Costruire competenze per la sostenibilità: la sfida educativa del presente
Intervista a Giovanna Del Gobbo, docente dell’Università di Firenze, Cattedra transdisciplinare UNESCO Sviluppo Umano e Cultura di Pace
In occasione del Convegno dell’11 aprile 2026 “Educare alla sostenibilità ieri, oggi e domani” organizzato dal Laboratorio Didattico Ambientale del Parco Mediceo di Pratolino di Firenze, abbiamo rivolto alcune domande alla prof. Giovanna Del Gobbo, docente dell’Università di Firenze, Cattedra transdisciplinare UNESCO Sviluppo Umano e Cultura di Pace, che ha introdotto e moderato la prima tavola rotonda “Perché e come costruire competenze per la sostenibilità lungo il corso della vita”
Qual è il suo percorso di ricerca e di formazione sui temi dell’educazione ambientale e della sostenibilità, e come si è sviluppata questa visione in Toscana?
Le riflessioni proposte in questa intervista si inseriscono in un percorso di ricerca e di attività di formazione che, da molti anni, mi vede impegnata sui temi dell’educazione ambientale, dell’educazione allo sviluppo sostenibile e della formazione dei professionisti dell’educazione.
Oggi, di fronte alle sfide poste dalla crisi climatica, dalle transizioni ecologiche e sociali e dagli obiettivi dell’Agenda 2030, appare ancora più evidente come la sostenibilità sia prima di tutto una questione educativa. Non si tratta soltanto di sensibilizzare e diffondere conoscenze sui problemi ambientali, ma di costruire competenze, responsabilità e capacità di partecipazione che consentano alle persone e alle comunità di contribuire attivamente ai processi di trasformazione.
La Toscana rappresenta, da questo punto di vista, un contesto particolarmente significativo. A partire dagli anni Novanta e, soprattutto, attraverso la costruzione del Sistema Toscano di Educazione Ambientale, si è sviluppata una visione innovativa che ha riconosciuto il valore strategico dell’educazione per accompagnare i processi di cambiamento culturale necessari alla sostenibilità. In questo percorso ARPAT ha svolto, in passato, un ruolo importante non solo come soggetto tecnico-scientifico, ma anche come interlocutore attivo nella promozione della qualità delle azioni educative, contribuendo alla costruzione di reti territoriali, strumenti di valutazione e percorsi condivisi tra istituzioni, scuole, enti locali e associazioni.
Le risposte che seguono si muovono in questa prospettiva, nella convinzione che l’educazione rappresenti una delle leve fondamentali per promuovere una società più sostenibile, equa e consapevole.
Qual è oggi la principale sfida dell’Educazione alla Sostenibilità formale, nelle scuole e nelle università, e di quella non formale rivolta a tutti i cittadini?
Individuo tre sfide principali. La prima consiste nel superare una concezione dell’educazione alla sostenibilità come semplice trasmissione di informazioni o contenuti ambientali, con un doppio rischio di riduzionismo: illudersi di affrontare un problema complesso con una risposta semplificata e lineare e ricondurre la sostenibilità alle sole problematiche ambientali.
La seconda sta nel superare una visione dell’educazione alla sostenibilità come azione da sviluppare solo o prevalentemente nei contesti di istruzione e quindi ricondotta ad una particolare fase della vita, a fronte dell’impatto di visioni “insostenibili” che sottendono i modelli di vita della maggior parte della popolazione che, dati anche i trend demografici, si colloca su fasce di età che restano fuori dai circuiti dell’istruzione.
La terza riguarda la formazione di professionisti – Teaching e No-Teaching – che dispongano delle competenze educative adeguate e che ancora troppo spesso vengono formati in contesti caratterizzati da prospettive di lettura settoriali sul piano disciplinare.
La questione centrale è sviluppare una capacità diffusa di leggere la complessità delle relazioni tra ambiente, economia, società e cultura, aiutando persone e comunità a comprendere il proprio ruolo all’interno di questi sistemi. L’educazione alla sostenibilità deve contribuire a costruire quello che in ambito internazionale viene definito un sustainability mindset: una mentalità orientata alla responsabilità, alla partecipazione, al pensiero critico e alla capacità di immaginare e realizzare cambiamenti sostenibili. È la capacità di leggere la realtà con un approccio olistico transdisciplinare e trovare soluzioni non riduzionistiche o lineari.
