“Green competences” per promuovere il pensiero sistemico in tutto l’arco della vita
Intervista a Antonella Bachiorri, coordinatrice del Laboratorio di ricerca interdisciplinare per l’Educazione ambientale alla Sostenibilità (CIREA) dell’Università di Parma
Come può l’educazione contribuire a una cultura della sostenibilità non solo tecnica, ma anche sociale ed etica?
L’educazione, nei diversi contesti formali, non formali e informali, può svolgere un ruolo decisivo nella promozione di una cultura della sostenibilità, a condizione che non venga ridotta alla semplice trasmissione di conoscenze (soprattutto tecnico-scientifiche) o all’acquisizione di comportamenti corretti e standardizzati.
A partire dalla mia esperienza personale e professionale, ho maturato la convinzione che uno degli snodi educativi più rilevanti consiste nello stimolare le persone ad andare in profondità, mettendo in discussione rappresentazioni semplificate, stereotipate o parziali della sostenibilità che tendono spesso a farla coincidere quasi esclusivamente con la dimensione ambientale o con l’adozione di soluzioni tecnologiche, trascurandone invece la natura complessa (socio-economica-ecologica), nonché i fondamenti etici e valoriali.
In una prospettiva educativa, questa consapevolezza richiede di lavorare non solo sul “cosa” ma soprattutto sul “come” si apprende. La sostenibilità quindi, a mio avviso, non può essere proposta come un insieme di comportamenti prescrittivi o di soluzioni già pronte, ma come una pratica riflessiva, situata e trasformativa. Questo approccio si collega direttamente alla necessità di promuovere una cultura della sostenibilità che coinvolga le persone lungo tutto l’arco della vita, in una prospettiva di lifelong learning, capace di coinvolgere cittadini e cittadine in contesti diversi e di accompagnarli nello sviluppo di competenze non solo cognitive, ma anche etiche, relazionali e partecipative. In questo modo l’educazione alla sostenibilità può davvero contribuire a promuovere una cultura della sostenibilità, intesa come progetto culturale, sociale e democratico.
Quali “Green competences” sono oggi più urgenti per le nuove generazioni e per il mondo del lavoro?
Individuare un elenco di competenze “più urgenti” mi sembra inopportuno, perché le cosiddette GreenComp non possono essere considerate come abilità isolate o gerarchizzabili in modo rigido in quanto costituiscono un insieme integrato, dinamico e profondamente interrelato di conoscenze, atteggiamenti, valori e capacità operative.
In questo senso, tutte le GreenComp risultano importanti, proprio perché ciascuna contribuisce, da una prospettiva specifica, alla promozione di una cultura della sostenibilità. Pur con queste precisazioni, alcune dimensioni mi sembrano strategiche: il pensiero sistemico, che coglie le relazioni tra fenomeni ambientali, sociali, economici e culturali; il pensiero critico, indispensabile per valutare fonti e dati, riconoscere bias e distinguere evidenze, opinioni e interessi; la capacità di pensare il futuro, immaginando scenari alternativi e attribuendo valore alle scelte di lungo periodo. Centrale è anche la dimensione etica e partecipativa: assumere responsabilità, collaborare e contribuire a processi inclusivi.
In sintesi, più che individuare singole competenze prioritarie in modo separato, mi sembra necessario riconoscere il significato e il valore della loro interconnessione. Infatti, le GreenComp permettono di tenere insieme conoscenza, responsabilità, immaginazione, capacità critica e azione trasformativa: elementi indispensabili per le nuove generazioni e per un mondo del lavoro chiamato non solo ad adattarsi alla transizione ecologica, ma a contribuire attivamente alla sua costruzione.
In che modo l’educazione alla sostenibilità può sviluppare senso critico rispetto alle disuguaglianze ambientali e sociali?
L’educazione alla sostenibilità può rappresentare uno spazio privilegiato per sviluppare senso critico rispetto alle disuguaglianze ambientali e sociali, a condizione che sia affrontata nella sua complessità e non ridotta alla sola dimensione ecologica. Essa richiede infatti l’intreccio tra questioni ambientali, sociali, economiche, culturali ed etiche, oltre ad un approccio critico e interdisciplinare, al fine di leggere i legami tra modelli di sviluppo, accesso alle risorse e ingiustizie sociali e di mettere in discussione narrazioni che presentano le questioni ambientali come neutre o puramente tecniche.
