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Mercoledì 27 novembre 2019

Le emissioni degli ultimi 50 anni delle principali aziende petrolchimiche del mondo


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Hanno estratto idrocarburi consapevoli dei danni che avrebbero prodotto: sono i responsabili di più di un terzo delle emissioni mondiali secondo il Climate Accountability Institute

Era il 5 novembre del 1965 quando il Comitato consultivo scientifico del Presidente degli Stati Uniti - allora era il democratico Lyndon Johnson - pubblicò un documento intitolato “Restoring the Quality of Our Environment“ (Ristabilire la qualità del nostro ambiente) in cui si affermava che l'anidride carbonica emessa dalla combustione delle fonti fossili avrebbe modificato entro la fine del secolo il bilancio termico del pianeta.

Son passati più di cinquant'anni da allora, e quasi venti dalla fine di quel secolo, ma le risorse energetiche che sorreggono l’economia mondiale si basano ancora in gran parte su carbone, petrolio e gas. Al momento attuale le previsioni degli esperti ci dicono che entro la fine del nostro secolo potremmo dover far fronte a conseguenze estreme, se non si prendono provvedimenti immediati.

Secondo alcune correnti di pensiero, le aziende dovrebbero esser ritenute responsabili degli effetti dannosi e degli impatti a lungo termine causati dai loro prodotti e, in questo caso, il Climate Accountability Institute (CAI) ha radunato alcuni dati calcolando quante tonnellate di anidride carbonica abbia emesso in atmosfera ciascuna compagnia petrolifera, iniziando a contare proprio dall’anno in cui il governo USA ne venne a conoscenza.

Compagnie petrolchimiche responsabili del 35% delle emissioni di anidride carbonica e metanoI dati raccolti dal 1965 al 2017 mostrano come le prime 20 compagnie petrolchimiche mondiali, elencate in figura, siano responsabili del 35% delle emissioni di anidride carbonica e metano, corrispondenti circa a 480 miliardi di tonnellate di equivalente di biossido di carbonio (GtCO2). Di queste emissioni, un ottavo è stato prodotto direttamente nelle operazioni di estrazione, di raffinazione e di distribuzione dei combustibili fossili, mentre la restante parte (oltre l'87%) deriva dal loro utilizzo.

Lo studio è stato condotto da Richard Heede fondatore e direttore dell'organizzazione no profit statunitense, che si occupa di ricerca e formazione sui temi legati al cambiamento climatico e alle sue cause antropiche il cui fine è di utilizzare la responsabilità climatica per favorire una gestione etica delle risorse.

Secondo quanto affermato nel sito la strategia è di fare pressione affinché i responsabili delle emissioni climalteranti usino le loro competenze, risorse e capitali per favorire una transizione verso un futuro no carbon, anziché tentare di opporsi investendo nel tentativo di ritardare le azioni legislative sfavorevoli al loro mercato.

L'aspetto chiave su cui punta questa ricerca, pubblicata anche dal Guardian, è proprio il concetto di responsabilità climatica. Il fatto che l'impatto maggiore delle emissioni sia dato dal consumo globale più che dalle attività di estrazione, porta a ritenere responsabili i singoli individui e le aziende dell’utilizzo dei prodotti dall’alto impatto emissivo. Ribaltando la prospettiva però, sono i giganti dell’energia che hanno tratto profitto da tali consumi pur sapendo che l'utilizzo dei propri prodotti stava causando e avrebbe peggiorato la crisi climatica.

Sempre secondo i dati raccolti dal CAI, circa la metà di tutte le emissioni di CO2 prodotte a partire dal 1751 sono state rilasciate dal 1990 in avanti, in una brusca impennata di fine secolo che non sta accennando a rallentare a livello mondiale. La crescita dei consumi dell’economia globale e la mancata virata verso le energie rinnovabili hanno contribuito a peggiorare le conseguenze della crisi climatica al punto da lasciare a disposizione appena una decina d’anni per poter arginare le conseguenze peggiori del riscaldamento globale, in questo, i recenti rapporti pubblicati dall’IPCC parlano chiaro.

Resta da aspettare la venticinquesima Conferenza delle Parti, per vedere come e se questi studi saranno recepiti dai leader economici e politici mondiali, nella speranza che le cose non rimangano lettera morta, come nel 1965.

Per approfondire: il comunicato stampa, il commento dell’autore dello studio e le risposte di alcune delle 20 aziende (tutti in inglese)

Testo di Giulia Casasole


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