Alberi e clima: la sfida verde per città più resilienti
Intervista a Francesco Ferrini, professore di Arboricoltura all’Università di Firenze ed esperto di gestione e valorizzazione degli alberi e arboricoltura urbana
Con Francesco Ferrini, accademico impegnato nella ricerca e divulgazione scientifica, abbiamo approfondito la funzione degli alberi nelle città e il loro contributo alla mitigazione climatica.
In che modo gli alberi possono rendere le città più resilienti al cambiamento climatico?
Gli alberi non risolvono il cambiamento climatico. Possono, tuttavia, contribuire in maniera molto significativa ad adattarci e a mitigare alcuni effetti a scala urbana. Il servizio ecosistemico forse più evidente, soprattutto nelle città mediterranee, è la mitigazione delle temperature. Gli alberi agiscono attraverso due meccanismi fondamentali: l’ombreggiamento e la traspirazione. Una chioma ben sviluppata intercetta la radiazione solare prima che raggiunga asfalto, edifici e pavimentazioni; contemporaneamente, attraverso la traspirazione, dissipa energia sotto forma di calore latente. È dunque necessario abbandonare l’idea del verde urbano come elemento decorativo. Gli alberi sono infrastrutture biologiche: intercettano le precipitazioni, contribuiscono alla gestione delle acque meteoriche, sequestrano e immagazzinano carbonio, intercettano parte degli inquinanti atmosferici, offrono habitat alla biodiversità e producono benefici psicologici, sociali e sanitari. Questi benefici, tuttavia, dipendono dalla presenza di alberi sani, longevi e con chiome sufficientemente sviluppate. Contare semplicemente il numero di alberi messi a dimora può quindi essere fuorviante. Oggi, dovremo concentrarci su quali alberi saranno ancora vivi, sani e funzionali fra venti, trenta o cinquant’anni.
Quali caratteristiche rendono una specie arborea più efficace nei contesti mediterranei?
Non esiste la specie perfetta e, soprattutto, non esiste una specie che massimizzi contemporaneamente tutti i servizi ecosistemici. Una grande chioma, ad esempio, può essere estremamente efficace nell’ombreggiamento e nell’intercettazione della radiazione solare. Una superficie fogliare elevata può aumentare l’intercettazione del particolato atmosferico. Una specie con elevata attività traspiratoria può avere un notevole effetto sul microclima, ma proprio per questo può richiedere una maggiore disponibilità idrica. Dobbiamo quindi ragionare in termini di tratti funzionali. Dimensioni della chioma, indice di area fogliare, struttura e rugosità delle foglie, persistenza fogliare, architettura della chioma, velocità di crescita, longevità, capacità di regolazione stomatica, efficienza nell’uso dell’acqua e caratteristiche dell’apparato radicale concorrono a determinare i servizi che una specie può fornire. La dimensione della chioma è, inoltre, fondamentale: a parità di altre condizioni, un grande albero maturo, in buona salute, può fornire servizi ecosistemici certamente superiori rispetto a numerosi alberi con crescita minore. Per questo uno degli errori più frequenti è scegliere alberi di piccola taglia semplicemente perché sembrano più facili da gestire. La domanda corretta non è dunque soltanto “quale specie resiste di più?”, ma: quale specie, in questo preciso sito, potrà vivere abbastanza a lungo e raggiungere dimensioni sufficienti per fornire i servizi che ci aspettiamo? Ogni sito, quindi, richiede un approfondimento specifico.
Perché molti alberi non sopravvivono in ambiente urbano, come possiamo proteggerli per prevenire l’abbattimento?
Chiediamo agli alberi di risolvere problemi che, molto spesso, siamo noi umani a creare, collocandoli nelle condizioni peggiori possibili. Il problema principale riguarda, spesso il suolo. Gli alberi vengono messi a dimora in volumi di terreno insufficienti, fortemente compattati, poveri di sostanza organica, scarsamente aerati e circondati da superfici impermeabili. Le radici devono poi convivere con sottoservizi, scavi, marciapiedi, fondazioni e traffico. A questo aggiungiamo siccità, temperature elevate, inquinamento, salinità, danni meccanici, cantieri, potature scorrette, patogeni ed eventi meteorologici estremi. La siccità, inoltre, non interessa soltanto direttamente l’albero. Influenza anche le comunità microbiche del suolo e quindi quei processi biologici che regolano il ciclo degli elementi e la disponibilità dei nutrienti. Il risultato è uno stress cronico che riduce fotosintesi e crescita, accelera la senescenza e rende l’albero più vulnerabile ad altri fattori di stress. La soluzione, pertanto, non è semplicemente sostituire continuamente gli alberi morti. Bisogna riprogettare il sito di impianto: più volume di suolo esplorabile dalle radici, maggiore permeabilità, protezione dell’apparato radicale, gestione dell’acqua e scelta della specie in funzione delle reali condizioni del luogo. Un albero non deve semplicemente “entrare” nell’aiuola il giorno dell’impianto, deve poterci vivere per decenni.
In merito alla a cura delle alberature: quali interventi sono necessari per migliorare la gestione del verde urbano e contrastare la siccità?
Il momento più delicato nella vita di un albero urbano è quello che segue la messa a dimora. Possiamo acquistare il miglior materiale vivaistico e scegliere la specie più tollerante alla siccità, ma se nei primi anni non garantiamo acqua sufficiente rischiamo comunque di perdere l’investimento. Per questo ogni nuovo progetto dovrebbe comprendere un piano di gestione pluriennale già finanziato, non considerato come qualcosa da decidere successivamente.
