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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
n. 007 - Martedì 13 gennaio 2015

Open Data: una sfida per l’ambiente


Un interessante articolo apparso su Micron, la rivista di ARPA Umbria. Gli Open Data sono un modo di pensare alla nostra società, la filosofia secondo cui tutti i dati che vengono prodotti dalle pubbliche amministrazioni e dagli enti devono essere resi pubblici ai cittadini stessi in maniera libera e aperta, per fare in modo che tutti possano leggerli, ma soprattutto riutilizzarli e trasformarli in servizi per la comunità

La rivista di ARPA Umbria, Micron, della quale abbiamo intervistato il direttore qualche settimana fa, ha ospitato nel suo ultimo numero, una interessante riflessione della giornalista scientifica Cristina Da Rold, sul tema "Open Data: una sfida per l’ambiente".

Poichè riteniamo questo tema di grande interesse, riproponiamo quindi il testo dell'articolo.

"Probabilmente fra cent’anni o magari anche meno, nei libri di storia dei nostri nipoti il termine Open Data comparirà tra le parole chiave di questo nostro decennio. Dati aperti, dati grezzi, dati crudi, come vengono da più parti definiti, Big Data, per utilizzare una locuzione internazionale, sono senza dubbio nel periodo che stiamo vivendo sinonimo di rivoluzione culturale.

Gli Open Data sono infatti un modo di pensare alla nostra società, la filosofia secondo cui tutti i dati che vengono prodotti dalle pubbliche amministrazioni e dagli enti che sono mantenuti anche dalle tasse dei contribuenti, devono essere resi pubblici ai cittadini stessi in maniera libera e aperta, per fare in modo che tutti possano leggerli ma, soprattutto, riutilizzarli e trasformare così questi dati in servizi per la comunità.

Tra le due parole, Open e Data, la più significativa è certamente la prima: Open, che caratterizza il pensiero alla base di altre comunità che fanno di questo termine la propria bandiera, come l’Open Source, che può essere tradotto come “software aperto”, che offre la possibilità ad altri programmatori di modificarne il sorgente per migliorarne le prestazioni in modo totalmente libero. Oppure l’Open Access, cioè l’accesso libero a qualsiasi contenuto di interesse pubblico, come per esempio tutto il materiale prodotto dalla ricerca scientifica.

È evidente, dunque, come quella dell’Open Data sia una questione strettamente legata al concetto di copyright e più precisamente a una sua negazione: si cita la fonte, ovvero chi ha prodotto i dati, ma il loro riutilizzo è assolutamente libero.

Sono due le domande che sorgono preliminarmente nel parlare di Open Data: da una parte chi produce i dati e come li rilascia e dall’altra da chi e come questi dati possono essere riutilizzati.

I dati di cui si parla sono i dati prodotti essenzialmente dalle pubbliche amministrazioni, quali Comuni, Regioni, Centri pubblici di ricerca, Istituti sanitari, Ministeri; tutti quegli enti cioè che beneficiano delle tasse dei cittadini e che ogni anno sfornano un numero enorme di dossier, report, tabelle, che non vengono diffusi se non tra gli addetti ai lavori.

In questo senso i dati ambientali – che si suddividono in dati energetici, come per esempio quelli riguardanti i consumi delle abitazioni in termini di energia, e dati ecologici, quelli cioè che riguardano per esempio l’assetto idrico o l’inquinamento – rappresentano un esempio assai interessante di dati che mese dopo mese vengono prodotti ed elaborati dalle pubbliche amministrazioni stesse, ma che quasi mai sono rilasciati liberamente e in un formato riutilizzabile.

Perché rilasciare i dati non significa infatti produrre documenti in formato .pdf - solo per citare il più noto - ma scegliere dei formati specifici come .csv, .kml o .json, pensati appositamente per la manipolazione da parte di terzi, per esempio con la creazione di mappe georeferenziate.

È evidente che questo significa possedere delle competenze specifiche in campo informatico, un sapere che molto spesso chi lavora nella pubblica amministrazione, suo malgrado, non possiede. Importanza del formato dunque, ma anche della licenza tramite cui i dati vengono rilasciati, che elimini ogni pretesa di copyright, pur citando la fonte. Già da questa breve introduzione emerge come parlare di Open Data coinvolga un range di aspetti della nostra società assai ampio: da una riflessione sociologica del ruolo che le pubbliche amministrazioni hanno nei confronti dei cittadini, fino alla formazione di competenze specifiche per gli addetti ai lavori. Ed è proprio questa complessità, questa trama sottile in cui entrano in gioco molti fattori, a far sì che il percorso verso una consapevolezza omogenea e totale su questo tema sia ancora in salita.

Il rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini

La partita si gioca dunque fondamentalmente tra pubblica amministrazione e cittadini, ma il rapporto tra chi produce i dati e chi li riutilizza, cioè i cittadini singoli o organizzati in gruppi, oppure i giornalisti, funziona solo se si presenta come dialogo tra le parti. Non si tratta infatti di un percorso a senso unico dalle pubbliche amministrazioni ai cittadini, ma anche questi ultimi possono giocare un ruolo attivo, per esempio nel comunicare a quali dati sono più interessati e come le informazioni in essi contenute si potrebbero utilizzare per fornire un servizio alla comunità.

