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La città del futuro si progetta con il clima

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Giuseppe De Luca, ordinario di urbanistica all’Università di Firenze e componente esperto nel Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, indica una nuova prospettiva per le città toscane: progettare insieme suolo, ombra, acqua, vegetazione e spazio pubblico per affrontare gli effetti del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico sta trasformando le condizioni di vivibilità delle nostre città e impone di ripensare il modo in cui progettiamo e governiamo gli spazi urbani. Ne parliamo con Giuseppe De Luca, che pone fin dall’inizio una questione di metodo, quale chiave di lettura dell’intervista: “L’adattamento climatico non può essere letto come un semplice catalogo di soluzioni tecniche o, peggio ancora, specialistiche, come purtroppo sta avvenendo. La città non può essere frammentata tra il forestale, il biologo, il tecnologo e altre competenze settoriali. La città è un tutt’uno e ha bisogno di un governo unitario, fondato, da almeno duecento anni, sugli strumenti ordinari di governo del territorio. Da questa premessa discende una tesi precisa: la città si adatta al cambiamento climatico modificando il modo in cui progettiamo, regoliamo e governiamo lo spazio urbano. Alberi, pavimentazioni drenanti, materiali innovativi e altre soluzioni possono essere strumenti importanti, ma acquistano senso all’interno di una visione complessiva. È una questione urbanistica, dunque, prima ancora che tecnologica o affidata a piani specialistici e settoriali”.

Alla luce di questa premessa, che cosa dovrebbe cambiare concretamente nel modo di progettare le città toscane? Quali priorità e quali criteri devono guidare la trasformazione delle città toscane?

Credo che dobbiamo partire da un cambiamento di prospettiva. Per molto tempo abbiamo progettato le città cercando soprattutto di organizzare funzioni, mobilità, edificabilità e infrastrutture. Oggi dobbiamo imparare a progettare anche il microclima urbano. Temperatura, ombra, ventilazione, permeabilità del suolo, presenza dell’acqua e vegetazione devono diventare materiali ordinari del progetto urbanistico, non elementi aggiunti successivamente. Se dovessi indicare tre priorità per intervenire sui quartieri esistenti direi: suolo, ombra e continuità ecologica. La prima è restituire al suolo urbano, ovunque sia possibile, capacità di respirare, assorbire e trattenere l’acqua. La seconda è costruire una vera infrastruttura dell’ombra: alberature, porticati, pergole, dispositivi climatici devono accompagnare soprattutto i percorsi pedonali, le fermate del trasporto pubblico, le scuole, le piazze e i luoghi frequentati dalle persone più fragili. La terza è superare l’idea del verde come somma di episodi isolati. Un giardino, cento alberi o una piazza verde sono certamente utili, ma diventano molto più efficaci quando fanno parte di una rete ecologica urbana continua.

Questo per l’esistente. Per le nuove espansioni poi aggiungerei una considerazione forse ancora più radicale: dobbiamo innanzitutto domandarci se sia davvero necessario consumare nuovo suolo. Nelle città toscane la priorità dovrebbe essere trasformare la città esistente prima di consumare ancora.

Quando una nuova urbanizzazione risulti realmente necessaria, il suo disegno dovrebbe partire dalla struttura ecologica e climatica e non dalla disposizione dei volumi edificabili. Prima si progettano acqua, suolo, vegetazione, corridoi ecologici, ventilazione, mobilità pedonale e trasporto pubblico, poi, dentro questa struttura, si collocano gli edifici. Significa, in qualche modo, rovesciare la sequenza tradizionale della progettazione urbanistica, che deve essere governate. Su questo, insieme all’architetto Simona Ciubini e al mio gruppo di ricerca, stiamo lavorando con diversi comuni della Toscana.

città come infrastruttura climatica
La città come infrastruttura climatica nella visione di Giuseppe De Luca (elaborazione grafica dell’autore)

Qual è la principale indicazione che il progetto MIRIFICUS consegna oggi all’urbanistica?

I risultati di MIRIFICUS sono molto interessanti, proprio perché dimostrano quantitativamente qualcosa che l’urbanistica deve ormai assumere come strutturale: la forma fisica della città produce effetti climatici. Se mi chiedete quale sia la leva più potente fra verde, materiali, permeabilità e geometria urbana, risponderei però: la loro combinazione, cioè un piano ordinario. Non credo sia utile cercare una tecnologia vincente. Un albero funziona perché produce ombra ed evapotraspirazione, ma funziona molto meglio se cresce in un suolo permeabile capace di trattenere acqua. Una pavimentazione drenante funziona meglio se fa parte di un sistema di gestione delle acque. Una strada può diventare più fresca se è alberata, ma la sua efficacia dipende anche dall’orientamento, dalla ventilazione e dal rapporto fra altezza degli edifici e sezione stradale. La vera leva, dunque, è la progettazione urbanistica governante, integrata nella strumentazione istituzionale ordinaria.

