Biodiversità marina: conoscere e proteggere gli ecosistemi del mare
L’impegno di ARPAT per lo studio, la tutela e la diffusione della conoscenza sulla biodiversità marina, un focus su Posidonia oceanica e tartaruga Caretta caretta
La biodiversità rappresenta un elemento essenziale per la salute e l’equilibrio del pianeta, oltre che per la stessa sopravvivenza dell’uomo. Per questo motivo, uno degli strumenti più efficaci per tutelarla è la diffusione della conoscenza: le persone, infatti, proteggono ciò che conoscono e comprendono.
Da anni ARPAT è impegnata nello studio e nella tutela della biodiversità marina attraverso attività di monitoraggio delle acque marino-costiere finalizzate alla valutazione dello stato ecologico degli ecosistemi. Un’attenzione particolare è rivolta ad alcune componenti della fauna marina — tra cui cetacei, tartarughe e squali — e alla flora marina, con specifiche attività dedicate alla salvaguardia della Posidonia oceanica.
I dati raccolti dall’Agenzia vengono elaborati in report tematici, come il rapporto sulla biodiversità marina 2025, e messi a disposizione degli enti pubblici e della cittadinanza, con l’obiettivo di favorire una gestione del territorio più consapevole e accrescere la sensibilità ambientale collettiva.
Negli ultimi mesi il Settore mare di ARPAT ha partecipato ad alcuni eventi scientifici e divulgativi per promuovere la conoscenza della biodiversità marina.
Tra questi, l’incontro pubblico svoltosi mercoledì 27 maggio presso Lega Navale Italiana a Firenze, durante il quale Antonio Melley ha approfondito il valore ecologico delle praterie di Posidonia oceanica, ecosistemi che svolgono in mare una funzione analoga a quella delle foreste terrestri, contribuendo al contrasto del cambiamento climatico e alla difesa delle coste dall’erosione.
La Posidonia oceanica è una pianta marina endemica del Mediterraneo e ricopre circa l’1,5% dei fondali del bacino. Le praterie che forma rappresentano habitat di straordinaria importanza ambientale: ospitano fino a 350 specie diverse per ettaro e costituiscono aree fondamentali di riproduzione e crescita per numerose specie ittiche (nursery). Vere e proprie “foreste sommerse”, le praterie di posidonia garantiscono biodiversità, stabilità ecologica e protezione degli ecosistemi costieri.
Questi habitat svolgono inoltre un ruolo cruciale nella produzione di ossigeno e nell’assorbimento dell’anidride carbonica dall’atmosfera. Un solo metro quadrato di prateria può rilasciare fino a 20 litri di ossigeno al giorno, mentre la capacità di sequestro del carbonio può raggiungere le 15 tonnellate per ettaro ogni anno, rendendo questi ecosistemi comparabili alle foreste pluviali tropicali per importanza ecologica.
Determinante anche il contributo alla difesa delle coste. Le foglie spiaggiate della Posidonia formano infatti le cosiddette “banquettes”, accumuli naturali spesso percepiti dai bagnanti come semplici “alghe”, ma che in realtà costituiscono una barriera protettiva contro l’erosione e contribuiscono all’equilibrio fisico del litorale mediterraneo.
Le principali minacce alle praterie di Posidonia oceanica sono rappresentate dall’aumento della torbidità delle acque, dall’inquinamento derivante da scarichi urbani e industriali e dai danni meccanici causati dalla pesca a strascico e dagli ancoraggi. Secondo le stime, uno yacht di 50 metri può distruggere fino a 1.500 metri quadrati di prateria in un solo ciclo di ancoraggio, mentre anche le piccole imbarcazioni possono arrecare danni significativi.
Da qui l’importanza delle attività di monitoraggio condotte da ARPAT lungo le coste toscane, condotte in gran parte con il supporto del catamarano Polaris, il mezzo nautico di proprietà dell’Agenzia dotato di strumentazione specifica per le indagini in mare.
Le principali praterie vengono analizzate ogni tre anni dai biologi marini dell’Agenzia attraverso immersioni subacquee e campionamenti destinati alle analisi di laboratorio. Parallelamente vengono svolte attività di mappatura dei fondali mediante rilievi ecografici (MBES e SSS) e video riprese (ROV) anche grazie al programma nazionale della Strategia Marina.
