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ARPAT partecipa al V Forum acqua organizzato da Legambiente a Arezzo  

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Nuove sfide per il monitoraggio delle acque: più controlli su PFAS e inquinanti emergenti

Si è svolta ad Arezzo, in data 8 maggio 2026, la quinta edizione del Forum dell’Acqua organizzato da Legambiente, appuntamento che negli anni è diventato un momento di confronto sui temi legati alla gestione delle risorse idriche e agli effetti del cambiamento climatico.

Al centro dell’incontro, l’analisi del contesto climatologico attuale, considerato la cornice entro cui sviluppare ogni riflessione sulle politiche ambientali, dall’economia circolare alle energie rinnovabili. Secondo Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente Toscana, il cambiamento climatico rappresenta oggi il principale elemento attorno al quale ruotano le strategie di sostenibilità e pianificazione del territorio.

Nel corso delle varie edizioni il Forum ha affrontato numerosi temi legati all’acqua; quest’anno l’attenzione si è concentrata in particolare sull’“impronta idrica”, concetto che non riguarda soltanto la gestione della risorsa ma anche l’efficienza del suo utilizzo nei diversi settori produttivi e civili.

Un aspetto ritenuto fondamentale è la conoscenza reale della disponibilità d’acqua, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Comprendere quanta acqua è effettivamente disponibile, in quali condizioni e con quali prospettive future rappresenta infatti uno dei pilastri per valutare l’impronta idrica e individuare strategie efficaci di gestione.

Secondo quanto emerso durante il Forum, uno dei principali problemi resta però la mancanza di dati certi e condivisi. Attualmente esistono numerose stime, ma poche informazioni definitive e consolidate. Una situazione che rende complessa una pianificazione efficace dell’utilizzo della risorsa idrica e limita la possibilità di elaborare politiche realmente sostenibili nel lungo periodo.

A parlare in rappresentanza di ARPAT è Stefano Santi, responsabile del Dipartimento di Prato e coordinatore del gruppo di lavoro agenziale sulla risorsa idrica. Santi, che ha sostituito il direttore generale Pietro Rubellini, ha illustrato il lavoro svolto dall’Agenzia nel monitoraggio delle acque superficiali e sotterranee, concentrandosi anche sulle criticità ambientali legate ai nuovi inquinanti emergenti e agli effetti del cambiamento climatico.

Il monitoraggio delle risorse idriche è previsto dal Testo Unico Ambientale e deriva dalle direttive dell’Unione Europea, che stabiliscono modalità e criteri uniformi per tutti gli Stati membri. Esistono due principali tipologie di controllo: il monitoraggio di sorveglianza e quello operativo. La scelta dell’uno o dell’altro dipende dallo stato del corpo idrico analizzato e dalla presenza di pressioni o rischi legati alla qualità chimica ed ecologica delle acque.

Il monitoraggio operativo viene applicato ai corpi idrici considerati “a rischio”, cioè con probabilità di non raggiungere gli obiettivi di qualità previsti dalla normativa. Il monitoraggio di sorveglianza, invece, interessa aree prive di criticità rilevanti oppure situazioni che, pur non essendo gravi, richiedono comunque controlli costanti.

Le direttive europee sulle acque superficiali e sotterranee sono state aggiornate di recente, introducendo criteri ancora più severi e ampliando il numero e la tipologia delle sostanze da ricercare nei controlli ambientali. Tra queste figurano i PFAS, sostanze perfluoroalchilate persistenti prodotte dall’uomo, già rinvenute da tempo nelle stazioni di monitoraggio delle acque superficiali e, in alcuni casi, anche nelle falde sotterranee.

Accanto ai PFAS, crescono le preoccupazioni per gli inquinanti emergenti derivanti dai principi attivi dei medicinali. I farmaci assunti dall’uomo, infatti, vengono solo parzialmente metabolizzati dall’uomo e l’eccesso  viene espulso dall’organismo tramite le deiezioni, raggiungendo i depuratori. Gli impianti di trattamento non riescono però ad abbattere completamente queste sostanze, che arrivano così nei corsi d’acqua.

