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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
Martedì 25 giugno 2019

La moda non può essere un costo per l'ambiente


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Il modo in cui produciamo, usiamo ed infine gettiamo i nostri capi di abbigliamento è insostenibile per l'ambiente

La House of Commons ha presentato un report sulla sovraproduzione e sovraconsumo di abbigliamento nel Regno Unito con interessanti spunti che vanno oltre la Manica e che fotografano cattive abitudini proprie della maggiore parte dei paesi industrializzati dell'Occidente, ma non solo, e che purtroppo determinano costi ambientali non più sostenibili.

Il rapporto sottolinea come nel Regno Unito, più che in altri paesi, si acquistino molti capi di abbigliamento per persona, ma il modo in cui questi vengono prodotti, usati ed infine gettati non risulta ambientalmente sostenibile.

Per il comparto della moda, i bassi costi e gli alti profitti hanno sempre costituito una priorità rispetto alla sostenibilità ambientale e sociale. I grandi produttori di tessile e moda hanno rincorso bassi costi di produzione, delocalizzando in tutto il mondo, prediligendo quei paesi dove il salario era minimo, le protezioni sindacali e le norme a tutela dell'ambiente inesistenti. In questo modo si è creata la cd "globalizzazione dell'indifferenza" verso

  • le miserrime condizioni di lavoro a cui venivano costretti gli addetti del settore, per lo più donne, che sono tra le principali vittime di questa industria dell'usa e getta
  • gli impatti ambientali derivanti da un modello di produzione insensibile all'ambiente.

Ai problemi legati ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, si aggiungono quelle questioni che incidono direttamente sullo "stato di salute" dell'ambiente, come:

  • l'inquinamento atmosferico; le emissioni prodotte dal tessile-moda contribuiscono al cambiamento climatico molto di più del settore della mobilità aerea e navale messe insieme
  • il depauperamento idrico; il consumo di acqua, in questo comparto, è altissimo, per produrre un kg di cotone, necessario per produrre una T-shirt, servono da 10.000 a 20.000 litri di acqua, a cui si aggiunge quella utilizzata per la tintura, il finissaggio e il lavaggio
  • l'inquinamento sia chimico che da plastiche
  • la perdita di suolo; il comparto tessile, entro il 2030, sfrutterà 115 milioni di ettari in più di terreno per coltivare fibre necessarie alla produzione di tessuti, con una conseguente perdita di biodiversità
  • la sovraproduzione di rifiuti tessili; 300.000 tonnellate di vestiti dismessi, ogni anno, finiscono in discarica o sono destinati all'incenerimento.

Gli abiti, una volta gettati, vengono raramente rivenduti, quando accade, il prezzo è basso, più spesso questi vengono scambiati gratuitamente. Se sottoposti a processi di riciclo, si trasformano in prodotti per l'isolamento o in materassi e meno dell'1% viene impiegato in processi di riciclo volti a realizzare nuovi capi di abbigliamento. Il riciclo di qualità infatti è ancora un problema perché spesso le fibre vengono danneggiate o spesso da lunghe divengono corte o cortissime, rendendole difficilmente utilizzabili.

La scienza lancia allarmi chiari sulla pericolosità della sovraproduzione e del sovraconsumo, che, insieme ai cambiamenti climatici, potrebbero mettere in serio repentaglio la vita sulla Terra. Per questo è necessario agire e introdurre misure in grado di favorire una transizione verso la sostenibilità.

Nel rapporto vengono suggerite alcune azioni utili al cambiamento, in particolare ci si sofferma su tutte quelle misure che i Governi potrebbero fare proprie, come l'introduzione di

  • incentivi economici alle imprese che convertono la loro produzione e si rendono più sostenibili sia socialmente che ambientalmente
  • una tassazione favorevole per tutti coloro che producono capi di moda a basso impatto ambientale, come quelli che contengono fibre di cotone organico o PET riciclato
  • una tassazione sfavorevole per chi usa plastiche vergini, anche al settore moda, penalizzando quei capi che non contengono almeno il 50% di PET riciclato
  • responsabilità del produttore, ipotizzando che le imprese del settore moda destinino un penny per ciascun indumento prodotto per la gestione del suo fine vita
  • una normativa che vieta di destinare all'incenerimento o alla discarica gli stock di capi di abbigliamento o accessori-moda che rimangono invenduti.

Oltre a ciò, i Governi dovrebbero facilitare e incentivare:

  • i rapporti di collaborazione tra le imprese della catena produttiva del tessile-moda ed i gestori delle acque
  • l'attività di studio e ricerca sui nuovi materiali, affinché questi siano sempre più sostenibili, riducendo, in particolare, la loro capacità di rilasciare micro o nano plastiche
  • le campagne di informazione tese a modificare le scelte di consumo, in particolare quelle delle giovani donne, spesso tra le più attratte dalla moda usa e getta o cd "fast fashion"
  • tutte le misure necessarie a porre fine ad un modello circolare: produci-usa-getta, che produce, in continuo, abbigliamento di scarso valore economico ed emozionale, venduto a basso prezzo soprattutto on line, ma non solo.

House of Commons - Environmental Audit Committee - Fixing Fashion: clothing consumption and sustainability

Testo di Stefania Calleri


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Maggiori informazioni all'indirizzo www.arpat.toscana.it/qualita




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