Disporre di dati aggiornati è fondamentale soprattutto in presenza di opere o interventi nelle aree interessate dalle praterie di Posidonia oceanica, così da prevedere, evitare o mitigare eventuali impatti ambientali.
ll confronto tra le mappe realizzate nel tempo consente inoltre di valutare l’evoluzione di questi ecosistemi. Nel caso della costa livornese, ad esempio, le trasformazioni legate allo sviluppo del Canale dei Navicelli, del canale scolmatore dell’Arno, del porto mediceo e dell’attuale porto industriale e commerciale, insieme all’aumento del traffico marittimo, hanno determinato nel tempo una riduzione di oltre 7 chilometri quadrati di prateria di Posidonia. Un fenomeno che ha comportato anche un mancato assorbimento di oltre 10 mila tonnellate di carbonio ogni anno, oltre al progressivo arretramento verso il largo del limite superiore della prateria stessa.
L’unica vera misura di protezione delle praterie di P. oceanica presenti lungo le coste della Toscana, conclude Melley, è una moratoria che limiti ogni attività umana impattante su questo habitat, elemento fondamentale per la sopravvivenza del Mar Mediterraneo come lo conosciamo oggi.
Un approfondimento dedicato ai cambiamenti climatici e alla biodiversità marina in Toscana, con particolare attenzione al fenomeno della nidificazione della tartaruga marina Caretta caretta è stato presentato da Antonio Melley e Cecilia Mancusi in occasione del workshop Il mare che cambia: osservare, capire e agire con SEAsteMAR che si è tenuto il 26 febbraio 2026 al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Livorno.
L’iniziativa, dedicata all’analisi delle trasformazioni in corso nel Mar Mediterraneo, ha messo al centro il ruolo della cooperazione scientifica transfrontaliera nel supportare la sicurezza marittima e la tutela degli ecosistemi marini.
Dal report biodiversità marina 2025 di ARPAT emerge come il 2025 abbia segnato un anno record per le nidificazioni di Caretta caretta lungo le coste toscane. Sono stati registrati complessivamente 91 eventi collegati alla nidificazione: 54 tracce riconducibili a tentativi non andati a buon fine e 37 nidi.
Il dato più significativo riguarda però il cambiamento nella distribuzione geografica delle nidificazioni. Se in passato l’Isola d’Elba e il settore meridionale della Toscana rappresentavano le aree maggiormente interessate dal fenomeno, nel 2025 oltre la metà degli eventi registrati — 47 su 91 — si è concentrata nel tratto di costa compreso tra Carrara e Pisa.
Comprendere in che misura e con quali modalità i cambiamenti climatici stiano influenzando l’espansione dell’areale di Caretta caretta è uno degli obiettivi del progetto Life Turtlenest, coordinato da Legambiente e realizzato con la partecipazione di ARPAT in qualità di partner.
Secondo gli studiosi, l’aumento delle nidificazioni osservato nelle aree settentrionali del Mediterraneo, inclusa la Toscana, potrebbe essere collegato agli effetti del riscaldamento globale e della crisi climatica in atto. In particolare, gli esperti evidenziano come la temperatura superficiale del Mar Mediterraneo stia crescendo a una velocità superiore rispetto alla media globale, creando condizioni sempre più favorevoli alla riproduzione della specie anche a latitudini più settentrionali.
Recenti studi (Nugraha F.A.D. et al, 2026) sulla popolazione di Caretta caretta di Capo Verde, una delle più grandi popolazioni nidificanti al mondo, hanno inoltre evidenziato alcuni cambiamenti apparentemente adattativi legati al riscaldamento globale, che potrebbero però comprometterne la sopravvivenza nel medio-lungo periodo. Tra questi: deposizione anticipata, ridotta capacità riproduttiva, minor numero di nidi e di uova per nido per ciascuna femmina, oltre a intervalli più lunghi tra le stagioni riproduttive.
Anche in Toscana iniziano a emergere segnali analoghi: sebbene il numero di nidi, di uova e di piccoli nati sia in aumento, si registra una diminuzione del successo di schiusa e del numero medio di uova per nido, insieme a un incremento dei nidi senza nascite.
Il riscaldamento delle acque marine sembra quindi aver favorito l’espansione dell’areale di distribuzione della specie, ma potrebbe al tempo stesso comprometterne la riproduzione e alterarne la fenologia, anche in una popolazione apparentemente in crescita.
Da qui l’importanza di mantenere programmi di monitoraggio a lungo termine e di rafforzare le misure di conservazione, soprattutto alla luce del progressivo aumento delle temperature e degli altri effetti dei cambiamenti climatici. Tra le azioni ritenute necessarie figurano la protezione delle aree di foraggiamento attraverso regolamentazioni e limitazioni specifiche, oltre alla riduzione delle pressioni sugli ecosistemi marini sia lungo la costa sia al largo.
