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Un intervento dell'Unione italiana degli esperti ambientali

07/01/2014 15:00

In merito al decreto legge sulla "terra dei fuochi" (n. 136 del 10 dicembre 2013) “Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali ed a favorire lo sviluppo delle aree interessate”.

Segnaliamo l'interessante intervento dell'Unione Italiana degli Esperti Ambientali (UNIDEA), che riproponiamo di seguito, con una osservazione, che il tema delle delle bonifiche e del traffico illecito dei rifiiuti non si risolverá mai sino a che non ci sará un adeguata offerta di impianti di gestione dei rifiuti anche speciali e pericolosi su tutto il territorio Nazionale. È come durante il proibizionismo, se una determinata merce o servizio manca perché proibito, ci pensa la malavita.
 

"Un raggio di sole illumina la belle cuvette, come Benedetto Croce non voleva fosse definito il Golfo di Napoli: terra in verità bellissima, affascinante e disperata; terra da sempre oggetto di ammirazione e curiosità di intellettuali di mezzo mondo, ma anche di loschi interessi criminali e di intrecci inconfessabili, fino a farla definire “terra dei fuochi”, nell’incapacità di trovare vie d’uscita da un diffuso inquinamento causato da un malaffare ambientale miliardario, accomunando nel degrado senza distinzione tutto il territorio e le relative produzioni.

Il raggio di sole è il decreto-legge che il governo ha approvato e che dovrebbe essere la colonna portante di una svolta definitiva o almeno uno dei punti d’appoggio per l’inizio del più complessivo riscatto civile e rilancio sociale e produttivo. La storia è ben nota: la piana campana è disseminata di aree nelle quali, da molti anni, in modo più o meno occulto, sono stati sotterrati milioni di tonnellate di rifiuti di tutti i tipi, contaminando suolo, sottosuolo e acque di falda, con gravi ripercussioni sulla salute della popolazione e discredito generalizzato sulle produzioni agroalimentari di pregio della zona. Le cronache giudiziarie hanno messo in evidenza uno stato di cose sommerso, ma che non era sfuggito agli osservatori più attenti dei fatti ambientali. Fin dalle prime statistiche presuntive sulla produzione di rifiuti degli anni 80 era evidente che questa, in particolare per quelli pericolosi dal nord Italia - per non parlare di quelli urbani prodotti in loco – è sempre stata ben superiore al quantitativo smaltito regolarmente. Le vie di smaltimento “sommerse” hanno interessato le cronache giudiziarie e mediatiche a più riprese. Ricordate: le “navi dei veleni” (Karin B, Jolly Rosso, etc.), ma anche “carrette del mare” affondate oltre la piattaforma continentale; infine le discariche abusive, il cui terminale ultimo del percorso occulto, ma lucroso, dall’operosa “padania” era spesso l’area partenopea (e forse non solo). Lo spinoso argomento riempiva per qualche settimana le cronache, per poi sparire e non veniva affrontato seriamente in termini organici di programmazione e controllo sia in sede preventiva, sia emergenziale, se non per interventi spot.

Ora il governo, almeno per quanto riguarda la piana campana, con un breve, ma molto efficace decreto-legge ha aggredito i nodi salienti ed impostato correttamente un vasto ed impegnativo programma, che in qualche anno consentirà il ripristino delle condizioni di sicurezza e qualità ambientali inalienabili soprattutto nell’area vesuviana.

Il DL appare molto ben organizzato ed articolato, secondo una visione chiara, ampia ed organica. Le scelte operate di natura giuridica, tecnico-amministrativa e finanziaria, infatti, coprono varie esigenze evidenziate nella grave situazione fino ad ora nota e consentirà di far emergere i purtroppo (temiamo) molti casi ancora da svelare, che solamente un monitoraggio sistematico ad ampio raggio e con mezzi innovativi potrà mettere in luce.

Il decreto stesso è decisamente innovativo ed apprezzabile nei modi e nei termini che vengono deliberati nei pochi, ma stringenti articoli che riguardano l’argomento (Artt. 1 – 5; tralasciamo gli altri di oggetto diverso, che qui hanno trovato un viatico). Ne sottolineiamo alcuni che ci hanno favorevolmente colpito, in particolare:

