Letture verdi, a colloquio con Barbara Nappini
Per la rubrica “Dialoghi con l’autore e l’autrice” proponiamo l’intervista a Barbara Nappini, Presidente di Slow Food Italia e autrice del libro “La natura bella delle cose”
Slow Food ha sempre sostenuto che il cibo non è solo nutrizione ma anche cultura, ambiente e giustizia sociale. Oggi, alla luce della crisi climatica, quanto è urgente ripensare il sistema alimentare?
Ripensare il sistema alimentare è urgente, già da un po’. Sebbene Slow Food abbia iniziato ormai quarant’anni fa ad evidenziare, con lungimiranza, alcune storture del modello di produzione e consumo, oggi le stesse sono sotto gli occhi di tutti: un Pianeta in cui convivono spreco e fame, in cui la metà delle superfici agricole è destinata a nutrire gli animali d’allevamento, in cui si muore di malnutrizione e di ipernutrizione, in cui gli ecosistemi sono sempre più compromessi, la biodiversità continua a deteriorarsi e il suolo perde fertilità, e l’intero comparto alimentare impatta per un terzo del totale delle emissioni di gas climalteranti, ripensare il modello globale alimentare non è solo urgente, è vitale: letteralmente.
Spesso si parla di sovranità alimentare. Come si traduce questo concetto nel contesto italiano ed europeo?
Se la sovranità alimentare fosse realizzata, avremmo probabilmente risolto gran parte dei problemi che gli stati affrontano. La sovranità alimentare, che spesso in Italia viene confusa col “made in Italy”, è un diritto: il diritto dei popoli di nutrirsi nel modo più appropriato sotto il profilo nutrizionale, ambientale ma anche culturale e identitario, e quindi di determinare le proprie politiche agricole/produttive. Troppo spesso invece le politiche alimentari sono influenzate da imponenti interessi economici privati e specifici che condizionano i decisori politici. D’altronde siamo portati a pensare che la sovranità alimentare riguardi altri paesi, pensiamo all’Africa per esempio: in Burkina Faso è più facile trovare la Fanta che l’acqua potabile, ma anche in Europa e in Italia la società civile è spesso molto lontana dai processi produttivi e distributivi e non ha tutti gli strumenti per poter compiere scelte alimentari consapevoli e ponderate, così ci si ritrova a nutrirci con ciò che ci viene proposto, più che con ciò che “decidiamo”. Rimettere al centro delle decisioni politiche il bene dei popoli e sottrarre il cibo alle speculazioni finanziarie, sarebbero due passi importanti verso la sovranità alimentare.
La perdita di biodiversità agricola è uno dei fenomeni più preoccupanti degli ultimi decenni: secondo la FAO il 75% delle varietà coltivate è scomparso nel corso del Novecento. Quale ruolo può svolgere la rete dei Presìdi Slow Food nel contrastare questa tendenza?
Il progetto dei Presìdi Slow Food nasce per tutelare cibi a rischio estinzione: e cos’è questo se non contrasto alla perdita di biodiversità? Oggi siamo a 400 cibi tutelati in Italia, più di duemila produttori coinvolti, un patrimonio inestimabile di biodiversità genetica ma anche di paesaggi, saperi, storie, comunità. E poi abbiamo l’Arca del Gusto: progetto di catalogazione di trasformati, razze animali, varietà vegetali che compongono un mosaico prezioso da celebrare e proteggere. Cos’è in fondo la biodiversità se non la nostra capacità di rispondere ai cambiamenti? È garanzia di sopravvivenza che quindi deve essere difesa non per nostalgia, ma per amore del futuro e delle nuove generazioni.
Progetti come Orto in condotta mostrano che l’educazione alimentare può diventare anche educazione ambientale. Che risultati avete osservato negli ultimi anni?
Abbiamo osservato come le giovani generazioni siano sensibili alle questioni ambientali e climatiche: probabilmente molto più di quanto fossimo noi alla stessa età. Abbiamo visto che l’orto nelle scuole, ma anche in altri luoghi collettivi come ospedali, biblioteche, quartieri di città, è uno strumento fondamentale per scoprire le correlazioni tra quei temi e le scelte alimentari, per instaurare un rapporto spontaneo, precoce e intimo con la natura, per costruire un dialogo consapevole e di piacere col cibo, in un paese come il nostro in cui i disturbi alimentari interessano due milioni di persone in età evolutiva, con un aumento del 60% dal Covid in poi. In orto si scoprono abilità diverse nelle bambine e nei bambini, si sperimenta l’insuccesso che è prezioso e formativo, si impara ad attendere, cosa che in una società “fast” come la nostra, ci riconnette ai tempi della Natura, che sono in fondo anche i nostri. Inoltre, gli alunni e le alunne diventano ambasciatori a casa di ciò che imparano, diventando leve di cambiamento anche in famiglia!
Che ruolo dovrebbero avere le politiche pubbliche nel promuovere filiere corte e agricoltura di piccola scala?