L’ambito forse più interessante e fecondo di dialogo tra cittadini e pubblica amministrazione è rappresentato dai Comuni, e in questo senso un esempio virtuoso arriva dall’Emilia Romagna e più precisamente dal Comune di Anzola dell’Emilia, un piccolo territorio di neanche 12mila abitanti in provincia di Bologna. Ad Anzola è stato messo a punto un portale cartografico comunale che attraverso il rilascio dei dati che produceva in formato aperto è riuscito a innescare un meccanismo virtuoso che ha permesso al Comune stesso, tramite la partecipazione dei cittadini, di elaborare i loro stessi dati e ricavare una mappatura del territorio in termini di classi energetiche delle abitazioni.

Tra i dati prodotti costantemente dal settore pubblico ci sono infatti i dati ambientali, ma anche in questo caso lo scenario è piuttosto complesso. I protagonisti sono molti, basti pensare che per quanto concerne i dati energetici sono i Comuni a occuparsene e a gestirne il rilascio, mentre quanto ai dati ecologici, sono appannaggio di enti come l’Arpa, indipendenti rispetto alle amministrazioni comunali.

Secondo un rapporto pubblicato da McKinsey & Company a ottobre 2013 e intitolato Open data: Unlocking innovation and performance with liquid information gli Open Data potrebbero portare nei prossimi anni da 3 a 5 trilioni di dollari annui di valore economico potenziale all’intero pianeta, e i dati energetici, quelli cioè riguardanti elettricità, combustibili e gas, rispettivamente dal 340 ai 580 miliardi e da 240 a 510 miliardi di dollari.

Non stupisce dunque che Nellie Kroes, Commissario Europeo per l’Agenda Digitale, abbia asserito molto più prosaicamente che “Data is gold”. «Per cogliere appieno le potenzialità del rilascio dei dati in formato aperto è necessario, al di là di queste ottimistiche previsioni, che le amministrazioni, e i Comuni prima di tutti, colgano questa opportunità come una scommessa» spiega Patrizia Saggini, Direttore Area Amministrativa e Innovazione del Comune di Anzola dell’Emilia, da tempo attiva nel movimento per gli Open Data. «I benefici che il rilascio dei dati in formato libero possono portare al comune sono molti, ma spesso sono indiretti e richiedono di entrare in una modalità di investimento a lungo termine».

Prendiamo per esempio il Paes, Patto d’Azione per l’Energia Sostenibile, un documento nato da un’iniziativa europea che può essere sottoscritto dai singoli Comuni e che descrive una serie di progetti e azioni pratiche che ogni amministrazione aderente ha deciso di mettere in atto per raggiungere e superare l’obiettivo di riduzione del 20% delle emissioni di CO2 entro il 2020. «Il rilascio dei dati energetici può essere utilissimo a un Comune che ha deciso di aderire al Paes – spiega la Saggini – motivo per cui la Regione ha recentemente pubblicato sul Portale Energia una pagina specifica Strumenti operativi per il Paes in cui sono scaricabili i dati complessivi dei consumi energetici per ciascun comune, strategia che può rivelarsi utile per mappare ad esempio la classificazione energetica su tutte le aree del territorio comunale, che è quello che abbiamo fatto noi ad Anzola. Abbiamo prima raccolto i dati attraverso la pubblicazione di 16 dataset, uno per ogni parametro che intendevamo considerare per la mappatura, estratto poi i dati provenienti da altre fonti, come l’Agenzia delle Entrate e infine abbiamo messo a punto un algoritmo che associasse i consumi per abitazioni con la superficie delle stesse alle rispettive classi energetiche. Quello che ne abbiamo ottenuto è sì una classificazione indicativa – prosegue la Saggini – ma al contempo rappresenta una fotografia attendibile del nostro territorio, che ci ha permesso di capire per esempio quali fossero le zone a classe energetica migliore e quale peggiore».


L’agenda digitale europea

Un altro esempio di utilizzo di dati aperti legati alla progettazione energetica territoriale è rappresentato dalla Regione Lombardia, che sul portale Open Data Lombardia ha pubblicato i dati relativi alla classificazione energetica degli edifici. Ma non solo: mese dopo mese sono sempre di più le pubbliche amministrazioni che stanno organizzando un sistema di Open Data. Oltre ai numerosi altri dataset che vanno ad arricchire il portale nazionale dedicato ai dati aperti, reperibile all’indirizzo dati.gov.it. Per fare queste operazioni però è necessario che i Comuni si rapportino con altre realtà, che molto spesso non hanno l’abitudine di rilasciare i dati in formato aperto. «Questo è il motivo per cui parlare di Open Data oggi significa confrontarsi con dinamiche assai complesse - precisa la Saggini – e l’unico modo di migliorare è fare rete, sia tra le amministrazioni, sia con i diversi stakeholder.»

Come illustra Matteo Brunati, Community Manager presso SpazioDati.eu, piattaforma che si occupa della gestione degli Open Data, ci troviamo dunque davanti non a uno, bensì ad almeno tre tipologie di interlocutore: il business, il governo e i cittadini, ognuno dei quali produce dei dati che interagiscono inevitabilmente con quelli degli altri. Un ultimo aspetto, di certo non meno determinante riguarda la legislazione, sia a livello nazionale che europeo. A questo proposito un punto centrale è rappresentato dall’Agenda Digitale Europea, una delle iniziative nate in seno a Horizon2020, che propone di sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per favorirne l’innovazione, la crescita economica e il progresso.

Uno degli impegni dell’Agenda Digitale Europea è proprio aprire l’accesso ai contenuti on line legali di interesse civico, semplificando le procedure di liberatoria e gestione dei diritti di autore e il rilascio di licenze a livello internazionale. Anche nel nostro paese dunque sarà necessario che l’Agenda Digitale si conformi alle richieste europee e per questa ragione è necessario fare ora più che mai rete.


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