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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
n. 025 - Giovedì 06 febbraio 2014

L'allarme di Greenpeace per i residui di sostanze pericolose nell’abbigliamento per bambini


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Testati 85 articoli di 12 grandi marche

Il 14 gennaio Greenpeace Asia ha presentato a Pechino i risultati della propria ricerca “Piccoli mostri nell’armadio” che, a dispetto del titolo fiabesco, altro non è che un’indagine sulla presenza di sostanze chimiche pericolose presenti in vestiti e calzature per bambini, anche al di sotto dei tre anni. L’indagine si inscrive nella campagna a più ampio respiro “DETOX” lanciata da Greenpeace nel 2011, con lo scopo di bandire le sostanze tossiche, o pericolose per l’uomo e per l’ambiente, dai capi d’abbigliamento.

Produzione prodottiPer questa ricerca sono stati esaminati 82 articoli comprati in 25 stati, ma prodotti in 12, delle seguenti marche: Adidas, American Apparel, Burberry, C & A, Disney, GAP, H &M, LI-Ning, Nike, Primark, Puma, Uni-qlo, e le analisi sono state condotte da laboratori indipendenti accreditati del Regno Unito.
L’indagine di Greenpeace si è focalizzata su alcune tipologie di sostanze chimiche pericolose che possono agire anche da interferenti endocrini, come i Nonilfenoli etossilati (NPEs), gli Ftalati, i Composti perfluorurati (PCFs); nonché su altri tossici persistenti come i Composti organo-stannici e sull’Antimonio che può essere assunto, oltre che attraverso l’alimentazione, anche per contatto curaneo, causando dermatiti.

In tutti gli articoli tessili è stata ricercata la presenza dei Nonilfenoli etossilati (NPEs), mentre, a seconda del prodotto, si sono ricercate anche le altre sostanze.

Purtroppo tutte le marche testate hanno almeno un prodotto nel quale sono state trovate le sostanze prese in considerazione, perfettamente in linea con i precedenti studi di Greenpeace condotti sull’abbigliamento per adulti, a riconferma del fatto che esse continuino ad essere utilizzate durante il processo tessile contaminando il prodotto finito, stante le limitazioni all'uso vigenti in alcuni Paesi e gli accordi siglati dalle stesse aziende con Greenpeace.

La particolare vulnerabilità dei bambini nei confronti delle sostanze chimiche, ha portato l’UE a regolamentarne l’uso in alcuni prodotti destinati ai minori di tre anni, come nel caso degli ftalati nei giocattoli, ignorando però altre categorie vulnerabili di popolazione, come i bambini più grandi o il nascituro (che andrebbe protetto, nello specifico, tutelando la salute della madre).
Il report  “State of the science of endocrine disrupting chemicals – 2012” curato congiuntamente dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dal Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) ha concluso che alcuni interferenti endocrini possono agire a dosi molto basse soprattutto se interviene in alcuni momenti dello sviluppo regolati dal sistema ormonale.

Per Greenpeace solo eliminando l'uso di sostanze chimiche pericolose da tutta l'intera filiera produttiva tessile si garantirà una reale prevenzione.

La presenza di queste sostanze nel settore tessile ha implicazioni anche per l'ambiente. NPE
In particolare, ad esempio, la presenza di NPE nei prodotti finiti dimostra che questi sono stati utilizzati durante la produzione e che vi può essere rilascio di NPE e NP nelle acque reflue provenienti dagli impianti di produzione. Inoltre residui di NPE saranno rilasciati anche successivamente all’acquisto dei capi, durante il normale lavaggio contaminando le acque reflue del paese consumatore. La conseguenza sarà quindi anche una diffusa e massiccia esposizione indiretta a sostanze chimiche industriali pericolose, che laddove persistenti, come appuntagli NPE, si accumuleranno potendo entrare anche nella catena alimentare.

Dal 2005 l’Unione Europea, così come gli USA e il Canada, ha messo delle restrizioni all’uso degli NPE nell’industria, ma purtroppo non esistono norme UE che limitino l’importazione e la vendita di prodotti tessili che ne contengano residui, come spesso accade per quelli che provengono da paesi dove non vi è una legislazione al riguardo, come Cina, Bangladesh, Indonesia, Tailandia, Turchia e Messico.

Poiché la Cina è il paese con la più grande produzione di tessile al mondo, e infatti il 35% dei prodotti esaminati aveva tale provenienza, Greenpeace ha deciso di presentare lo studio a Pechino chiedendo formalmente al governo cinese un preciso impegno politico per raggiungere l’obiettivo “Scarichi zero” entro una generazione.

Testo di questo numero: Rosanna Battini


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