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Mercoledì 22 Maggio 2019

Lo stato attuale della natura


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I fattori con il maggiore impatto sul pianeta, secondo il rapporto IPBES, sono lo sfruttamento del suolo e del mare, lo sfruttamento diretto di organismi, il cambiamento climatico, l’inquinamento e le specie aliene invasive

A 14 anni dalla pubblicazione dell’ultimo report del MEA (Millennium Ecosystem Assessment) riguardante la salute degli ecosistemi del pianeta e le strategie di conservazione e di uso sostenibile delle risorse, l’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) ha elaborato una nuova e definitiva sintesi globale dello stato attuale della natura.

Il “Global Assessment”, non ancora pubblicato ufficialmente, è il risultato del lavoro di tre anni da parte di 150 esperti provenienti da tutto il mondo e verrà valutato dai rappresentanti di 130 governi durante la settima sessione dell’assemblea plenaria IPBES. Il documento fornisce una panoramica completa della situazione attuale, esaminando le cause dei cambiamenti degli ecosistemi e valutando le possibili strategie per limitarne le conseguenze; lo scopo è quello di fornire valide evidenze scientifiche che possano guidare i decisori politici verso azioni che limitino il degrado degli ecosistemi e la perdita della biodiversità. Quest’ultima, come afferma Katrin Böhning-Gaese, direttrice dell’Istituto di Ricerca sulla Biodiversità e il Clima di Francoforte, è “la minaccia più grave alla specie umana”.

Alcuni numeri riportati nel documento:

  • la temperatura media globale è aumentata di 1 grado Celsius rispetto all’epoca pre-industriale;
  • il livello medio degli oceani è salito di 16-21 cm;
  • circa 1 milione di specie animali e vegetali rischiano l’estinzione: più del 40% di anfibi, circa il 33% dei coralli che formano le barriere, più di 1/3 dei mammiferi marini e circa il 10% degli insetti. L’estinzione delle specie è da 10 a 100 volte più veloce rispetto agli ultimi 10 milioni di anni;
  • dal 1900, l’abbondanza di specie terrestri autoctone (cioè originarie dell’ambiente in cui vivono) è diminuita almeno del 20%; le specie aliene sono aumentate del 70% dal 1970;
  • il 75% degli ambienti terrestri e il 66% degli ambienti marini sono “alterati gravemente” dalle azioni umane e più dell’85% delle aree umide sono scomparse dal 1700 al 2000;
  • più del 55% degli oceani sono soggetti alla pesca industriale e il 33% degli stock ittici nel 2015 sono stati pescati in modo non sostenibile;
  • più di 1/3 della superficie terrestre e circa il 75% delle acque dolci sono impiegate nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’acquacoltura;
  • circa 60 miliardi di tonnellate di risorse rinnovabili e non rinnovabili vengono estratte ogni anno;
  • 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi e altri inquinanti vengono riversati negli oceani e i fertilizzanti entrati a contatto con gli ecosistemi costali hanno prodotto delle “zone morte” estese quanto una superficie più grande della Gran Bretagna.

Nell’immagine a seguire lo stato di conservazione attuale dei principali gruppi tassonomici, secondo la classificazione IUCN.

Stato di conservazione attuale dei principali gruppi tassonomici, secondo la classificazione IUCN

Sono dati esorbitanti, senza precedenti. Queste gravi conseguenze sugli ecosistemi sono il risultato diretto delle attività umane e rischiano di minacciare l’integrità della nostra stessa specie. Gli esperti che hanno redatto il report indicano inoltre i cinque fattori che hanno il maggiore impatto sul pianeta:

  1. lo sfruttamento del suolo e del mare,
  2. lo sfruttamento diretto di organismi,
  3. il cambiamento climatico,
  4. l’inquinamento,
  5. le specie aliene invasive.

Nell’immagine a seguire alcuni esempi del declino degli ecosistemi naturali, dovuto a fattori indiretti e diretti.

Alcuni esempi del declino degli ecosistemi naturali, dovuto da fattori indiretti e diretti

La prospettiva è quella che questo trend negativo continuerà fino al 2050 e oltre, se non verranno prese misure mitigative. Alcune di queste, descritte nel report, coinvolgono agricoltura, allevamento, sistemi marini e di acqua dolce, aree urbane, energia e molti altri ambiti, in un’auspicabile sinergia e cooperazione all’insegna della sostenibilità e di un approccio integrato tra i vari settori. Anche l’economia, sostengono gli esperti, dovrà evolversi in sistemi globali finanziari che si distacchino dal paradigma della crescita economica infinita, che il pianeta e le sue risorse ormai non possono più sostenere.

L’IPBES offre quindi, con questo documento, un punto di vista autorevole e scientifico in merito al più grande problema che la società contemporanea si trova a dover affrontare, inserendosi in un contesto, quello degli ultimi mesi, di fermento e di risveglio dell’opinione pubblica suscitato dal “movimento climatico” di Greta Thunberg.

Anche la Giornata Internazionale per la Biodiversità, istituita dalle Nazioni Unite e celebrata ogni anno il 22 maggio, contribuirà a sensibilizzare il grande pubblico riguardo a queste tematiche. Quella del 2019 ha come slogan “Our Biodiversity, Our Food, Our Health" (La nostra biodiversità, il nostro cibo, la nostra salute”), proprio a sottolineare quanto dalla salute degli ecosistemi e degli organismi dipendano anche la nostra salute e la nostra stessa sopravvivenza come specie.

Testo di Elena Fumagalli


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