Intervista a Pierluigi Verardo, esperto di pollini di Arpa FVG, nonché referente regionale per la rete Pollnet
Esiste una relazione tra cambiamenti climatici e pollini, in termini di stagionalità e concentrazione?
Una relazione c’è, anche se le serie storiche dei dati pollinici sono solo di qualche decennio, molto più brevi di quelle delle temperature. Tuttavia in questi ultimi vent’anni i dati di Arpa FVG mostrano cambiamenti anche molto significativi nel comportamento delle fioriture di alcune specie vegetali. In generale si vede un aumento della quantità di polline in aria nell’ultimo decennio.
Quali specie sono più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici?
È difficile dare una risposta univoca: una delle caratteristiche della nostra penisola è di avere una varietà di climi e di vegetazione molto diversa da nord a sud. Nel Friuli Venezia Giulia, tuttavia, vediamo che gli inverni più temperati e umidi influiscono sulla fioritura degli alberi delle del bosco mesofilo. Specie come faggio, carpino, acero, castagno hanno aumentato la produzione di polline anche oltre 10 volte rispetto al decennio precedente. Questo non influisce solo a livello allergologico, ma crea uno squilibrio anche nell’ecologia del bosco.
Come si può far fronte a questi impatti?
L’aumento di temperatura e umidità ha degli effetti sulle specie vegetali che non sono facilmente prevedibili, data la complessità della risposta fisiologica delle piante e i complessi equilibri dell’ecosistema in cui vivono. È importante il monitoraggio continuo del polline in aria nelle diverse aree bioclimatiche per dare informazioni puntuali agli utenti (persone allergiche e sanitari) e per studiare l’evoluzione del fenomeno.
Quali parametri climatici influenzano maggiormente la stagionalità e la concentrazione pollinica?
È stato riscontrato che temperatura e umidità invernali hanno effetti sul bosco. Più a lungo termine i principali dati climatici, quali temperatura, giorni e quantità di pioggia, influiscono sul cambiamento della vegetazione, con specie che competono meglio di altre nella nuova situazione.
Come si misura la relazione tra cambiamenti climatici e pollini?
A livello nazionale la rete di monitoraggio POLLnet, che coordina le stazioni di monitoraggio delle Arpa regionali, elabora degli indici sintetici che riassumono con dei numeri la situazione dei pollini in ogni singola città dove c’è un campionatore di pollini e producendo dei report nazionali che vengono pubblicati ogni anno da ISPRA, con i quali si può seguire l’evoluzione della situazione negli anni. In particolare si può analizzare l’evoluzione del polline di una data specie allergenica all’interno della Pianura Padana o dell’Appennino o in un grosso centro urbano.
L’introduzione delle specie aliene è uno degli effetti dei cambiamenti climatici: tra queste specie, quali sono quelle a maggior valenza allergenica?
Non sempre l’introduzione e l’espansione di specie aliene è l’effetto del cambiamento climatico. Ci sono altri fattori come il consumo o il disturbo del suolo, la deforestazione o pratiche di agricoltura intensiva. In generale, anche il cambiamento climatico può favorire la diffusione di specie che fino a qualche decennio fa non erano presenti nel territorio italiano, che sfruttano sia le loro capacità adattative che lo stato di sofferenza di alcune specie autoctone in un contesto più caldo. Tra le piante erbacee abbiamo Ambrosia e Artemisia, tra quelle arboree la brussonezia, l’ailanto e la quercia rossa.
Immagine di copertina di Rosy / Bad Homburg / Germany da Pixabay
