Letture verdi, a colloquio con Nicola Ravera Rafele
Per la rubrica “Dialoghi con l’autore e l’autrice” proponiamo l’intervista a Nicola Ravera Rafele, autore di Nubifragio
Cosa spinge un giovane autore a scrivere un libro che ha, tra i suoi protagonisti, gli effetti del cambiamento climatico?
Il libro nasce da una esperienza reale. Nell’estate del 2022 mi sono trovato, con mia moglie e mia figlia che all’epoca aveva un anno e mezzo, sotto una frana. Eravamo a Stromboli in pieno agosto, in una notte di pioggia molto violenta si è staccato un pezzo di montagna ed è entrato nella nostra finestra. Siamo sopravvissuti per miracolo. Quell’esperienza mi ha portato a riflettere in un modo diverso sui rischi che stiamo correndo. Nel romanzo la fragilità delle nostre vite e la fragilità dei territori che abitiamo si fondono e si amplificano, come in un gioco di specchi. Così come si fonde l’incertezza del futuro nella sfera privata dei protagonisti quarantenni con l’incertezza generale dei tempi che stiamo vivendo.
Nel suo libro, chi vive sull’isola sembra già saper cosa accadrà. Sta per arrivare un evento meteo “estremo”: la forte pioggia, che colpirà un territorio ferito da un incendio, quindi depauperato delle forze necessarie per resistere. Chi ha uno stretto rapporto con la natura e il territorio in cui vive percepisce con forza i cambiamenti in atto. Dal suo punto di vista, un’agenzia per la protezione dell’ambiente, come ARPAT, cosa potrebbe fare per spronare alla costruzione di un rapporto armonico con la natura e sensibilizzare ai temi ambientali?
Nel romanzo questa conoscenza non è scientifica, è quasi corporea. Chi vive in un luogo da tempo sviluppa una forma di attenzione ai segnali, come il vento, le nuvole, l’umidità, che non è fatta di dati, ma di esperienza. Questa conoscenza intuitiva da sola non basta. Un’agenzia come ARPAT può avere un ruolo fondamentale non solo nella produzione di dati, ma nella costruzione di una cultura della prevenzione.
Troppo spesso in Italia non si agisce e poi, di fronte alle catastrofi, si parla di ‘tragica fatalità’, di sfortuna o di destino. Ma curare il territorio, studiare, prevenire, è fondamentale per minimizzare i rischi. Nel caso specifico di Stromboli, vari appelli della popolazione sono rimasti inascoltati dalle istituzioni, in particolare dalla regione Sicilia. Poi, dopo quella tragedia sfiorata, sono stati cittadini stessi a rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro per bonificare la montagna ed evitare ulteriori rischi.
Nel suo libro, tra i turisti in attesa della pioggia, più preoccupati da come sfangare la serata di pioggia che dei rischi per la propria vita, c’è anche un ragazzo, che beve un cocktail a base di salvia. Incarna la figura del negazionista: minimizza l’arrivo dell’evento estremo, archiviandolo come passeggero e innocuo. Il negazionismo è molto forte in questo periodo storico, dal suo punto di vista come possiamo combatterlo?
Abbiamo un negazionista alla Casa Bianca, quindi certo non è un momento facile. Del resto il problema climatico non si può scindere da un problema politico più ampio, che Trump e suoi ammiratori rappresentano perfettamente: la cultura del profitto, dell’assenza di regole, della competizione ad ogni costo è alla base del capitalismo rapace che in questo momento governa il mondo. In quella cultura negare i cambiamenti climatici è funzionale a un progetto ben preciso, che è continuare ad arricchirsi, anche a costo di intaccare gli equilibri del pianeta e distruggerne le risorse. Serve un cambiamento culturale ampio, di massa, che ci spinga verso il rispetto dei diritti, la redistribuzione delle risorse, la decrescita dei consumi, e il rispetto per la terra.
Secondo lei, i giovani e giovanissimi sono più o meno sensibili ai temi del cambiamento climatico rispetto ad altre generazioni?
Penso che siano più sensibili, perché sono nati in un tempo di crisi conclamata, e spero che su tutti questi argomenti trovino la forza per essere radicali, rivoluzionari, e immaginare un altro mondo possibile.
Il nubifragio e la colata di fango, che invadono una parte di isola, diventano uno spartiacque nella narrazione. La noia, la delusione, i problemi che prendono forma durante la vacanza sono messi a tacere dal desiderio di sopravvivere e dalla forza disperata di proteggere la propria famiglia. Possiamo dire che gli effetti del cambiamento climatico possono anche avere un valore positivo? Dopo la paura e il dramma: frutto dell’evento climatico estremo e della fragilità del territorio, i personaggi del libro riprendono in mano la loro esistenza e si sforzano di ridare valore alla comunità. Si ritrovano. È una lettura corretta? Ci salviamo solo se rimaniamo tutti insieme, tutti uniti?
Un valore positivo direi di no. Nel romanzo il nubifragio assume indubbiamente un senso simbolico, in qualche modo costringe tutti a fare i conti con le proprie paure, con le proprie debolezze e con i propri traumi. Dalla violenza della natura, che ci riporta al senso della nostra fragilità, emergono in qualche modo dei rapporti più forti, perché il nostro istinto animale ci spinge ad andare avanti sempre, anche reinventandoci, e sicuramente ritrovando noi stessi come parte di una comunità.
