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Letture verdi, a colloquio con Simonetta Fraschetti

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Per la rubrica dialoghi con l’autore e l’autrice, proponiamo l’intervista a Simonetta Fraschetti, tra le autrici chiamate a dare il proprio contributo alla stesura del volume ‘One Health – Pensare le esigenze del pianeta’, curato da Lingiardi e Saggio. In particolare, Fraschetti si è dedicata alla stesura del capitolo dal titolo “La conservazione e il restauro dei nostri mari”

Per la rubrica Dialoghi con l’autore e l’autrice, proponiamo l’intervista a Simonetta Fraschetti, docente di Ecologia Marine Ecology all’Università Federico II di Napoli e autrice del saggio “La conservazione e il restauro dei nostri mari”, contenuto nel volume ‘One Health – Pensare le esigenze del pianeta’, curato da Lingiardi e Saggio.  Il mare è la matrice della nostra vita, la matrice primaria – sostiene Fraschetti – e oggi, le minacce alla salute del mare e, dunque, indirettamente, alla nostra stessa salute non sono poche e la più importante è quella legata ai cambiamenti climatici. Gli oceani non sono solo riserve di biodiversità, ma anche regolatori climatici e fonti di nutrimento.

Come si lega il ruolo degli oceani come “matrice primaria della vita” al concetto One Health?

Gli oceani sono la matrice primaria della vita perché rappresentano l’ambiente da cui sono emersi i primi organismi viventi e, ancora oggi, continuano a rendere il pianeta abitabile. Regolano il clima, producono una quota fondamentale dell’ossigeno che respiriamo, sono un hot spot di biodiversità e sostengono i grandi cicli naturali da cui dipendiamo da un punto di vista del funzionamento degli ecosistemi.

Questo si lega direttamente al paradigma One Health, la saluta unica, che riconosce l’interdipendenza tra salute umana e ambientale: se il mare si ammala, e quindi smette di funzionare, si ammalano anche le comunità umane, attraverso cambiamento climatico, inquinamento, sicurezza alimentare e diffusione di patogeni. Proteggere gli oceani significa quindi tutelare la salute del pianeta e, quindi, quella dell’uomo.

Nel saggio fa riferimento all'”accelerazione blu” e ai rischi per gli equilibri marini nel quadro di salute globale interconnessa. Con quali conseguenze?

L’“accelerazione blu” descrive l’intensificazione senza precedenti delle attività economiche in mare, dalla pesca industriale distruttiva al traffico marittimo, dall’estrazione offshore di riserve energetiche e minerarie all’inquinamento organico e inorganico, cosa che si sta traducendo, in tempi rapidissimi, in cambiamenti importanti dei nostri oceani. Il punto più critico è che questo processo avviene mentre la nostra conoscenza degli oceani resta ancora frammentaria: conosciamo solo una parte limitata della loro architettura, delle connessioni tra superficie e abissi e delle funzioni regolative che svolgono negli equilibri climatici e biologici globali. Intervenire in un sistema così poco conosciuto significa aumentare il rischio di alterazioni irreversibili delle catene trofiche, della biodiversità e della resilienza degli ecosistemi marini.

Nel quadro della salute globale interconnessa, l’accelerazione blu coincide sempre più con un’accelerazione della perdita di biodiversità marina e con l’erosione delle funzioni ecologiche che rendono l’oceano un grande regolatore della vita sul pianeta. Se non comprendiamo a fondo questi processi, dalla capacità di assorbire CO₂ alla regolazione dei cicli biogeochimici, fino al ruolo della biodiversità nel mantenimento degli ecosistemi, diventa difficile persino valutare la reale portata di ciò che stiamo compromettendo in termini di beni e servizi ecosistemici.

Ma il punto più profondo è forse un altro: questa crisi riflette una crisi di valori. Continuiamo a leggere ciò che perdiamo prevalentemente in termini economici, come se il danno fosse riducibile a una stima monetaria, mentre il vero nodo è riconoscere che non siamo esterni alla natura, bensì parte del medesimo sistema vivente. In chiave One Health, la perdita di biodiversità marina non riguarda soltanto il mare: riguarda la qualità della nostra salute, la stabilità delle società umane e la possibilità stessa di abitare il futuro.

Può illustrare alcune buone pratiche per contrastare lo sfruttamento eccessivo delle risorse oceaniche e favorire il restauro ecologico marino?

Le buone pratiche per contrastare lo sfruttamento eccessivo delle risorse oceaniche devono partire da una governance ecosistemica: ampliamento e gestione efficace delle aree marine protette, ripristino di habitat chiave come praterie di Posidonia, foreste di macroalghe e animali, coralligeno e zone umide costiere, riduzione della pesca distruttiva, rinaturalizzazione delle coste e uso di soluzioni nature-based.

In questo quadro, la Nature Restoration Regulation e la Strategia europea per la Biodiversità fissano obiettivi molto chiari: restaurare almeno il 20% delle aree terrestri e marine entro il 2030 e riportare in buono stato il 30% degli habitat degradati, con target progressivi del 60% entro il 2040 e del 90% entro il 2050. A questi si affianca l’impegno a proteggere il 30% dei mari europei, di cui il 10% in tutela rigorosa.

Il punto decisivo è che tutela del territorio e restauro ecologico possono fare moltissimo, perché non si limitano a “riparare” il danno ma restituiscono resilienza climatica, biodiversità e servizi ecosistemici fondamentali per le comunità umane. Da questo punto di vista l’Italia è in una posizione di leadership, con numerosi casi di successo nel recupero di habitat costieri e marini, con una forte presenza nelle progettualità nazionali e europee, dal programma LIFE ai grandi interventi del PNRR come il National Biodiversity Future Center e il progetto Marine Ecosystem Restoration guidato da ISPRA. Questa capacità di integrare ricerca, monitoraggio, pianificazione e innovazione tecnologica rende il nostro Paese uno dei laboratori più avanzati in Europa nel campo del restauro ecologico marino.

Perché è necessario superare la frammentazione dei saperi per proteggere la salute planetaria attraverso gli ecosistemi marini?

Superare la frammentazione dei saperi è oggi indispensabile perché gli ecosistemi marini sono, per loro natura, sistemi complessi in cui processi biologici, ecologici, fisici, climatici, sanitari, economici e sociali sono strettamente intrecciati. Separare le competenze significa perdere la capacità di leggere le connessioni profonde che li caratterizzano. Il paradigma One Health ci insegna proprio questo: la salute planetaria dipende dalla capacità di integrare ecologia, medicina, economia, diritto, tecnologia e scienze sociali in una visione unitaria del sistema mare, riconoscendo che le leggi della natura prevalgono sul resto.

È in questo orizzonte che si inserisce il concetto di “transformative ocean science”: una scienza oceanica non più limitata alla produzione di conoscenza settoriale, ma orientata a trasformare politiche, modelli economici e culture collettive. La vera sfida non è solo capire meglio l’oceano, ma usare questa conoscenza in modo transdisciplinare per ridefinire il nostro rapporto con il mare, riconoscendo che la salute degli ecosistemi marini coincide con la salute delle società umane e con la possibilità stessa di una sostenibilità futura.