La depavimentazione è spesso indicata come una delle principali strategie per rendere le città più resilienti al caldo e alle piogge intense. Dove può produrre i risultati più significativi?

Depavimentare sì, ma non come slogan. Anche sulla depavimentazione sarei prudente nell’utilizzare la parola “miracolosa”. È estremamente efficace dove esiste una sovrabbondanza di superfici impermeabili: grandi parcheggi, piazzali, aree produttive dismesse, cortili scolastici, spazi residuali, carreggiate sovradimensionate. In questi luoghi possiamo togliere asfalto e contemporaneamente ottenere quattro risultati: ridurre l’accumulo di calore, aumentare l’infiltrazione delle acque meteoriche, creare spazio per gli alberi e migliorare la qualità dello spazio pubblico. Tuttavia, la depavimentazione non può diventare la nuova ideologia progettuale: ci sono luoghi, infatti, nei quali la pavimentazione svolge funzioni indispensabili di accessibilità, mobilità, fruizione collettiva e tutela del patrimonio storico. Una città completamente permeabile non sarebbe necessariamente una città migliore. La domanda corretta non è quindi quanto asfalto possiamo togliere, ma quanto suolo urbano possiamo restituire a funzioni climatiche senza ridurre le altre prestazioni della città. Dove non è possibile depavimentare sono disponibili, oggi, molte alternative: pavimentazioni drenanti o semi-permeabili, materiali con minore capacità di accumulo termico, superfici ad elevata riflettanza opportunamente progettate, sistemi di drenaggio urbano sostenibile, rain gardens, fasce vegetate, sistemi di raccolta e riutilizzo delle acque meteoriche. Anche in questo caso è necessario evitare un approccio basato su un semplice catalogo di soluzioni tecnologiche: la scelta deve partire dalle caratteristiche e dalle esigenze specifiche di ciascun luogo.

La riforestazione urbana è diventata una delle risposte più invocate al cambiamento climatico. Come conciliare l’esigenza di aumentare la presenza della vegetazione con la tutela del patrimonio storico e paesaggistico?

Anche per la riforestazione urbana vale la stessa cautela. “Più alberi” è generalmente un buon obiettivo; “alberi ovunque” non è necessariamente una buona politica urbanistica.

La maggior parte dei centri urbani toscani sono un esempio straordinario. La loro forma urbana, le loro visuali, il loro rapporto fra edificato, colline e, sovente, fiumi, le piazze minerali e le sequenze degli spazi pubblici appartengono a un patrimonio storico e paesaggistico che deve essere tutelato. Non avrebbe senso trasformare indiscriminatamente ogni piazza storica in un bosco urbano, ogni strada larga in luogo per impiantare alberi. Dobbiamo invece capire dove la vegetazione può rafforzare la struttura storica della città e dove rischierebbe di cancellarla. Ma in questa valutazione deve entrare anche lo spazio privato, cioè i giardini di pertinenza degli edifici. Straordinari spazi implicitamente utili alla collettività, perché contribuiscono ad abbassare le temperature medie. Questo significa lavorare sulle strade, sui parcheggi, sui cortili, sulle scuole, sulle aree di trasformazione, sulle periferie, lungo i corsi d’acqua e nelle grandi attrezzature pubbliche, ma anche stabilire un patto di reciproco aiuto con i privati. Dobbiamo passare dalla forestazione quantitativa alla progettazione ecologica della città in una prospettiva di progettazione urbanistica. La natura non deve essere aggiunta alla città: deve tornare a essere una delle componenti attraverso le quali la città viene progettata.

I fiumi come infrastrutture climatiche. Quale ruolo possono assumere i fiumi che attraversano le città nella strategia di adattamento al cambiamento climatico?

Tutti i fiumi che transitano nelle aree urbane, dall’Arno al Bisenzio, dall’Ombrone al Serchio, e via dicendo, sono le più importanti infrastrutture ecologiche presenti. Ma dobbiamo smettere di considerarli soltanto come un elemento paesaggistico o solo come criticità idrauliche.

Naturalmente la sicurezza idraulica rimane prioritaria. Ma dentro questa condizione i fiumi, ed alcuni come l’Arno o il Bisenzio in maniera significativa, possono diventare una vera infrastruttura climatica urbana. Questi non devono essere semplicemente “rinaturalizzati”, quanto rimessi al lavoro per le città e i centri urbani che attraversano. E questo lavoro è contemporaneamente idraulico, climatico, ecologico, paesaggistico e sociale.

Immagino un sistema continuo di percorsi ombreggiati, vegetazione ripariale dove compatibile, spazi di sosta freschi, fontane e acqua potabile, connessioni ciclabili e pedonali, luoghi di accesso ai fiumi e piccoli “rifugi climatici” collegati agli spazi pubblici e agli edifici pubblici circostanti.

