Vai al contenuto

Letture verdi, a colloquio con Vittorio Lingiardi

Pubblicato il:

One Health, abitare il mondo consapevoli dei legami che lo attraversano

Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore di Psicologia dinamica alla Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma e Senior Research Fellow della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS) è curatore, insieme a Isabella Saggio, del libro “One Health. Pensare le emergenze del pianeta” ed autore del saggio “One Health, One care” contenuto nel volume, edito da Il Saggiatore.

Gli abbiamo chiesto quale contributo offre la psicologia nell’interpretazione del paradigma One Health, a fronte della crisi climatica e globale che stiamo vivendo.

“Cura è lo stato della mente con cui scegliamo di guardare alla prospettiva One Health”. Può approfondire il tema della cura e della relazione?

La parola cura, fin dall’origine latina, contiene due elementi: l’amorosa attenzione, ma anche la preoccupazione. Cura è accudire e occuparsi del benessere di un sistema vivente (ma anche di un oggetto o di un progetto che ci sono cari: per esempio, un libro può essere “a cura di”), ma anche preoccuparsene con trepidazione e a volte inquietudine. Quando diciamo che la cura è uno stato della mente e un modo di pensare al mondo, intendiamo che le due dimensioni (l’accudimento e la preoccupazione) sono inevitabilmente integrate. Non c’è cura senza relazione. Applicato alla prospettiva One Health, questo significa che il nostro equilibrio, la nostra salvezza e la nostra prosperità sono impensabili senza la cura di tutto ciò che è attorno a noi, compreso quello che lo psichiatra Harold Searles negli anni Sessanta chiamava the non human environment, l’ambiente non umano. È la rinuncia all’antropocentrismo a favore di una posizione di riconoscimento, dialogo e rispetto di tutto quello attorno a cui noi viviamo (che è diverso dal dire tutto quello che vive attorno a noi). Il futuro vale per le relazioni sia tra persone sia tra discipline, non può essere pensato entro confini autoreferenziali. È necessario riferirsi al sistema delle convivenze “io-tu-noi”. La crisi globale (climatica, geopolitica, ecologica) dovrebbe essere l’occasione per riconoscere la nostra interdipendenza e per celebrare ogni convivenza. Purtroppo, sembra accadere il contrario.

Di fronte alla crisi globale, quale chiave di lettura offre la psicologia per spiegare il negazionismo e l’inazione?

La prima chiave di lettura va ricercata nelle dinamiche patologiche del profitto di pochi ricavato dallo sfruttamento di molti. A cui si aggiunge lo sfruttamento dell’ambiente, bene comune. Passando al piano della psicologia collettiva, credo sia utile prendere in considerazione i meccanismi di difesa messi in atto, spesso inconsciamente, per fronteggiare l’angoscia generata dalla consapevolezza della crisi. La negazione ci consente di continuare a vivere come se nulla fosse. La razionalizzazione produce argomentazioni apparentemente logiche per giustificare l’inazione: “sono cicli naturali”, “il singolo non può fare la differenza”. La proiezione sposta all’esterno, spesso scegliendo capri espiatori, ciò che non sappiamo o non vogliamo vedere in noi stessi. A questi meccanismi si aggiunge la dimensione, individuale e collettiva, della cosiddetta sfiducia epistemica nei confronti di quelle che dovrebbero essere le fonti autorevoli dell’informazione scientifica. Dal periodo del Covid in poi, per esempio, abbiamo assistito, nel discorso di molti politici e in varie fasce dell’opinione pubblica, a una polarizzazione della sfiducia nei confronti di un approccio medico-scientifico e sociosanitario alle emergenze pandemiche e sanitarie.

Cosa accade quando l’ecosistema-ambiente “non è sufficientemente buono” e come proteggerci?

Per lo psicoanalista Donald Winnicott, la creatività, intesa come capacità di incontrare la realtà in modo personale e trasformativo, è ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Si sviluppa in quello che lui chiama lo spazio potenziale, l’area intermedia tra realtà interna ed esterna. Quando l’ambiente — la famiglia, ma anche la società e l’ecosistema — non è “sufficientemente buono”, lo spazio potenziale si restringe o scompare. La psiche entra in modalità emergenziale, impiega la sua energia per difendersi dalla paura, smette di immaginare e costruire significati. Lo vediamo nei comportamenti e negli atteggiamenti di molte persone: isolamento, fuga nelle tecnologie, paura delle relazioni, sfiducia nella democrazia e nella scienza. Proteggersi significa anzitutto riconoscere queste dinamiche e contrastarle: coltivare il pensiero critico, accogliere l’alterità, promuovere la convivenza, sostenere la creatività collettiva. Non farsi sedurre, direbbe un altro psicoanalista inglese, Christopher Bollas, dall’“abbondanza insignificante”. Rifuggire dalla “bulimia dei mezzi e dall’anoressia dei fini”.

Come nasce la crisi di fiducia nelle evidenze scientifiche e come rimettere al centro la fiducia?

La sfiducia epistemica non nasce nel vuoto: si radica in esperienze precoci che compromettono la capacità di fidarsi delle informazioni provenienti dall’esterno. A livello collettivo, prende le forme del negazionismo, del populismo, della chiusura paranoide. Se la complessità viene vissuta come minacciosa o impossibile da comprendere, l’individuo è anche spesso tentato di rivolgersi alla dimensione opposta della sfiducia: la credulità. Per esempio, nei confronti di chi, magari con piglio autoritario, propone certezze facili. Il modo per uscire da queste trappole non è solo lo studio di fonti attendibili, ma anche la ricostruzione di un tessuto di solidarietà e fiducia: tra scienziati e cittadini, tra istituzioni e comunità, tra medici e pazienti. Il riconoscimento dell’altro è alla base di ogni possibilità di riparazione.

Qual è il messaggio del vostro saggio per rimettere al centro il paradigma One Health?

One Health non è solo un modello scientifico. È anche un progetto politico e una visione del mondo. Un modo di abitarlo consapevoli degli infiniti legami che lo attraversano. Non si può curare l’essere umano se il paesaggio che lo ospita è malato. Non si può parlare di salute psichica senza parlare di giustizia ambientale. La prima convivenza da costruire è in noi stessi. Chi non sa convivere con la propria complessità interiore difficilmente saprà farlo con quella dell’altro. Oggi più che mai, la convivenza (tra umani, specie ed ecosistemi) è alla base di ogni possibile salute.

 

Credits foto: [(C) Pasqualini/MUSA]