Le politiche sono del tutto determinanti nel disegnare un sistema alimentare amico del clima, degli ecosistemi, delle comunità e della salute pubblica. Quello che vediamo accadere intorno a noi non è fatalità: avviene in conseguenza di decisioni prese (o non prese…). Se tra il 2000 e il 2020 il numero di aziende agricole si è dimezzato, questo è perché sono state fatte scelte che andavano ad incentivare le dimensioni (quindi la quantità di suolo agricolo) senza tener troppo conto della qualità delle coltivazioni: sia in termini di pratiche agronomiche, sia in termini di ricadute socioeconomiche, sia in relazione alla configurazione dei territori, al rischio di abbandono di certe zone e al dissesto idrogeologico. Le celeberrime “eccellenze italiane” sono frutto di secoli di agricoltura artigianale di piccola scala e il 92% delle DOP e delle IGP sono prodotte nelle aree montane minori. A nostro avviso questa agricoltura non deve solo essere sostenuta, ma deve essere un ambito per ripensare il futuro delle aree interne e dell’Italia tutta, che, ricordiamo, è al 70% costituita da territorio collinare e montano. In questo quadro, politiche del cibo attente potrebbero fare la differenza: potrebbero privilegiare e sostenere chi fa agricoltura di qualità sia in termini di prodotto che di sostenibilità ambientale, potrebbero facilitare l’accesso al mercato e un rapporto diretto e paritetico tra città e campagna, potrebbero agevolare un approvvigionamento in questa direzione per l’ambito della ristorazione collettiva che sposta ogni giorno tonnellate e tonnellate di cibo se pensiamo a scuole, ospedali, carceri e aziende. Insomma, sì: le politiche possono essere determinanti, se crediamo che un presente e un futuro più giusti siano urgenti anche a partire dal cibo!
Se dovesse indicare tre azioni concrete che ogni cittadino può compiere per contribuire a un sistema alimentare più sostenibile, quali sceglierebbe?
La prima è “interessarsi”: del cibo, che a differenza di ogni altra merce “diventa noi”, non sappiamo quasi nulla. Invece dovremmo appassionarcene smodatamente: chi lo ha fatto, dove, in quali condizioni contrattuali, utilizzando quali pratiche agronomiche e con quali ricadute. Interessarsi del nostro cibo è la prima azione quanto mai concreta da fare: leggere le etichette e chiedere informazioni a chi ci vende il cibo ci rende soggetti attivi che capiscono e valutano il cibo di cui si nutrono. La seconda azione è preferire negli acquisti materia prima non trasformata: è più facile capire la qualità del prodotto, ci consente di riappropriarci dei saperi della cucina, ci permette di decidere quale tipo di agricoltura sostenere e valorizzare maggiormente il lavoro dei contadini. La terza è conoscere e rispettare stagionalità e territorialità: ogni periodo dell’anno ci propone naturalmente i prodotti contenenti i nutrienti di cui il nostro organismo ha bisogno, mentre i prodotti di serra, oltre a non essere paragonabili con quelli cresciuti al sole e al clima adeguato, hanno un impatto ambientale rilevante. In Italia i territori sono capaci di offrire una varietà immensa di prodotti autoctoni, mangiare cibo del territorio significa promuovere un’economia locale e circolare diffusa, significa valorizzare i contadini e i loro saperi secolari, significa contrastare lo spopolamento delle aree rurali e salvaguardare comunità e paesaggi: significa contribuire a un futuro buono pulito e giusto per tutte e tutti
Nel suo libro “La natura bella delle cose” lei sottolinea come il cambiamento profondo sia spesso sostenuto soprattutto da chi ha meno da perdere o nulla da perdere, mentre chi gode di maggiori “privilegi” tende a difendere lo status quo. Non c’è il rischio che questa lettura finisca per accentuare una contrapposizione, un dualismo, tra “chi non ha nulla da perdere” e “chi difende i propri vantaggi”, che oggi sono per la maggiore parte sempre più sfilacciati? Potrebbe essere più efficace immaginare la transizione ecologica, ambientale e alimentare come un processo di redistribuzione più equa delle risorse e delle opportunità, capace di generare benefici collettivi e condivisi?
Credo che la contrapposizione a cui lei fa riferimento non sia generata dalla mia affermazione che è comunque propositiva, ma è la lettura del reale: l’1% della popolazione mondiale detiene il 45% della ricchezza globale, mentre la metà più povera della popolazione ne possiede una quota quasi nulla. È un dualismo inedito: una configurazione mai verificatasi prima nella storia degli esseri umani ed una tendenza in crescita. Questo, ci tengo a sottolinearlo, determina anche disparità ambientali: il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile del 50% delle emissioni climalteranti. Allora è certo che la transizione ecologica (che forse dovrebbe diventare una decisa “conversione”!) deve essere anche sociale! È tempo di mettere in discussione il modello che prevede e produce tali iniquità e non limitarci a mitigarne gli effetti. Noi crediamo nel diritto di tutte e tutti ad una vita di pace e prosperità e al cibo buono pulito e giusto che la nutre. Crediamo nel potere delle idee e nella capacità degli esseri umani di agire per modificare il corso degli eventi. In questo senso abbiamo fiducia nelle donne e nei giovani che possono farsi interpreti di una lettura onesta del presente e sperimentare e proporre cambiamenti a beneficio non di alcune categorie, ma della collettività. Come ha insegnato Papa Francesco con la sua ecologia integrale, ci salveremo davvero, solo se ci salviamo tutti