La nuova direttiva europea punta quindi a una riqualificazione del monitoraggio, sia attraverso la ricerca di contaminanti emergenti sia mediante l’utilizzo di sistemi innovativi e misurazioni in tempo reale. Per l’Unione Europea il monitoraggio rappresenta uno strumento essenziale per supportare le decisioni politiche ma anche le strategie di pianificazione e gestione della risorsa idrica da parte di enti come la Regione Toscana o il Distretto dell’Appennino.

ARPAT, in questo contesto, svolge il ruolo di produttore dei dati ambientali.

L’attività di monitoraggio delle acque superficiali e sotterranee è finanziata dalla Regione Toscana, con la quale l’Agenzia ha recentemente lavorato alla ridefinizione della rete di monitoraggio regionale. Attualmente vengono controllate 222 stazioni su fiumi e torrenti, 28 laghi e 12 punti di acque di transizione, cioè le aree in cui l’acqua dolce incontra quella salata. Per il loro monitoraggio delle acque sotterranee, invece, è attiva, dal 2002, una rete di oltre 500 stazioni.

I monitoraggi si articolano in cicli triennali. Il primo periodo ha riguardato gli anni 2019-2021, il secondo il triennio 2022-2024. I dati raccolti consentono di definire lo stato ecologico delle acque, suddiviso in cinque classi di qualità, e lo stato chimico, articolato invece in due classi. Sebbene le verifiche siano organizzate su base triennale, ARPAT controlla costantemente l’evoluzione dei corpi idrici anno dopo anno.

Le attività comprendono sia campionamenti chimici sia monitoraggi ecologici. Nel primo caso vengono ricercate sostanze di origine naturale e antropica presenti nell’acqua; nel secondo si analizzano macrofite, diatomee e macroinvertebrati, organismi utili per valutare lo stato di salute degli ecosistemi acquatici.

Un elemento sempre più rilevante è l’impatto del cambiamento climatico. La siccità, ad esempio, può prosciugare torrenti e fiumi rendendo impossibile il campionamento dell’acqua e compromettendo così il monitoraggio stesso. Al contrario, dopo lunghi periodi di siccità, piogge brevi ma molto intense possono provocare improvvise ondate di piena che alterano profondamente gli ecosistemi fluviali.

In questi casi, spiega ARPAT, un campione prelevato subito dopo l’evento può restituire l’immagine di un corso d’acqua apparentemente “morto” dal punto di vista ecologico. In realtà si tratta di effetti temporanei causati da fenomeni climatici estremi che spazzano via organismi e sedimenti presenti nell’alveo.

Le precipitazioni intense rappresentano inoltre un problema per la capacità del terreno di assorbire l’acqua: gran parte della pioggia, caduta in un tempo estremamente breve, tende a scorrere rapidamente verso i corsi d’acqua, aumentando il rischio di piene e riducendo la ricarica naturale delle falde.

Alla pressione del clima si aggiunge quella del sovrasfruttamento delle risorse idriche. È necessario migliorare la gestione della risorsa idrica, favorendo sistemi in grado di trattenere e restituire lentamente le acque meteoriche così da consentire ai suoli e alle falde di rigenerarsi.

Tra gli effetti del cambiamento del clima, osservati negli anni, vi è anche la diffusione di specie vegetali esotiche, individuate durante il monitoraggio delle diatomee e della vegetazione ripariale. In alcune aree queste specie potrebbero progressivamente sostituire la vegetazione autoctona se non intervenissero i consorzi di bonifica con l’espianto. L’aumento delle temperature favorisce infatti la loro espansione: in un torrente monitorato, un’area occupata da piante esotiche è passata, in un anno, da uno a tre metri quadrati.

Nonostante le criticità, lo stato delle acque toscane risulta “abbastanza buono”. Restano però diversi punti in cui la qualità non raggiunge ancora gli standard richiesti, soprattutto a causa degli effetti del cambiamento climatico e delle nuove pressioni ambientali che incidono direttamente sui corpi idrici e sulle attività di monitoraggio.