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Chiarimenti sullo zinco nel Porto di Talamone (GR)

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In risposta ad una nota di WWF e Italia Nostra

08/03/2018

In relazione ad uno scambio epistolare intercorso con le associazioni ambientaliste del WWF di Grosseto e Italia Nostra della Maremma, ed anche alle loro dichiarazioni riportate in un articolo del quotidiano il Tirreno, edizione di Grosseto del 7 marzo 2018, in merito alla presenza di inquinanti nel Porto di Talamone, ci teniamo a fornire alcune precisazioni.

Contrariamente alla affermazione riportata dall'articolo citato che “nessuno ha operato ulteriori campionamenti”, confermiamo che il Comune di Orbetello, dopo la caratterizzazione (ai sensi del DM 173/2016) dell'intera area oggetto del dragaggio (14 punti di prelievo per un totale di 29 campioni), ha effettuato (il 14/12/2017) un ulteriore campionamento dei sedimenti marini in prossimità del punto risultato contaminato (TAL_1) da zinco nello strato 50-100cm: in questo nuovo campione la concentrazione di zinco è risultata, come afferma il Comune, “totalmente in linea con tutti i campioni precedentemente analizzati all’interno dell’area dei pontili, confermando, quindi, come il campione TAL_1B possa essere considerato un hot spot”.

Possiamo ribadire che, almeno per l'area di escavo, non vi sono evidenze di una estensione dell’inquinamento al di fuori dell'area cautelativamente individuata dal Comune “di circa 200 m2 nell’intorno del campione TAL_1B” come potenzialmente contaminata da zinco nello strato intermedio, i cui sedimenti (“circa 100m3”) verranno conferiti in discarica autorizzata.

In ogni caso, il Comune di Orbetello ha previsto che “prima dell’inizio delle operazioni di escavo”, verranno prelevati, per “circoscrivere ancora meglio l’area”, altri “due campioni che saranno sottoposti ad analisi” e, prima del conferimento in discarica, verrà stabilito “se trattasi di rifiuto pericoloso o non pericoloso”.

 

Per cercare di chiarire il significato della classificazione dei sedimenti risultante dall'applicazione del DM 173/2016 e per fugare un eventuale dubbio su “come lo stesso campione di fango possa essere di volta in volta classificato innocuo oppure tanto pericoloso da non poter essere smaltito come gli altri”, è necessario fare alcune precisazioni.

Le opzioni di gestione dei sedimenti marini (non sono necessariamenti “fanghi”) sono indicate dal DM 173/2016 sulla base dell'integrazione “ponderata” di 2 criteri diversi per natura e significatività:

  • la classe di rischio ecotossicologico è, in estrema sintesi, determinata dagli effetti tossici di quel campione su 3 diversi tipi di organismi (tra batteri, alghe, crostacei, molluschi ed echinodermi), considerando che tale tossicità può essere provocata da una qualsiasi sostanza (anche al di fuori di quelle analizzate) immediatamente assorbibile dagli organismi (biodisponibile) e/o dall'azione congiunta di più sostanze;
  • la classe di rischio chimico è determinata, invece, dalla presenza di uno tra i circa 40 parametri da analizzare in concentrazione al di sopra di livelli di riferimento (L1 e L2) predeterminati a livello nazionale (con possibilità di aggiornamenti regionali per alcune tipologie).

 

Nel caso specifico, il fatto che l'ecotossicità sia assente o bassa potrebbe essere legata alla forma chimica del contaminante (poco o nulla biodisponibile) o anche ad un effetto legante e/o antagonista da parte di altre sostanze che ne neutralizzano la potenziale azione ecotossica.

Viceversa, l'elevata concentrazione dello stesso contaminante può non far escludere che in diverse condizioni ambientali questo stesso sedimento possa rappresentare un potenziale rischio per l'ambiente, ad esempio, se sottoposto ad asportazione e conferimento in un bacino conterminato (struttura di contenimento a diverso grado di permeabilità).

 

Per quanto attiene alla causa della contaminazione da zinco ed alla individuazione di eventuali responsabilità, non è facile poter fornire precise indicazioni, sulla base delle seguenti considerazioni:

  • i tassi di sedimentazione (cioè l'accumulo di sedimenti sul fondale marino) lungo la fascia costiera sono molto variabili (in dipendenza di presenza di foci fluviali, circolazione locale, meteorologia, ecc.) e in questa zona del Mar Tirreno Toscano sono generalmente inferiori a 1 cm/anno, quindi, se questo tratto di fondale fosse rimasto imperturbato, si potrebbe ipotizzare che lo strato 50-100cm si sia costituito più di 50anni fa;
  • la limitata estensione della contaminazione fa si che l'anomalia non possa essere attribuita a particolari caratteristiche geominerarie di quel tratto di costa (ad esempio, giacimenti di sfalerite, wurtzite o smithsonite), ma non abbiamo notizie neppure su possibili fonti antropogeniche puntuali (industria siderurgica, chimica, farmaceutica, cosmetica e per la produzione di vernici, vetri, gomme, plastica e batterie; attività mineraria);
  • ulteriore possibile causa di contaminazione da zinco deriva dalla tecnica di protezione degli scafi e delle eliche dalla corrosione (ossidazione), attraverso l'installazione di elementi (“anodi sacrificali”) a base di leghe di zinco ed altri metalli, che, “sacrificandosi” al posto del rame, subiscono la dissoluzione elettrolitica dell'acqua marina, residuando sul fondale, ma anche in questo caso diventa difficile ipotizzare una contaminazione circoscritta nello spazio e nel tempo.

 

Convinti di aver fornito, come nella precedente risposta diretta alle Associazioni, in modo puntuale, tempestivo e fruibile - nei limiti concessi da una normativa ambientale quanto mai complessa - ogni possibile chiarimento ed informazione in nostro possesso, auspichiamo vengano anche apprezzate correttezza, competenza professionale e senso di responsabilità dell'Agenzia nelle sue funzioni di protezione ambientale.

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