Oggi non basta conoscere i problemi: sappiamo molto sul cambiamento climatico, sulla perdita di biodiversità o sull’esaurimento delle risorse, ma questa conoscenza non si traduce automaticamente in comportamenti, scelte e processi di trasformazione. Inoltre queste problematiche non sono automaticamente interpretate e affrontate in modo sistemico considerandone le implicazioni e le connessioni sul piano economico e sociale, ma anche etico e politico.
È inoltre necessario un approccio lifelong e lifewide, che coinvolga non solo scuola e università, ma anche associazioni, enti locali, imprese, istituzioni culturali e tutti quei contesti nei quali si possono costruire esperienze significative e opportunità di apprendimento.
La formazione ha un ruolo strategico nell’Educazione ambientale alla Sostenibilità. In relazione al suo ruolo in Unifi qual è l’offerta formativa per le nuove figure professionali e quali obiettivi si propone il corso di laurea magistrale “Scienze pedagogiche e management della formazione per lo sviluppo sostenibile”?
L’Università di Firenze ha sviluppato negli anni una significativa attenzione ai temi della sostenibilità non solo all’interno della formazione pedagogica e delle professioni educative, ma attraverso l’istituzione di vari corsi di studio che pongono al centro il tema della sostenibilità.
Nell’ambito della partecipazione alla RUS (Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile) ha inoltre attivato, ormai da tre anni, un General Course dal titolo “Competenze di sostenibilità per lo sviluppo professionale – Lezione 0” che affronta il complesso tema della sostenibilità. Si tratta di una attività rivolta a tutti gli studenti e tutte le studentesse di Unifi, per consentire loto di affrontare dimensioni fondative dello sviluppo sostenibile: approccio sistemico e sua applicazione all’analisi dei problemi, scenari futuri e strategie trasformative, pensiero creativo e critico per l’azione collettiva, competenze digitali e valori personali per lo sviluppo sostenibile.
Il General Course è inserito nell’offerta formativa proprio del corso di laurea magistrale in Scienze pedagogiche e management della formazione per lo sviluppo sostenibile. Un Corso di Laurea magistrale che nasce dalla consapevolezza che la transizione ecologica non richiede soltanto nuove tecnologie o nuove competenze tecniche, ma anche professionisti capaci di accompagnare processi educativi, culturali e organizzativi orientati alla sostenibilità.
L’obiettivo del corso è formare figure in grado di progettare, coordinare, gestire e valutare interventi educativi e formativi rivolti a differenti contesti: scuole, enti locali, organizzazioni del terzo settore, imprese, servizi culturali e ambientali, agenzie formative e istituzioni pubbliche.
Si tratta di professionisti che operano come facilitatori di processi di apprendimento, capaci di promuovere partecipazione, cittadinanza attiva, sviluppo di competenze di sostenibilità e costruzione di comunità resilienti. Le competenze sviluppate riguardano il pensiero sistemico, la progettazione partecipata, la gestione delle reti territoriali, la formazione degli adulti e la capacità di accompagnare processi di innovazione sociale e organizzativa.
Qual è la differenza profonda tra “informare” sui rischi ambientali e “costruire competenze” per la sostenibilità?
Informare significa fornire dati, conoscenze e informazioni. È certamente necessario, ma non sufficiente. Costruire competenze significa invece mettere le persone nelle condizioni di interpretare criticamente le informazioni, collegarle ai propri contesti di vita, assumere decisioni consapevoli e agire responsabilmente. Significa sviluppare capacità di lettura sistemica dei problemi, di collaborazione, di partecipazione e di progettazione del cambiamento.
In altre parole, l’obiettivo non è soltanto sapere che esiste un problema ambientale, ma acquisire la capacità di riconoscersi come parte delle relazioni che lo generano e delle possibili soluzioni. L’educazione alla sostenibilità non riguarda quindi solo il “sapere”, ma anche il “saper essere” e il “saper agire”. È un processo trasformativo che coinvolge conoscenze, valori, atteggiamenti e pratiche.
Come ricordava Edgar Morin, purtroppo recentemente scomparso, occorre sviluppare un pensiero capace di contestualizzare e collegare i fenomeni in una prospettiva transdisciplinare. L’educazione alla sostenibilità deve aiutare le persone a comprendere che ogni scelta è inserita in reti di relazioni ecologiche, sociali ed economiche più ampie e ha implicazioni morali, etiche e politiche.
Quale ruolo possono avere le comunità locali e le associazioni presenti sul territorio nell’Educazione ambientale alla Sostenibilità? Ci può raccontare qualche esperienza sul territorio?
