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Studio pilota ARPAT: concentrazioni PFAS nei mammiferi marini

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Gli esiti della ricerca condotta nei laboratori ARPAT presentati al Convegno preparatorio del 46° International Symposium sugli inquinanti organici persistenti (POPs) e dei contaminanti emergenti come PFAS e micro-nano plastiche

I risultati della ricerca, di cui presentiamo una sintesi in questo articolo, sono stati presentati da Michele Mazzetti, chimico di ARPAT, durante il Convegno preparatorio del 46° International Symposium on POPs and Related Pollutants, in programma in Italia dal 13 al 18 settembre, che si è tenuto a Perugia il 6 maggio scorso. L’evento ha riunito scienziati e professionisti da tutto il mondo per discutere dei PFAS, sostanze oggi comunemente definite anche “inquinanti eterni”.

I PFAS sono composti chimici altamente fluorurati, caratterizzati da una struttura molto stabile che li rende particolarmente resistenti ai processi naturali di degradazione. Proprio per la loro elevata persistenza ambientale, sono spesso indicati come “forever chemicals”. Grazie alla loro inerzia chimica, sono stati utilizzati fin dagli anni Cinquanta in numerosi settori industriali, tra cui quello conciario, la produzione di carta e di contenitori per uso alimentare, i rivestimenti antiaderenti per pentole e la realizzazione di materiali impermeabilizzanti per l’abbigliamento tecnico.

Sebbene in Toscana non risultino produttori diretti di PFAS, ARPAT sta approfondendo lo studio di questi contaminanti e valutando l’inserimento, nel proprio catalogo delle prestazioni, anche dell’analisi dei PFAS negli scarichi di impianti industriali.

L’Ecologia degli organismi marini ha un ruolo importante nella diversa contaminazione da parte PFAS e nella diversa capacità di metabolizzare i precursori dei PFAS.

Tra i risultati più interessanti emersi dallo studio illustrato da Michele Mazzetti vi è la conferma di una sorta di “unicum” dei mammiferi marini, già descritto in letteratura scientifica: la loro incapacità, o comunque la loro ridotta capacità, di trasformare a livello metabolico un particolare PFAS, la perfluorooctansolfonammide (FOSA), in acido perfluoroottansolfonico (PFOS).

I precursori PFAS come la FOSA non sono necessariamente più tossici dei prodotti finali di trasformazione, come il PFOS; tuttavia, possono risultare più critici come sorgenti di esposizione, poiché favoriti dal trasporto ambientale e possono trasformarsi in PFAS terminali o biologicamente più rilevanti.

La portata di questa conferma è particolarmente interessante perché, secondo alcuni studiosi, tra cui C. Dassuncao ed altri, la FOSA potrebbe comportarsi come un PFAS neutro di origine atmosferica, capace di passare dall’aria al mare e quindi lungo la catena alimentare. Di conseguenza, analizzarla in animali che non sono in grado di metabolizzarla efficacemente può offrire una stima indiretta della sua presenza nell’atmosfera.

Considerato che la FOSA, come altri PFAS analizzati nello studio, sembra essere in grado di attraversare la barriera ematoencefalica dei mammiferi marini con maggiore facilità rispetto a inquinanti più tradizionali, la scelta del Laboratorio ARPAT di Livorno di studiarla nel tessuto cerebrale appare particolarmente significativa. Si tratta, infatti, di un comparto in cui il metabolismo dei contaminanti è generalmente molto ridotto. Anche se il numero di campioni esaminati è limitato, circa quindici, il risultato conserva comunque un buon valore conoscitivo e statistico.

Appare, quindi, evidente come l’analisi di determinate sostanze in animali marini con caratteristiche specifiche possa fornire indicazioni sulla presenza delle stesse sostanze in comparti ambientali molto diversi da quelli in cui tali animali vivono. Questo sottolinea come la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) rappresenti una criticità emergente e trasversale a più comparti, in ragione della loro persistenza, mobilità ambientale e capacità di bioaccumulo, e conferma l’importanza di progetti come l’indagine dei PFAS sui grandi vertebrati marini, che sarebbe pienamente inseribile nel programma della Direttiva quadro 2008/56/UE sulla Strategia Marina, che prevede, tra l’altro, approfondimenti su biodiversità, dieta e catena trofica delle specie marine.

L’indagine condotta presso il laboratorio ARPAT di Livorno sulle concentrazioni di PFAS nei mammiferi marini è stata possibile grazie all’impiego di strumentazione ad alta tecnologia come la cromatografia liquida accoppiata alla spettrometria di massa ad alta risoluzione che ha consentito di separare i componenti di campioni estremamente complessi e, successivamente, di identificare e quantificare i singoli contaminanti.

A conferma dell’attenzione crescente verso le tematiche degli inquinanti emergenti, il 46° International Symposium on POPs and Related Pollutants si svolgerà in Italia dal 13 al 18 settembre, a 50 anni dal disastro dell’azienda svizzera ICMESA a Meda, al confine con Seveso, in Lombardia, avvenuto il 10 luglio 1976. L’incontro riunirà esperti provenienti da tutto il mondo nel campo degli inquinanti organici persistenti e di altri contaminanti emergenti correlati, con l’obiettivo di condividere ricerche ed esperienze.

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