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Letture verdi, a colloquio con Francesco Ferrini

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Rubrica “Dialoghi con l’autore e l’autrice”. A colloquio con Francesco Ferrini

Francesco Ferrini e Ludovico Del Vecchio, rispettivamente docente di Arboricoltura e coltivazioni arboree all’Università di Firenze e scrittore di fiction green, sono gli autori di Cronache da un pianeta confuso tra illusione verde e speranza. Il saggio che descrive la crisi del Pianeta nell’era del cambiamento climatico è un libro divulgativo, utile e interessante, che nasce dal bisogno di comprendere la nostra epoca caratterizzata da crisi ambientali, tensioni sociali e accelerazioni tecnologiche e profonde incertezze.

Per la rubrica “Dialoghi con l’autore e l’autrice” abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Ferrini.

Cronache da un pianeta confuso a chi si rivolge?

Il titolo Cronache da un pianeta confuso sintetizza in modo efficace la cifra del libro: viviamo in un tempo in cui le dichiarazioni d’intenti ambientali convivono con scelte politiche, economiche e culturali che vanno in direzione opposta. Da un lato si piantano alberi, si organizzano conferenze sul clima, si proclamano obiettivi ambiziosi di neutralità carbonica; dall’altro si continua a cementificare, a investire in fonti fossili, a rimandare le decisioni strutturali. La confusione non è solo ecologica, è anche comunicativa e morale: tra negazionismo, slogan, greenwashing e disinformazione diventa difficile distinguere ciò che è fondato scientificamente da ciò che è semplice propaganda. Il libro si rivolge a chi non si rassegna a questa ambiguità, a chi crede che la difesa del Pianeta debba poggiare sulla buona scienza, su scelte coerenti e su una responsabilità condivisa. Non è un testo per specialisti, ma per cittadini, amministratori, insegnanti, studenti: per chiunque voglia passare dall’indignazione alla consapevolezza e dall’analisi all’azione.

Il libro offre una panoramica di alcune eccellenze che dimostrano che è possibile progettare spazi urbani più vivibili. Come le città possono affrontare le sfide climatiche?

Una parte centrale del volume è dedicata alle città, perché oggi è lì che si gioca una partita decisiva. Le aree urbane sono responsabili di una quota rilevante delle emissioni, ma sono anche i luoghi dove si possono sperimentare soluzioni avanzate. Alcune città nel mondo hanno dimostrato che è possibile affrontare le sfide climatiche con un approccio integrato: Copenhagen, dopo l’alluvione del 2011, ha trasformato la gestione delle acque meteoriche in un piano strutturale che combina ingegneria e natura, con parchi capaci di diventare bacini temporanei e strade progettate per convogliare l’acqua in eccesso. Melbourne ha avviato una strategia di forestazione urbana di lungo periodo per aumentare la copertura arborea e mitigare le isole di calore. Växjö, in Svezia, ha impostato la propria transizione energetica puntando con decisione sulle rinnovabili. Non si tratta di utopie, ma di politiche pubbliche coerenti, sostenute da visione e continuità amministrativa.

In Toscana, dove il rischio idrogeologico e le ondate di calore sono già evidenti, si potrebbero mutuare molte di queste buone pratiche: gestione integrata delle acque piovane, incremento strutturale della copertura arborea urbana, rigenerazione del costruito invece di ulteriore consumo di suolo, mobilità sostenibile realmente competitiva rispetto all’auto privata.

Cambiare le città significa concepirle come ecosistemi complessi, dove suolo, acqua, alberi, mobilità, salute e giustizia sociale sono elementi inseparabili. La rotta indicata è quella della rigenerazione, che cosa significa e come attuarla?

Il concetto di rigenerazione è decisivo. Non si tratta di una semplice “riqualificazione” estetica, ma di un ripensamento profondo della città come ecosistema complesso. Suolo, acqua, alberi, mobilità, salute e giustizia sociale non sono compartimenti stagni: sono elementi interdipendenti. Rigenerare significa recuperare spazi dismessi, restituire permeabilità ai suoli, creare connessioni ecologiche tra quartieri, migliorare la qualità dell’aria e al tempo stesso ridurre le disuguaglianze. Significa abbandonare l’idea di espansione indefinita e investire nel recupero intelligente dell’esistente. Per farlo serve una pianificazione a lungo termine, quella che nel libro viene evocata con l’immagine del cathedral thinking: costruire oggi qualcosa che darà i suoi frutti pienamente tra decenni.

Nel volume, Lei propone, aggiornandola la regola aurea del 3-30-300 ideata dall’ecologo forestale olandese Cecil Konijnendijk, secondo la quale ogni abitante di una città dovrebbe poter vedere 3 alberi dalla sua finestra, vivere in un quartiere di cui il 30% è alberato, e avere accesso a un parco o a una foresta a meno di 300 metri da casa o uno spazio verde di almeno 5000 m². Come deve essere declinata questa formula per una migliore vivibilità urbana?  