  • Il razionale approccio alla definizione delle aree contaminate, con il coinvolgimento in modo sussidiario e funzionale di tutti gli organi ed enti che possono contribuire al miglior esito dell’azione cognitiva di monitoraggio e di risanamento e di prevenzione, soprattutto attribuendo correttamente a ciascun istituto/organo/ente la propria peculiare professionalità. In particolare gli organi tecnici, tra cui ISPRA ed ARPA, sono finalmente, almeno per gli obiettivi del decreto, posti in prima linea, con i corpi di polizia e gli altri organi statali e locali in funzione sussidiaria; (è appena il caso di notare che anche all’art. 8, assieme a indicazioni sulle modalità di campionamento dei suoli, è del pari valorizzata la funzione di ARPA Puglia nel difficile e complesso caso dell’ILVA di Taranto, a conferma della fiducia nel lavoro dell’Agenzia);
  • la parallela azione di valorizzazione e sviluppo dell’area, vera e propria base di marketing territoriale;
  • un’azione giudiziaria, che riequilibra un dettato normativo altrimenti palesemente carente ed obsoleto nella sua parte sanzionatoria;
  • è prevista finalmente una collaborazione fattiva tra istituzioni di governo e magistratura, altrimenti tra loro affette da incomunicabilità, con gravi conseguenze sul piano operativo e di tutela ambientale e sanitaria, almeno per casi come questi, ma (ci auguriamo) anche in via più generale;
  • un supporto finanziario da Fondi comunitari, adeguato alle esigenze che si prospettano molto gravose; sono infatti prevedibili interventi per la messa in sicurezza e/o bonifica dei terreni (ma anche degli acquiferi contaminati, che non possono essere ignorati) di assoluto rilievo tecnico ed economico.

Siamo solamente al primo passo, ma chi ben comincia … Il D.L., fin d’ora operante, impone tempi ristretti per ottenere i primi risultati, disegnando tuttavia un percorso di prospettiva assai ampia. Esso dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni e forse nell’occasione potrà ancora essere migliorato, affrontando, ad esempio, problemi ancora irrisolti:

  • Il decreto non affronta lo spinoso tema della qualità dei suoli ad uso agricolo, limitandosi ad una generica indicazione circa la identificazione di quelli oggetto di sversamenti. La non idoneità dei suoli all’uso agricoli non può essere lasciata nell’attuale indeterminatezza legislativa, sebbene sia non certo di facile definizione. E’ da tenere in conto infatti che quanto previsto dal 152/06 per i limiti di destinazione d’uso dei suoli non pare idoneo a discriminare quelli da destinarsi ad uso agricolo comune o a coltivazioni speciali indicate nel decreto stesso (“colture diverse”). Lo stesso utilizzo a vari scopi di queste ultime, del resto, appare problematico o comunque degno di cenno e approfondimento. Tuttavia tali argomenti potrebbero essere affidati al Comitato Interministeriale ed alla Commissione previsti, con gli stessi tempi di definizione indicati per le altre attribuzioni ed assumere una valenza più generale. Gli enti ed organismi coinvolti nel processo decisionale potrebbero svolgere una funzione di supporto tecnico, partendo da raccolta di una review internazionale dei limiti accettati/indicati, formulando un primo approccio, che potrebbe essere affinato nel tempo con successivi aggiornamenti.
  • Il decreto limita il suo intervento ai soli “terreni”. Sarebbe di grande utilità e senz’altro da prevedere una perimetrazione delle aree a cui sono sottesi acquiferi contaminati, da porre in relazione al continuum suolo-sottosuolo-falde, che gli scarichi o sversamenti in superficie ed in profondità hanno coinvolto. Tale perimetrazione e relativa valutazione, sia per quanto attiene la classificazione, sia per la bonifica, non può prescindere da una cartografia sulla vulnerabilità degli acquiferi all’inquinamento, che il GNDCI-CNR da anni ha messo a disposizione anche per vaste aree della Campania. Infine sono da considerare anche talune condizioni facilmente individuabili, in cui le acque di falda presentano caratteristiche chimiche particolari, non riconducibili a situazioni di contaminazione antropica, ma naturale (es.: elevati contenuti di arsenico, manganese, ferro, ammonio etc. di derivazione naturale), che devono essere comunque evidenziate, valutando l’eventuale relativo impatto ambientale e sanitario di queste e delle acque contaminate ed utilizzate a scopi agricoli.
  • Meriterebbe che fosse parallelamente anche impostato un vasto programma di raccolta di dati epidemiologici.
  • Individuazione di strumenti permanenti di informazione delle attività alle popolazioni coinvolte;
  • Infine, ove non espressamente già affrontato in altra sede, potrebbe essere l’occasione per risolvere il clamoroso problema dei diversi milioni di tonnellate (7 – 8?) di eco-balle da rifiuti urbani trattati, stoccate nel napoletano ed in via di progressivo deterioramento. L’uso di Fondi europei, anche in questo caso, sarebbe assai utile. Da considerare infatti che per lo smaltimento di questa immane massa di rifiuti, che non può essere lasciata nelle attuali condizioni, sarebbero necessari interventi straordinari, in loco, in via prioritaria esclusivamente di termovalorizzazione (con stringenti garanzie di controllo delle emissioni): un impianto dedicato, a seconda della potenzialità, lavorerebbe per almeno 10 - 20 anni.

Col decreto legge si è dunque fatto un primo passo, a cui dovranno essere affiancati altri strumenti di governo e controllo più complessivi del sistema di smaltimento dei rifiuti, taluni esistenti, ma in sofferente e colpevole ritardo, come, ad esempio, il SISTRI, per prevenire il ripetersi di situazioni di crisi come quella attuale. (a.zavatti@unideaweb.it)"

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