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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
Venerdì 06 settembre 2019

Greenpeace: timeout per la moda usa e getta


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Dagli anni '80 la moda si è andata "velocizzando", è aumentata la tendenza all'usa e getta dei capi d'abbigliamento e si è ridotto del 50% il loro ciclo di vita dal 1992 al 2002

Mutevole e a basso costo, questa è la moda, oggi.

Questo approccio ha cambiato il nostro modo di vestirci, modificando la modalità con cui ci avviciniamo agli abiti e come li percepiamo. Compriamo sempre più vestiti che indossiamo pochissime volte e che, talvolta, neppure indossiamo; mentre il nostro armadio straborda di abiti, noi continuiamo a vederli solo come oggetti usa e getta, infatti avere cura dei nostri capi non è assolutamente di tendenza.

Le persone possiedono molti più capi di abbigliamento di quelli che possono utilizzare, non solo nei paesi industrializzati, anche Cina e India seguono questo trend pericoloso. Questa tendenza è in crescita, la maggior parte di persone ha compato, negli ultimi anni, il 60% in più di vestiti e li ha indossati la metà delle volte rispetto a quanto accadeva nel 2014.

rifiuti tessiliIl sovra-consumo varia nelle diverse aree geografiche, ad esempio, nel 2014 la maggiore parte degli Americani del nord ha comprato 16 kg di nuovi vestiti mentre in Medio Oriente e in Africa la quantità pro capite è di 2 kg. I Cinesi stanno già consumando 6,5 kg a persona, sopra la media mondiale che si attesta a 5 kg, media che si stima in aumento da 11 a 16 kg pro capite entro il 2030.

La fast fashion è un fenomeno amplificato anche dalle vendite on line, che tra il 2016 e il 2017 sono aumentate del 17,2%.

La moda "usa e getta" è un business ampio e sofisticato alimentato da un sistema produttivo frammentario e a bassa tecnologia, che non tiene conto dei danni all'ambiente, infatti, produrre abiti comporta

  • un grande consumo di acqua
  • un alto utilizzo di sostanze chimiche
  • un grande quantitativo di emissioni di gas effetto serra
  • una sovraproduzione di rifiuti tessili

Dal 2011, la campagna Detox di Greenpeace ha riunito svariate aziende, tra cui marchi di moda, grandi rivenditori e fornitori tessili, per raggiungere una maggiore trasparenza nel settore e l'obiettivo "zero scarichi" di sostanze chimiche pericolose entro il 2020. Tuttavia, se la tendenza ad acquistare sempre più vestiti continuerà, tutti i vantaggi che sono stati finora raggiunti, eliminando le sostanze chimiche pericolose, saranno superati da più alti tassi di produzione e consumo.

Un altro fattore molto impattante sull'ambiente è il consumo di alti quantitativi di energia, che producono circa il 3% della produzione gobale di CO2 o più di 850 milioni di tonnellate di CO2, ogni anno, determinate dalla produzione, in particolare lavaggio, asciugatura e stiraggio dei capi di abbigliamento ma anche dalla logistica.

ciclo di produzione e smaltimento nel tessile

C'è poi il problema della sovraproduzione di rifiuti tessili. Le stime suggeriscono che circa il 95% dei capi di abbigliamento vengono gettati via con i rifiuti domestici mentre potrebbero essere usati nuovamente, rigenerati, riusati o riciclati finendo per essere smaltiti in inceneritori e discariche.
In questo modo si "bruciano" tutte le risorse naturali utilizzate per produrli e si genera ulteriore inquinamento legato allo smaltimento.

Nell'UE, ogni anno, vengono generati 1,5 - 2 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, solo il 10-12% di questi, quelli di alta qualità, hanno un mercato a livello locale mentre la maggioranza viene esportata nei paesi del sud del mondo, dove spesso, ormai, non trovano mercato a causa della loro scarsa qualità o per le diverse taglie; ad esempio, i vestiti extra large di provenienza americana non vengono rivenduti in Africa. Inoltre, negli ultimi anni, per proteggere la produzione locale di abiti e garantire un minimo di sviluppo economico, 42 paesi, la maggior parte in Africa, Sud America e Asia, hanno introdotto alcune restrizioni o divieti di importare abiti usati.

Il numero di abiti prodotti con poliestere e fibre miste (per lo più poliestere e cotone) ha incrementato la quantità di vestiti di bassa qualità, che, una volta raggiunto il fine vita, possono essere assoggettati quasi esclusivamente a processi di "down re-cycling", riciclo di basso valore, che costituisce una soluzione temporanea; infatti, questi stracci e materiali per l'isolamento diventeranno ben presto rifiuti.

Al momento chiudere il cerchio con il riciclo delle fibre tessili non è ancora facile, mentre quello del cotone e della lana è un processo ormai affermato, per le fibre sintetiche si traduce in una perdita di qualità.

Il riciclo di tessuti misti (fibre naturali e sintetiche) pone serie sfide:

  • la complessa gestione dei tessuti composti
  • la presenza di bottoni, zips e altre parti non tessili che devono essere rimosse 
  • il problema dei pigmenti, dei rivestimenti e delle stampe.

Dobbiamo dare un calcio alla fast fashion, questo non sarà d'aiuto solo per l'ambiente ma anche per noi stessi. Il primo passo da fare, anche il più semplice, è fare durare più a lungo i nostri abiti, utilizziamo quello che abbiamo nel nostro armadio e prendiamoci cura dei nostri capi, ripariamoli, rimettiamoli a modello, scambiamoli con gli amici e trasmettiamoli da una generazione all'altra.

Aumentando la vita dei nostri abiti potremmo ridurre gli impatti sull'ambiente, raddoppiando l'uso dei nostri vestiti da un anno a due anni possiamo ridurre le emissioni di gas ad effetto serra di più del 24% per anno, al tempo stesso, possiamo risparmiare energia. Lo stesso se acquistiamo vestiti di seconda mano. Se, invece, abbiamo bisogno di acquistare nuovi capi, scegliamo quelli con marchio ecologico che garantiscono una maggiore sostenibilità ambientale e durabilità del prodotto.

Leggi il report Timeout for fast fashion


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Maggiori informazioni all'indirizzo www.arpat.toscana.it/qualita




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