L’irrigazione deve essere adeguata alle condizioni meteorologiche, al tipo di terreno, alla specie e alle dimensioni della pianta. L’obiettivo è favorire progressivamente l’espansione dell’apparato radicale nel terreno circostante. La pacciamatura organica è uno strumento semplice ma estremamente utile: limita l’evaporazione, riduce la competizione delle infestanti, attenua le oscillazioni termiche del suolo e, decomponendosi, contribuisce alla sostanza organica. Dobbiamo, poi, aumentare le superfici permeabili intorno agli alberi. Le piccole “buche” ricavate nei marciapiedi sono spesso assolutamente insufficienti. Dove possibile, occorre realizzare aiuole continue, sistemi di drenaggio urbano sostenibile, pavimentazioni permeabili, rain gardens e sistemi capaci di intercettare e immagazzinare l’acqua meteorica. L’acqua piovana non dovrebbe essere considerata qualcosa di cui liberarsi il più rapidamente possibile attraverso le fognature: è una risorsa che dobbiamo cercare di trattenere nel sistema urbano. Anche il riuso delle acque reflue depurate, laddove tecnicamente e normativamente possibile e con gli opportuni controlli qualitativi, può diventare una componente importante della gestione futura del verde urbano.
Quali specie arboree e arbustive sono più adatte agli spazi urbani mediterranei?
Su questo punto sono sempre prudente, perché non credo nelle liste di specie valide ovunque. La scelta deve partire dal sito. Occorre conoscere esposizione, disponibilità idrica, caratteristiche fisiche e chimiche del terreno, volume di suolo esplorabile, temperature minime e massime, presenza di superfici impermeabili, vento, salinità, sottoservizi e spazio disponibile per la chioma. Detto questo, nel contesto mediterraneo abbiamo diverse specie interessanti. Tra quelle che possono essere prese in considerazione, a seconda delle condizioni specifiche, possiamo citare specie tradizionalmente piantate come Celtis australis (bagolaro), Quercus ilex (bagolaro), Quercus pubescens (roverella), alcune specie di tiglio,
Cercis siliquastrum (albero di Giuda), Acer campestre (acero campestre), accanto ad altre meno diffuse come Fraxinus angustifolia (frassino ossifillo), Fraxinus ornus (orniello) Ostrya carpinifolia (carpino nero), Ginkgo biloba (ginkgo) Morus alba (gelso bianco) e Morus nigra (gelso nero), Pistacia terebinthus (terebinto), Arbutus unedo (corbezzolo), Koerleuteria paniculata (albero delle lanterne cinesi), Parrotia persica (parrozia). Ma attenzione perché, ad esempio il leccio sta manifestando diversi problemi e la roverella ha una crisi di trapianto non facilmente superabile se si sbaglia il periodo di messa a dimora. In determinati contesti possono essere interessanti anche specie non autoctone provenienti da regioni caratterizzate da climi analoghi o più caldi e aridi.
Come bilanciare l’impiego di specie autoctone e non autoctone considerando clima, biodiversità e rischi fitosanitari?
La contrapposizione “autoctono uguale buono, esotico uguale cattivo” è scientificamente troppo semplicistica ed è anche, spesso, sbagliata. Le nostre città sono ecosistemi profondamente antropizzati e ospitano da secoli specie provenienti da differenti regioni del mondo. Inoltre, il clima delle città italiane dei prossimi decenni non sarà necessariamente quello nel quale si sono evolute le popolazioni vegetali locali. Questo non significa abbandonare le specie autoctone. Al contrario: quando sono adatte al sito, rappresentano una componente fondamentale della biodiversità e dell’identità paesaggistica. Tuttavia, dobbiamo valutare le specie secondo molteplici criteri: adattamento al clima futuro, capacità di fornire servizi ecosistemici, biodiversità associata, allergenicità, potenziale invasivo, suscettibilità a parassiti emergenti, consumo idrico, longevità e compatibilità con il paesaggio.
La parola chiave è diversificazione. Una foresta urbana composta prevalentemente da poche specie è intrinsecamente vulnerabile. Un nuovo parassita, un nuovo patogeno o un evento climatico estremo può produrre danni enormi. Dobbiamo quindi costruire foreste urbane biologicamente e funzionalmente diversificate, evitando sia le monoculture sia le scelte ideologiche.
Come progettare infrastrutture verdi efficaci contro le ondate di calore e sostenibili sul piano idrico ed economico?
Innanzitutto, dobbiamo smettere di progettare singoli “oggetti verdi” e iniziare a progettare sistemi. Un parco isolato è importante, ma una vera infrastruttura verde urbana deve mettere in relazione parchi, viali alberati, giardini, corsi d’acqua, aree periurbane, tetti verdi, facciate verdi e spazi privati.
Per mitigare le ondate di calore è inoltre fondamentale capire dove serve l’ombra. Non tutte le superfici urbane hanno lo stesso significato. Ombreggiare un parcheggio, un percorso pedonale molto frequentato, una scuola, una fermata del trasporto pubblico o un’area con elevata presenza di popolazione anziana può produrre benefici sociali molto differenti. Dobbiamo quindi passare dalla quantità alla localizzazione strategica del verde.
Dal punto di vista idrico, occorre integrare infrastrutture verdi e infrastrutture blu: raccogliere acqua quando è disponibile, infiltrarla nel terreno, conservarla e renderla disponibile alla vegetazione.
Anche la sostenibilità economica deve essere valutata sull’intero ciclo di vita. Un progetto apparentemente economico nella fase di realizzazione può diventare molto costoso se produce elevata mortalità, sostituzioni continue e gestione straordinaria.
La buona progettazione costa meno della cattiva gestione.
