l’acqua ha una dimensione sociale e politica?
Qui entriamo in una dimensione concettuale. Da una parte, abbiamo una visione stretta della politica dell’acqua, in cui si parla dei gestori del servizio idrico e dell’acqua pubblica, ma la politica dell’acqua è qualcosa di molto più ampio. L’esempio di Danilo Dolci in Sicilia ci fa comprendere come la risorsa idrica, prima sottoposta a una dinamica mafiosa, attraverso un processo maieutico in cui tutti gli agricoltori si mettono insieme diviene strumento di partecipazione e democrazia. Questo fa crescere la comunità che acquista consapevolezza anche su altri temi. L’acqua, quindi, diventa strumento per chiederci come vogliamo che sia il paesaggio dell’Italia del ventunesimo secolo, come vogliamo che siano le nostre città del ventunesimo secolo. Tutto questo va al di là dell’acqua pubblica e tocca i temi politici più profondi. L’acqua aiuta a introdurre discussioni più ampie sul futuro dei beni comuni che ci circondano ampliando la prospettiva per far vedere come l’acqua possa essere uno strumento per parlare di paesaggio, distribuzione di risorse scarse o del volto delle nostre città.
Dobbiamo poi tenere conto di un altro aspetto importante; nella nostra società il valore è uguale al prezzo ma noi sappiamo che nella vita le cose che non hanno valore sono quelle che più hanno importanza. L’acqua è una di queste. Il valore dell’acqua non corrisponderà mai al prezzo dell’acqua. Il prezzo dell’acqua che paghiamo in bolletta è il costo di produzione dell’acqua, cioè il costo di pompaggio, purificazione, trattamento, monitoraggio e altro ancora. Questo prezzo va pagato perché garantisce la qualità del servizio. Purtroppo, nella nostra società tutto quello per cui il prezzo non è uguale al valore diviene oggetto di inquinamento, spreco e mancata non valorizzazione.
In economia si parla del paradosso del valore introdotto da Adam Smith. I diamanti hanno un valore zero, cioè non servono a niente, però il prezzo dei diamanti è alto e c’è un mercato. L’acqua, al contrario, ha un valore di uso immenso, perché senza acqua moriamo ma un valore di scambio nullo, perché non c’è un mercato dell’acqua. Il prezzo dell’acqua di solito è basso e molto spesso neanche riflette il costo di produzione, monitoraggio, trattamento. La differenza fra valore e prezzo sta all’origine di molti problemi dell’acqua.
Procediamo nel nostro dialogo, proseguendo con il paradosso del valore, che ci porta a preferire l’acqua in bottiglia, magari di plastica, rispetto all’acqua del rubinetto. Come sottolinei nel libro, noi italiani siamo dei grandi consumatori di acqua imbottigliata. Non pensiamo abbastanza al fatto che per fare una bottiglia di plastica ci vuole una quantità di acqua incredibile al contrario la bottiglietta viene percepita come un oggetto usa e getta, con una vita brevissima. Questa bottiglia di plastica nella migliore delle ipotesi entra in un percorso di riciclo che comunque non può essere infinito, nella peggiore finisce nel suolo o addirittura nelle acque dei fiumi e poi dei mari. Come possiamo contrastare l’abitudine di bere acqua in bottiglia, spesso di plastica?
Il proibizionismo non funziona ma torniamo sul tema della differenza fra prezzo e valore. Il prezzo dell’acqua in bottiglia dovrebbe riflettere molto di più i costi necessari a produrre e smaltire il contenitore, il costo ambientale della produzione dell’acqua in bottiglia (emissioni, consumo di acqua, energia e costo del riciclo) è molto elevato e non è internalizzato nel prezzo dell’acqua. Quindi se vogliamo vendere acqua in bottiglia dovremmo considerare un prezzo reale in grado di riflettere il reale costo di produzione e smaltimento.
Dopo l’acqua pulita e potabile vorrei spostare la tua attenzione sull’”acqua sporca”, che, come sottolinei nel tuo libro “Oro blu”, provoca disgusto accentuando la nostra idrofobia.
Il sistema di gestione delle acque reflue è fondamentale per la nostra salute ma anch’esso non abbastanza valorizzato. Quasi mai pensiamo che sotto i nostri piedi c’è una rete capillare che allontana le acque sporche destinandole alla depurazione e talvolta al riciclo. Vorrei chiedere quanto può essere importante l’uso delle acque reflue in un futuro caratterizzato anche da una crescente pressione idrica?
L’acqua di fogna o comunque le acque sporche sono le acque meno note, meno discusse, ma sono di fondamentale importanza sia per la salute degli ecosistemi che per la salute pubblica. Insomma, sono una vera risorsa. È importante notare che a livello europeo e italiano il riutilizzo delle acque reflue sta diventando una priorità, l’Europa e i paesi membri si stanno quindi muovendo nella direzione adeguata. Ci sono già varie esperienze anche in Italia sul riutilizzo dell’acqua a scopo irriguo; quindi, l’acqua di fogna viene depurata e poi riutilizzata a scopo irriguo. Questi sono segnali che fanno vedere come finalmente si stia valorizzando l’acqua di fogna.
