Letture verdi. Dialoghi con l’autrice e l’autore: a colloquio con Laura Marchetti
Intervista a Laura Marchetti, autrice di Alfabeti ecologici
Professoressa Marchetti, nel suo libro Alfabeti ecologici lei esprime alcune perplessità sulla volontà e sulla capacità della scuola di promuovere una vera alfabetizzazione ecologica. Oggi, a distanza di anni, qual è il suo giudizio sul ruolo della scuola?
Laura Marchetti: Se allora ero dubbiosa, oggi ho maturato una convinzione più netta: la scuola non sembra avere la volontà di veicolare autentici alfabeti ecologici. Lo dimostrano anche le recenti Indicazioni nazionali. Negli ultimi quattordici anni l’educazione ecologica è stata progressivamente ridimensionata fino a scomparire quasi del tutto, sostituita dall’educazione civica, finanziaria e dal senso della patria.
Perché considera problematica questa sostituzione?
Laura Marchetti: Perché l’idea stessa di patria, intesa come spazio delimitato da confini precisi, è molto distante dall’educazione ecologica. Penso, ad esempio, al concetto di “Terra patria” elaborato da Edgar Morin. L’educazione ecologica dovrebbe promuovere il senso di appartenenza terrestre: essere radicati in un luogo senza smettere di sentirsi cittadini del pianeta. Dovremmo prenderci cura del destino della Terra, non soltanto della nostra terra o, peggio ancora, del nostro orto.
Da dove bisognerebbe ripartire?
Laura Marchetti: Dall’alfabetizzazione ecologica, certamente, ma non solo attraverso la scuola. È necessario coinvolgere anche le comunità e le associazioni ambientaliste. Quando parliamo di alfabetizzazione ecologica dobbiamo immaginarla articolata su tre livelli.
Quali sono questi livelli?
Laura Marchetti: Il primo è quello individuale. Riguarda i nostri comportamenti, gli stili di vita, le pratiche quotidiane: recuperare, riusare, riciclare, scegliere la sobrietà nei consumi. Parliamo di piccoli gesti legati all’economia domestica, ma anche di scelte più ampie che coinvolgono l’edilizia, la mobilità e l’organizzazione della vita collettiva.
Il secondo livello è quello dell’ecologia politica. Qui devono intervenire gli Stati e gli organismi internazionali. È un ambito nel quale vedo grandi difficoltà. Pensiamo, per esempio, al mercato delle quote di emissione: i Paesi più ricchi possono continuare a inquinare acquistando quote dai Paesi più poveri. In questo modo si finisce per legittimare l’inquinamento e si crea una forma di eco-colonialismo.
Il terzo livello è il più difficile e anche quello sul quale la scuola dovrebbe insistere maggiormente: il passaggio dall’educazione ambientale all’educazione naturale. Personalmente non amo molto il termine “ambiente”, perché suggerisce qualcosa di esterno all’essere umano, una sorta di sfondo della vicenda umana. La parola “natura”, invece, ci ricorda che l’uomo è esso stesso un essere naturale.
Una prospettiva che richiama i teorici della complessità e dell’evoluzione?
Laura Marchetti: Esattamente. Chi si occupa di complessità insiste sulla storia naturale e sull’educazione naturale proprio perché colloca l’evoluzione umana all’interno dell’evoluzione animale. La scuola dovrebbe riportare al centro un pensiero naturale, persino materialista nel senso originario del termine, derivato da mater: madre, materia. Oggi tutto questo è molto lontano dai programmi scolastici e dai libri di testo. Eppure c’è stato un momento in cui la scuola sembrava andare in quella direzione. Penso, in particolare, alle indicazioni elaborate da Mauro Ceruti. In quel contesto si apriva la possibilità di un’educazione naturale capace di riconoscere l’origine naturale degli esseri umani.
Ascoltandola viene in mente il ritorno di una visione antropocentrica che sembrava essere stata messa in discussione negli anni passati ma che invece, oggi, sembra riaffacciarsi.
Laura Marchetti: È vero. Stiamo assistendo alla riaffermazione di molti “ismi”, compreso l’antropocentrismo, accompagnato dall’ascesa di una tecnologia che sembra voler costruire una seconda natura artificiale. Prima abbiamo distrutto la natura, ora vogliamo sostituirla.
In che modo?
Laura Marchetti: Attraverso l’artificializzazione di tutto: spiagge artificiali, neve artificiale, centri commerciali al posto di prati e boschi, verde attrezzato che invade le città. Le città contemporanee sono spesso vere e proprie “città Frankenstein”, organismi mostruosi che hanno perso il rapporto con la natura. Questa artificializzazione estrema rischia di impoverire l’essere umano, facendogli perdere capacità fondamentali: memoria, senso critico, fantasia, creatività, lettura, scrittura. Sono ferite prodotte dalla struttura stessa della tecnologia
Come possiamo reagire?
Laura Marchetti: Comprendendo che non tutte le risorse sono sfruttabili o monetizzabili. Esistono cose che hanno un valore intrinseco. Un parco non deve necessariamente servire a qualcosa. Una rosa non deve diventare per forza un profumo. Anche gli esseri umani non devono essere valutati soltanto in base alla loro produttività. Oggi la natura viene artificializzata proprio per renderla più produttiva. La scuola dovrebbe insegnare che esistono cose che non servono a niente, e proprio per questo sono preziose. Aristotele diceva che la filosofia non serve a niente e per questo non è schiava di nessuno.
Oggi, però, filosofia, poesia e studi umanistici vengono spesso considerati inutili, mentre tutti sono spinti verso le discipline scientifiche.
Laura Marchetti: È una questione complessa. Il femminismo e l’ecofemminismo nascono proprio come critica del mondo esistente e anche di una certa idea di scienza. Non basta aumentare il numero di donne nelle facoltà scientifiche se il modello di scienza resta quello cartesiano e se la narrazione storica continua a essere centrata esclusivamente sull’Europa e sul Nord America. Bisogna ripensare gli assi epistemologici della conoscenza per costruire una vera educazione ecologica.
Vorrei concludere questo nostro dialogo parlando dei più giovani. Lei vede nelle generazioni nate dopo il 2000 una sensibilità diversa verso queste tematiche?
Laura Marchetti: I giovani sono romantici, coraggiosi, planetari. Lo dimostrano anche le cronache recenti: vediamo ragazzi e ragazze che si mobilitano per contrastare le logiche della guerra imposte dalle generazioni più anziane. Sul piano ecologico sono certamente più sensibili: adottano stili di vita meno impattanti, scelgono più spesso diete vegetariane, si muovono in modo sostenibile, amano gli animali ma sono meno attrezzati culturalmente rispetto alle generazioni ambientaliste degli anni Novanta e Duemila. Quelle generazioni immaginavano un cambiamento radicale della società, del capitalismo, delle relazioni umane e dei modelli educativi. Non si limitavano a mitigare gli effetti del cambiamento climatico, ma coltivavano una vera utopia ecologica. Cercavano una rivoluzione che andasse alle radici dei problemi.
Per concludere, quale consiglio darebbe ad ARPAT per promuovere al meglio l’educazione ecologica?
Laura Marchetti: Suggerirei di aprirsi sempre di più alla cittadinanza, anche nel fare scienza. È importante sviluppare modelli di open science e valorizzare una scienza di comunità, costruiti insieme alle persone. Il sapere degli specialisti, dei tecnici e dei ricercatori è fondamentale, ma può diventare ancora più efficace se dialoga con la partecipazione attiva dei cittadini.
