Letture verdi, a colloquio con Mauro Garofalo
Per la rubrica dialoghi con l’autore e l’autrice, abbiamo incontrato Mauro Garofalo, autore de L’ultima foresta
Nel 2023, ha vinto, con L’ultima foresta, il premio letterario Demetra, dedicato agli autori che trattano tematiche che riguardano l’ambiente. L’ultima foresta è il viaggio di una famiglia costretta ad abbandonare la propria casa dopo un evento atmosferico estremo, effetto del cambiamento climatico. La famiglia, padre, madre e tre figli, migranti climatici attraversa la foresta di Bialowieza, al confine tra la Polonia e la Bielorussia, luogo che l’autore ha visitato nell’estate del 2021.
Le loro vicissitudini vanno di pari passo con quelle di un’orsa, vittima della crudeltà degli uomini.
Con Mauro Garofalo ci siamo “incontrati” al telefono in una giornata di primavera già troppo calda, ennesima riprova che il proverbio “non esistono più le stagioni” ha fondamenti di verità.
La sua voce arrivava limpida, calma, quasi in contrasto con il tema da cui siamo partiti subito: i migranti climatici, cuore del suo libro: L’ultima foresta.
«Forse», gli ho detto dopo i primi minuti di conversazione, «non riusciamo ancora a immaginare che un giorno potremmo essere noi italiani i nuovi migranti climatici.» Garofalo non ha esitato.«Eppure il Mediterraneo è uno degli hot spot più vulnerabili alla crisi climatica. È una possibilità più concreta di quanto vogliamo credere.»
Per qualche secondo è rimasto in silenzio, poi ha aggiunto: «Il punto è che dimentichiamo troppo facilmente la nostra storia. Noi siamo migranti. Questa è la nostra origine.»
Quelle parole sono rimaste sospese tra noi. Gli ho chiesto allora se fosse proprio questa consapevolezza a renderci più capaci di accogliere l’altro. «Sì», mi ha risposto. «Perché capire che potremmo trovarci presto nelle stesse condizioni dovrebbe renderci più umani. Dovrebbe aiutarci a comprendere paure, bisogni, fragilità. Invece troppo spesso giudichiamo gli altri dal privilegio della nostra posizione.»
Conveniamo però quasi subito che la realtà sembra andare nella direzione opposta. Prevalgono chiusura e paura, mentre la consapevolezza della crisi climatica resta superficiale, fragile, intermittente.
«Perché secondo te questo tema non riesce a essere davvero centrale nel dibattito pubblico?» gli domando. Garofalo sospira. «Perché viviamo un momento storico in cui, dopo il picco di attenzione durante la pandemia, la politica e le istituzioni hanno fatto molti passi indietro. Oggi sembrano prevalere persino posizioni negazioniste, e non solo negli Stati Uniti.»
La sua voce però cambia tono quando parla del modo in cui dovremmo raccontare la crisi climatica.
«Abbiamo bisogno di approfondire il rapporto tra essere umano, ambiente e clima, ma senza toni catastrofisti. “Moriremo tutti”, “il mondo finirà”… questo linguaggio spesso allontana le persone.»
«E allora cosa possiamo fare per avvicinarle?» gli chiedo.
«La bellezza», dice subito. «La conoscenza e la bellezza. Quando qualcosa ci appare bello, siamo naturalmente portati a proteggerlo.» Poi aggiunge una frase che colpisce direttamente una delle certezze della contemporaneità: «Noi esseri umani continuiamo a pensare di dominare il pianeta, ma non dominiamo nulla.»
Mi racconta della foresta vicino a Chernobyl (Černobyl’), dove l’uomo è quasi scomparso e la natura continua a vivere, perfino rigogliosa. «La Terra può andare avanti senza di noi», conclude.
A quel punto i ruoli si invertono. È lui a farmi una domanda … retorica. «Secondo te, saremo ancora accolti su questo pianeta?» La domanda mi spiazza più di quanto vorrei ammettere.
Gli rispondo che l’idea dell’estinzione del genere umano mi sembra plausibile, come è accaduto per altre specie. Eppure, rifletto ad alta voce, quasi nessuno pensa davvero alla propria fine. «È lo stesso atteggiamento che abbiamo verso la morte», gli dico. «La società occidentale cerca continuamente di eliminarla dal proprio orizzonte.»
Nel suo libro la morte attraversa ogni pagina: si muore per fame, per malattia, per eventi climatici estremi, per la violenza degli uomini. Quando glielo faccio notare, Garofalo annuisce.
«Perché la morte è parte della vita», dice semplicemente.
Mi racconta allora del suo viaggio in Polonia, dei cimiteri aperti, senza muri, dove vivi e morti sembrano condividere lo stesso spazio. «Da noi invece separiamo tutto», osserva. «Anche la tecnologia contribuisce a questa illusione di immortalità. Ci convince che il virtuale possa sostituire il reale. Alimenta la nostra parte adolescente, quella che pensa di vivere per sempre.»
Parlando, arriva naturalmente a un altro tema centrale del romanzo: il rapporto perduto con il sacro e con il selvatico.
«Abbiamo perso il contatto con il selvatico», dice. «E il selvatico è una forma del sacro.»
Nel libro questa dimensione è incarnata dall’orsa a cui gli uomini strappano i cuccioli per venderne la pelliccia. Una violenza feroce, che non è l’unica presente nella storia.
«Pensi che questa brutalità esista anche nella realtà?» gli chiedo.
«Sì», risponde senza esitazione. «Soprattutto nelle grandi città. Prevalgono indifferenza e competizione. Conta riuscire dove l’altro fallisce: avere accesso all’acqua, alle risorse, allo spazio. È una logica di dominio.» Secondo lui, l’aumento delle disuguaglianze rende inevitabile il conflitto. «Il problema», precisa, «è quando il conflitto diventa sopraffazione.»
Parliamo allora di numeri, statistiche, masse indistinte. Del modo in cui smettiamo di vedere le persone come individui. Nel libro questa disumanizzazione prende il volto delle guardie di frontiera dai soprannomi feroci: Gomma da masticare, Testa rasata, Faina.
Quando la conversazione si avvia verso la fine, provo a pronunciare una parola, speranza, che lui accoglie con diffidenza.
«Forse», azzardo, «rimane una forma di speranza.» Garofalo mi interrompe subito, fermo ma non duro.
«Non si tratta di sperare. Si tratta di agire.» Resta qualche istante in silenzio, poi continua: «Se vogliamo vivere in un mondo diverso dobbiamo iniziare da noi stessi. Uscire dalle nostre scatole mentali. Non è vero che, siccome abbiamo inquinato fino a oggi, continueremo inevitabilmente a farlo.»
Mi parla allora di città meno inquinate, di mobilità sostenibile, di alimentazione più sana. Di cambiamenti concreti, possibili, immediati.
Lo ascolto e smetto anch’io di parlare di speranza.
Eppure, penso mentre ci salutiamo, nel finale de L’ultima foresta emerge tanta positività: la bambina, il cui nome conosciamo solo nelle ultime pagine, dopo avere visto morire quasi tutta la famiglia, diventerà una pianista e l’orsa avrà di nuovi i cuccioli.
Prima di chiudere la telefonata, Mauro Garofalo mi lascia con un’ultima frase, pronunciata quasi sottovoce: «La natura è immensamente più grande e più bella di noi. La possibilità di rinascita esiste sempre.»