Stiamo quindi superando la brutta abitudine di immettere l’acqua di scarico direttamente nel fiume o nel mare senza trattamento e stiamo facendo un passo avanti anche rispetto al trattamento minimo prima dello scarico in acque superficiali o nel mare.
Ci sono quindi sviluppi positivi, infatti, promuoviamo il riutilizzo dell’economia circolare dell’acqua e riutilizziamo anche i fanghi di depurazione. Resta il fatto che a livello di comportamenti dobbiamo migliorare. Nel libro si fa l’esempio dello scarico di vari oli o salviettine e materiali simili che aggravano la gestione delle fogne, creando i fatberg come nel caso di Londra.
Per quanto riguarda l’Italia ci sarà un problema di investimento nella flotta di depuratori, visto che alcuni depuratori sul nostro territorio sono vecchiotti. Bisognerà prevedere investimenti per modernizzarli e renderli adatti al riutilizzo, perché il trattamento richiesto per il riutilizzo è più complesso di quello “classico” previsto per la sola depurazione. Nei paesi in via di sviluppo, invece, ci sarà un problema di espansione della capacità di depurazione che al momento è assente. E dove questa capacità è assente esistono problemi di salute pubblica: colera e altre malattie trasmesse da acque sporche oltre a problemi di salute ambientale: fiumi morti o comunque un inquinamento disastroso e irreversibile in alcuni fiumi.
L’ingegneria civile sanitaria, quindi, l’ingegneria che ha lavorato per installare fognature e depuratori nelle nostre città, ha fatto passi da gigante a partire dall’inizio del ventunesimo secolo. Queste innovazioni vengono considerate fra le più importanti per la salute pubblica, al pari dei vaccini, perché l’acqua trasporta molte malattie e questo rischio viene ridotto in maniera importante con le fognature e i depuratori.
In questo nostro dialogo, è emerso con chiarezza che c’è un po’ di disinteresse, scarsa conoscenza e incapacità di dare valore all’acqua che è la nostra vita, noi stessi siamo fatti per buona parte di acqua. Come si può sensibilizzare la maggior parte di persone ad adottare un atteggiamento più amico dell’acqua, più idrofilo?
Esistono vari strumenti che possono essere adoperati in contemporanea, comunque in maniera complementare. Partiamo dagli strumenti più razionali come l’informazione, ovvero fornire più informazioni dettagliate ai consumatori su quanto consumiamo, su quanto inquiniamo anche attraverso applicazioni (APP) sul telefono che aiutano a quantificare, collegandosi direttamente alla casa, come succede per l’energia, per capire come, quanto e quando consumiamo. Bisogna poi legare queste informazioni al prezzo; quindi, creare la correlazione fra prezzo dell’acqua e il minore utilizzo.Oltre a questo, è necessario puntare all’educazione civica partendo dalle scuole dove bisogna trattare questi temi.
In sostanza educazione, eventi culturali, comunicazione e informazione possono aumentare la consapevolezza e influire sulle scelte di consumo.
Vorrei farti un’ultima domanda che riguarda la possibilità di riconoscere personalità giuridica alla natura, ad esempio ai fiumi come accade in Nuova Zelanda. Si tratta di un aspetto importante che affronti nel tuo libro “Oro blu” e che in Occidente è una questione meno indagata e conosciuta rispetto ad altre parti del mondo. In Italia solo da pochi anni abbiamo riconosciuto l’ambiente nella Costituzione, riconoscendolo come un bene da tutelare anche nel rispetto delle future generazioni.
Una delle frontiere, nel futuro, potrebbe essere quella di riconoscere gli elementi naturali come soggetti di diritto al pari delle persone? In questo modo potremmo scardinare la nostra visione antropocentrica che vuole l’essere umano al centro. Cosa pensi a questo proposito?
Il ragionamento sulla natura giuridica, i Rights of Nature, quindi i diritti della natura deve essere adattato al contesto storico culturale di ogni luogo; quindi, ovviamente in Nuova Zelanda questi diritti hanno molto senso, perché lì ci sono i Maori che reputano che i fiumi siano dei parenti e lo stesso vale per l’Ecuador e altre regioni del mondo dove le visioni non antropocentriche della realtà sono prevalenti.
Per quanto riguarda l’Europa e l’Italia, forse, non è il canale giusto. Si può però fare riferimento alle nostre radici cristiane e riprendere l’esempio di San Francesco o comunque rifarsi alla Laudato sì, anche senza essere religiosi. San Francesco come la Laudato sì indicano la necessità di praticare maggiore rispetto verso la natura e proteggere il creato. Questa maggiore consapevolezza può nascere non solo dalla nostra tradizione culturale di matrice cristiana ma può essere stimolata dal cinema come da ogni altra forma di arte.