Le comunità locali svolgono un ruolo essenziale perché la sostenibilità non è una proprietà del singolo individuo, ma del sistema di relazioni che caratterizza una comunità. Per questo l’apprendimento non può essere confinato all’interno delle istituzioni scolastiche, ma deve coinvolgere l’intero territorio.
Associazioni, centri di educazione ambientale, ecomusei, fattorie didattiche, parchi, enti locali e organizzazioni del terzo settore rappresentano spazi privilegiati di apprendimento non formale. Sono luoghi nei quali cittadini di tutte le età possono fare esperienza diretta dei problemi e delle risorse del territorio, sviluppando senso di appartenenza, responsabilità e capacità di azione.
In Toscana, molte esperienze sviluppate nell’ambito del sistema regionale di educazione ambientale hanno mostrato l’importanza della costruzione di reti territoriali capaci di mettere in dialogo scuole, amministrazioni locali, associazioni e cittadini. I risultati più significativi sono stati ottenuti quando l’educazione ambientale è diventata un processo partecipato di lettura dei problemi del territorio e di progettazione condivisa delle soluzioni, piuttosto che una semplice attività informativa.
Questo approccio continua a caratterizzare quei territori che hanno avuto modo di sviluppare capacità di coprogettazione e lavoro di rete, grazie all’esperienza maturata nel Sistema toscano per l’Educazione Ambientale: penso al Mugello o alla Val di Sieve, solo per citare un esempio.
Anche strutture come il Laboratorio di Didattica Ambientale di Villa Demidoff, (LDA) svolgono un ruolo essenziale come “nodi” propositivi e catalizzatori di sinergie. LDA grazie alla collaborazione che si è consolidate negli anni con l’Ufficio Scolastico Regionale, con le Scuole, con l’Università e con numerosi attori del territorio regionale e nazionale (si pensi alla collaborazione con il WEEC o con IASS) rappresenta una pratica di eccellenza per la formazione di insegnanti e professionisti dell’educazione alla sostenibilità oltre a rappresentare uno spazio educativo dai più piccoli agli adulti.
Il tema della qualità è sempre stato centrale per le strategie di ARPAT. Gli indicatori di qualità per l’Educazione alla Sostenibilità ipotizzati nel 2005 sono tuttora validi?
Ritengo che il lavoro svolto dalla Regione Toscana e da ARPAT nei primi anni Duemila mantenga ancora oggi una straordinaria attualità. Gli indicatori di qualità elaborati allora non nascevano infatti come uno strumento tecnico di valutazione, ma come parte di una riflessione più ampia sul significato dell’educazione ambientale in una prospettiva di sviluppo sostenibile.
Già nel documento del 2005 emergeva con chiarezza la necessità di superare una concezione dell’educazione ambientale centrata esclusivamente sulla trasmissione di informazioni o sull’acquisizione di comportamenti corretti. L’attenzione era rivolta ai processi di apprendimento, alla partecipazione, al lavoro di rete, alla costruzione di cittadinanza attiva e alla capacità di affrontare la complessità. La qualità veniva interpretata attraverso diverse dimensioni della sostenibilità — ambientale, sociale, economica e istituzionale — rilette attraverso quella che veniva definita la “sostenibilità del sapere”.
A distanza di vent’anni, credo che proprio questo sia l’aspetto più innovativo e lungimirante di quel lavoro. Oggi parlerei infatti di “apprendimento sostenibile” per indicare la capacità dei processi educativi di generare conoscenze, competenze e atteggiamenti che non si esauriscono nell’acquisizione di contenuti, ma che consentono alle persone di interpretare criticamente la realtà, di collegare saperi diversi, di comprendere le relazioni tra fenomeni e di agire responsabilmente nei propri contesti di vita.
L’apprendimento sostenibile non coincide semplicemente con l’apprendere temi legati alla sostenibilità. È piuttosto un modo di apprendere che sviluppa pensiero sistemico, capacità di partecipazione, consapevolezza delle interdipendenze, disponibilità a confrontarsi con l’incertezza e con la complessità dei problemi contemporanei. In questo senso la sostenibilità riguarda il processo stesso in cui si costruisce conoscenza.
Naturalmente il contesto è profondamente cambiato. Oggi abbiamo l’Agenda 2030, la crisi climatica, la transizione ecologica e digitale, nuove disuguaglianze e nuove sfide educative. Tuttavia i principi che hanno generato gli indicatori di qualità – partecipazione, integrazione delle politiche, lavoro di rete, centralità dei processi di apprendimento, sostenibilità del sapere -rappresentano ancora un riferimento estremamente solido per ripensare la qualità dell’Educazione alla Sostenibilità nel presente.