Ma c’è un altro aspetto importante: il fiume è un corridoio di ventilazione. La progettazione delle trasformazioni lungo di essi dovrebbe quindi considerare attentamente la circolazione dell’aria ed evitare di costruire nuove barriere che ne riducano la capacità di raffrescamento.

Potremmo pensare ai fiumi come una spina dorsale climatica alla quale collegare parchi, giardini, strade alberate e spazi pubblici, costruendo progressivamente una rete che penetri nei quartieri attraversati. A quel punto non avremmo più singoli interventi verdi, ma un vero sistema climatico urbano, perché abbiamo ragionato trasversalmente, non soltanto longitudinalmente.

Partecipazione e governance: come si costruisce una città più resiliente?

Questa, per me, è forse la questione decisiva. L’adattamento climatico non può essere governato esclusivamente dagli Uffici tecnici o dalle deleghe degli Assessorati, perché richiede migliaia di trasformazioni, molte delle quali riguardano spazi quotidiani: una strada, una scuola, un parcheggio, un cortile, un condominio, un giardino.

Per questo preferisco parlare di governance cooperativa. L’amministrazione pubblica deve mantenere una forte regia, stabilire obiettivi, regole e priorità, ma deve contemporaneamente costruire capacità di azione con cittadini, associazioni, scuole, università, imprese e proprietari. Sono particolarmente interessanti, in questo senso, i processi nei quali si combinano pianificazione strategica, sperimentazione e apprendimento: interventi temporanei, urbanistica tattica, research by design, monitoraggio dei risultati e successiva trasformazione delle sperimentazioni efficaci in politiche permanenti. È un modo diverso di intendere anche la partecipazione. Non si tratta soltanto di chiedere ai cittadini cosa pensano di un progetto già predisposto, ma di coinvolgerli nella costruzione, sperimentazione e cura della trasformazione per un diverso presente. Tra le esperienze internazionali guarderei certamente a Barcellona e al percorso delle superilles, ma anche ai programmi di rinaturalizzazione e adattamento sviluppati da Parigi e Rotterdam. Sono esperienze diverse e non trasferibili meccanicamente in Toscana. Proprio questo è il punto: non dobbiamo importare modelli, dobbiamo importare capacità istituzionali di sperimentare.

Le città mediterranee hanno condizioni climatiche, forme urbane, culture dello spazio pubblico e patrimoni storici specifici. Le città Toscane non devono diventare Copenhagen o Rotterdam. Devono imparare da quelle città come costruire una propria strategia di adattamento. Su questo segnalo una la ricerca in corso sulla città Firenze: LIFE ESCAPOS che ha dato vita ad un Consorzio tra il Comune di Firenze, VIE EN.RO.SE., DiDA, Nuovo Pignone Fondazione per il futuro della città.

Clima e giustizia sociale: quale città dobbiamo progettare oggi per affrontare il clima del futuro?

Se dovessi indicare una sola direzione di marcia direi: passare dall’adattamento climatico come politica settoriale all’adattamento climatico come principio ordinatore della progettazione urbanistica, superando anche la visione separatista e specialistica proposta dal recente Piano Nazionale di Ripristino della Natura.

Il cambiamento climatico non può essere affidato a un piano specifico che si aggiunge al piano urbanistico, al piano della mobilità, al piano del verde, al piano delle acque e agli altri strumenti settoriali. Deve cambiare il modo stesso nel quale prendiamo le decisioni sulla città. Ogni trasformazione urbana dovrebbe essere valutata anche attraverso alcune domande molto semplici: aumenta o riduce la temperatura? Aumenta o riduce la permeabilità del suolo? Migliora o peggiora il ciclo dell’acqua? Produce ombra? Rafforza la biodiversità? E soprattutto, chi beneficia di questi miglioramenti?

Porsi quest’ultima domanda è fondamentale perché il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo. Anziani, bambini, persone con redditi bassi, chi vive in abitazioni poco efficienti o in quartieri con poco verde sono molto più esposti.

Per questo l’adattamento climatico è anche una questione di giustizia spaziale.

La città dei prossimi dieci anni dovrebbe quindi essere meno impermeabile, più ombreggiata, più biodiversa, più capace di convivere con l’acqua e soprattutto più giusta. In fondo, non credo che abbiamo bisogno di inventare una nuova disciplina chiamata “urbanistica climatica”. Abbiamo bisogno di tornare a fare pienamente urbanistica, assumendo il clima, la natura e la vulnerabilità sociale come componenti strutturali della decisione pubblica sul territorio. Perché l’adattamento non è semplicemente un problema tecnico. È una scelta su quale città vogliamo costruire e per chi vogliamo costruirla.