La regola del 3-30-300, proposta dall’ecologo forestale Cecil Konijnendijk, prevede che ogni cittadino debba poter vedere almeno tre alberi dalla finestra, vivere in un quartiere con almeno il 30% di copertura arborea e avere un’area verde significativa entro 300 metri non va letta come un’utopia irrealizzabile, soprattutto nelle nostre città storiche, ma come un parametro di riferimento. Non significa trasformare Firenze, Prato o Siena in foreste, bensì aumentare la qualità e la distribuzione del verde urbano, recuperare cortili, ridefinire piazze e strade, creare piccoli parchi di prossimità dove possibile. È una formula che stimola azioni concrete e misurabili, non un esercizio retorico.

In un mondo sempre più interconnesso, è facile imbattersi sui social in narrazioni non scientifiche che stravolgono la capacità collettiva di affrontare le sfide ecologiche come il cambiamento climatico. Come si previene quella che lei definisce la “diseducazione ambientale” anche in relazione alla diffusione di immagini artefatte prodotte dall’Intelligenza Artificiale?

Il libro dedica ampio spazio anche alla questione della diseducazione ambientale. L’educazione ambientale non è mera trasmissione di nozioni: è costruzione di competenze, di senso critico, di consapevolezza delle interconnessioni tra fenomeni. La diseducazione, invece, prospera nella diffusione di narrazioni non scientifiche, nella manipolazione dei dati, nel cherry-picking (un errore logico secondo cui si selezionano solo i dati che supportano una determinata posizione, ignorando il quadro), di informazioni decontestualizzate. In un’epoca in cui i social media amplificano qualsiasi contenuto e l’intelligenza artificiale consente di produrre immagini artefatte con estrema facilità, il rischio di confusione è enorme. Per questo è fondamentale rafforzare l’alfabetizzazione scientifica e pretendere che contenuti manipolati siano chiaramente identificabili. Senza un riferimento solido alla scienza, la discussione pubblica scivola rapidamente nella credulità o nell’ideologia.

Costruire una società più equa e più “educata” è una delle tesi del volume. Quale ruolo può svolgere l’Agenzia per promuovere informazione scientifica ed educazione ambientale in funzione delle varie fasce di popolazione?

In questo quadro, un’Agenzia pubblica può svolgere un ruolo cruciale: garantire informazione verificata, promuovere programmi di educazione ambientale calibrati sulle diverse fasce di popolazione, contrastare la disinformazione con dati chiari e accessibili, offrire strumenti pratici per la gestione sostenibile delle risorse. La credibilità istituzionale diventa un presidio contro il rumore di fondo della rete.

Si piantano alberi come gesto simbolico, si inaugurano piani verdi senza cambiare i modelli di consumo, si vernicia di green un sistema che resta identico a sé stesso. Le sfide ambientali sono intrinsecamente complesse, ma ogni singola azione conta e innesca un cambiamento. Come riconoscere le azioni di greenwashing?

Greencrowding, greenlighting, greenshifting, greenlabeling, greenhushing, il greenwashing si fa sempre più insidioso e per difendersi è necessario sapersi orientare tra i diversi termini che lo caratterizzano. Può farci alcuni esempi concreti che ci aiutino a smascherare chi da solo una mano di verde? La capacità di riconoscere il greenwashing, che nel libro viene descritto come una forma sofisticata di ipocrisia verde, è fondamentale per creare una reale “coscienza verde” e per sviluppare la capacità critica. Il greenwashing si manifesta quando si enfatizzano azioni marginali per nascondere pratiche strutturalmente insostenibili, quando si fissano obiettivi altisonanti senza indicare percorsi concreti e verificabili, quando si trasferisce la responsabilità esclusivamente sui consumatori. Oggi il greenwashing assume forme sempre più insidiose: dal greencrowding, che diluisce le responsabilità in grandi coalizioni, al greenshifting, che scarica la colpa sul cittadino, fino al greenhushing, che consiste nel non comunicare dati ambientali per evitare controlli. L’antidoto è uno solo: chiedere trasparenza, misurabilità, coerenza sistemica.

Il libro contiene un messaggio di speranza per salvare il Pianeta. Da dove iniziamo per combattere il negazionismo climatico?

Nonostante il tono critico, il messaggio finale del libro è di speranza, ma di una speranza attiva, non attendista. Il negazionismo climatico si combatte con la forza dei dati, con il richiamo al consenso scientifico consolidato e con l’esempio concreto di politiche efficaci. Non basta parlarne: occorre agire, a livello individuale e collettivo. Le scelte quotidiane contano, ma devono essere accompagnate da pressioni politiche per riforme strutturali. Il momento migliore per intervenire era decenni fa; il secondo momento migliore è adesso.