In questo senso, l’educazione alla sostenibilità diventa un’opportunità attraverso cui leggere criticamente la realtà in termini di giustizia ambientale e sociale, al fine di comprendere che non si tratta soltanto di “proteggere l’ambiente”, ma di interrogarsi su chi beneficia di determinati modelli di sviluppo, chi ne sostiene i costi, quali voci vengono ascoltate nei processi decisionali e quali, invece, rimangono marginalizzate, anche in una prospettiva intragenerazionale e intergenerazionale.
Così intesa, l’educazione alla sostenibilità apre uno spazio di consapevolezza etica, politica e sociale formando persone capaci di leggere le disuguaglianze, di riconoscere le interdipendenze tra sistemi naturali e sistemi sociali e di partecipare alla costruzione di comunità più giuste, responsabili e sostenibili.
Quali sono le principali difficoltà che le istituzioni educative incontrano nell’integrare la sostenibilità nei percorsi formativi?
Le difficoltà, a mio avviso, sono in larga parte sia culturali, che strutturali e organizzative in quanto non si tratta soltanto di aggiungere contenuti “green” ai curricula, ma di ripensare finalità, metodi e pratiche educative. Un ostacolo riguarda le rigidità organizzative che ancora caratterizzano molti contesti formativi. Tempi, spazi, programmi e modalità di valutazione spesso rendono complesso introdurre approcci realmente trasversali, interdisciplinari e partecipativi. A ciò si collega la frammentazione disciplinare, che ostacola una visione integrata dei problemi. Un altro nodo riguarda il passaggio da un approccio teorico e trasmissivo a uno esperienziale e trasformativo, in cui studenti e studentesse siano messi in grado di interrogare la realtà e di tradurre le conoscenze in azione.
In questo quadro, anche la formazione dei docenti rappresenta un elemento cruciale. Senza un adeguato supporto professionale, senza tempi e spazi dedicati alla progettazione condivisa, all’interdisciplinarità e all’innovazione metodologica, è difficile che la sostenibilità riesca ad essere integrata in modo significativo e non episodico nei curricula.
Un’ulteriore difficoltà che vorrei richiamare, inoltre, riguarda il rischio di ridurre la sostenibilità a iniziative occasionali, progetti isolati o pratiche simboliche, che non incidono realmente sulla cultura educativa dell’istituzione.
In sintesi, la sfida principale per le istituzioni educative, a mio avviso, consiste nel passare da una sostenibilità “aggiunta” ai percorsi formativi a una sostenibilità assunta come paradigma educativo trasversale. Ciò richiede visione istituzionale, formazione continua, collaborazione tra docenti, apertura al territorio e disponibilità a ripensare le pratiche educative in chiave critica, interdisciplinare e trasformativa.
Come immagina l’evoluzione delle competenze verdi e quale ruolo potranno avere università e agenzie come ARPAT?
Più che interrogarsi sull’evoluzione delle competenze verdi, mi sembra urgente riflettere sulle condizioni che permettono a tali competenze di diventare praticabili nei contesti educativi, professionali e sociali. Il rischio, infatti, è che le Green competences restino un riferimento formale: presenti nei documenti, ma poco conosciute e poco integrate nella didattica ordinaria e nei processi decisionali.
Le università hanno una responsabilità cruciale: non solo formare sui temi della sostenibilità, ma agire come modelli di coerenza istituzionale, integrando la sostenibilità nella didattica, nella ricerca e nella terza missione. Accanto alle università, agenzie come ARPAT possono svolgere un ruolo strategico di mediazione tra conoscenza scientifica, istituzioni, territori e cittadini. Rendere i dati ambientali comprensibili e utilizzabili significa sostenere decisioni informate e rafforzare una cultura fondata su evidenze e responsabilità condivisa.
In questa prospettiva, l’evoluzione delle competenze verdi dipenderà sempre più dalla capacità di costruire sistemi educativi e istituzionali coerenti, nei quali università, agenzie ambientali, scuole, territori, imprese e cittadini possano collaborare in modo stabile (ne sono già un esempio le reti di educazione alla sostenibilità in alcune realtà regionali). Le green competences non si sviluppano infatti in astratto, ma dentro contesti che rendono possibile esercitare pensiero sistemico, senso critico, responsabilità, partecipazione e immaginazione del futuro.
La sfida, dunque, a mio avviso, non è soltanto aggiornare i repertori di competenze, ma creare le condizioni culturali, organizzative e politiche perché esse possano incidere realmente sulle pratiche formative, professionali e sociali. Solo così le competenze verdi potranno diventare non un linguaggio formale della transizione ecologica, ma una leva concreta per trasformare i modi di apprendere, lavorare, decidere e abitare i territori.
