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Giovedì 29 Novembre 2018

Comunicazione pubblica e linguaggio


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Intervista a Daniela Vellutino, docente dell'Università di Salerno

Daniela Vellutino insegna Comunicazione pubblica e linguaggi istituzionali e Italiano istituzionale nell’Università di Salerno. È responsabile dell’Osservatorio sulla Comunicazione nella Pubblica Amministrazione in Italia e in Europa.

Abbiamo già avuto modo tempo di intervistarla sulle tematiche della comunicazione ed ora torniamo a farle alcune domande in occasione dell'uscita del suo nuovo libro su: "L'italiano istituzionale per la comunicazione pubblica", nel quale, dopo aver illustrato i linguaggi istituzionali, sono fornite indicazioni su come progettare testi istituzionali mediali accessibili al maggior numero di persone e dispositivi digitali. Una guida preziosa per quanti devono sviluppare abilità di scrittura nel contesto di attività d’informazione e comunicazione del settore pubblico.


Che cos’è l’italiano istituzionale?
L’italiano istituzionale è la lingua chiara e comprensibile delle leggi, degli atti amministrativi, delle sentenze, degli avvisi pubblici, dei moduli e delle bollette delle tasse da pagare, delle notizie sui siti Web, sui social e sui tanti media delle istituzioni. Una lingua che mette in comunicazione facilmente le istituzioni tra loro e con i cittadini. Una lingua che varia a seconda dei contesti comunicativi e degli scopi dell’istituzione che scrive e parla: passando dall’italiano dei linguaggi speciali del diritto e dell’amministrazione a quello più semplice dei linguaggi mediali che utilizzano linguaggi comunicativi del giornalismo e della pubblicità. L’italiano istituzionale per la comunicazione pubblica è tutto questo: una lingua scritta e parlata dalle istituzioni che la codifica digitale e mediale sta trasformando, arricchendosi non solo con l’ipertestualità, l’indicizzazione e la crossmedialità ma anche con l’interoperabilità tra sistemi informativi, l’interazione con il pubblico e l’ibridazione dei linguaggi. Un italiano usabile da istituzioni capaci di evolversi e di fare evolvere il Web 3.0 in 4.0 e oltre. 

In che modo le risorse linguistiche in lingua italiana sono utili alla trasformazione digitale?
Glossari, schede terminologiche, tesauri sono risorse linguistiche utili per la divulgazione, la traduzione e la gestione della conoscenza; ma oggi, nell’era del Web 3.0 ed ora del 4.0, servono ancor più. I glossari istituzionali dei termini istituzionali, infatti, sono strumenti di divulgazione ma anche di gestione della conoscenza attraverso vocabolari controllati che, oltre a essere usati per lo sviluppo di servizi digitali, possono essere collegati ai termini equivalenti nelle lingue europee registrati in IATE, la banca dati terminologica multilingue dell’Unione europea. In questo modo si crea una lingua istituzionale europea comune, costituita dall’insieme delle lingue nazionali: comuni concetti con differenti espressioni linguistiche. "Unita nella diversità" come recita il motto dell'Unione europea. Sviluppare risorse linguistiche linked data non è solo materia per gli informatici ma anche per noi linguisti. 

Che rapporto c’è tra l’italiano istituzionale e il burocratese?
Parenti che dovrebbero essere lontani. Il burocratese è stata la lingua scritta e parlata dalle amministrazioni pubbliche che non avevano alcun interesse per la trasparenza amministrativa, l’accessibilità ai dati pubblici e ai documenti, a cui non importava la leggibilità e la comprensibilità dei testi da parte dei cittadini. Una lingua ancora parlata e scritta dalle PA per le quali un cartello con sopra scritto “Attenzione caduta strobili” è più un adempimento amministrativo che un segnale di pericolo che deve essere chiaro e facilmente comprensibile.  Più si afferma il paradigma dell’Amministrazione Aperta e più l’italiano istituzionale si allontana dal burocratese, diventando uno strumento per l’affermazione dei diritti di cittadinanza, a partire dal diritto di sapere di ogni cittadino italoeuropeo. Sono parenti lontani perché l’italiano istituzionale è la lingua delle organizzazioni, pubbliche e private, che vogliono farsi capire da persone che non sono più solo utenti o contribuenti, ma sono “co-designer” che partecipano alle decisioni delle istituzioni, co-progettando i servizi digitali delle PA, ridisegnando in base ai propri bisogni amministrazioni semplici, usabili, accessibili a tutti, persone e dispositivi digitali. 

Le direttive sulla semplificazione del linguaggio amministrativo dei primi anni 2000 mettevano al bando i termini tecnico specialistici e gli anglicismi, questo suggerimento è ancora valido nel 2018? 
I termini sono la linfa vitale di ogni lingua: si creano termini per esprimere nuovi concetti e denominare nuovi oggetti. I termini servono a comunicare la conoscenza dei linguaggi speciali, che sono i mezzi espressivi dei saperi scientifici, tecnici, tecnologici e settoriali. Certo, i termini sono prodotti all’interno di comunità di esperti e, per questo, non sono chiari e facilmente accessibili ai non esperti. Ma le leggi, i documenti programmatici, i bilanci e tanti altri tipi di testo dei linguaggi istituzionali speciali del diritto e dell’amministrazione devono avere termini idonei a disciplinare una determinata materia specialistica. L’uso dei termini dipende dal tipo di testo e dal contesto comunicativo. La comunicazione pubblica serve proprio a diffondere e a rendere accessibili al grande pubblico contenuti informativi di norme, atti amministrativi, politiche pubbliche attraverso testi esplicativi. 

Mi piace dire che la comunicazione pubblica è una forma di mediazione culturale e di educazione civica. Voi di ARPA Toscana siete un buon esempio perché glossate i termini facendo divulgazione scientifica attraverso il vostro sito Web. 

Cosa diversa sono gli anglicismi. Non dobbiamo essere pigri, né pensare che se usiamo l’inglese – spesso in modo approssimativo – siamo cittadini del mondo globalizzato. L’italiano continuerà ad essere una lingua vitale di cultura solo se saremo capaci di produrre nuova conoscenza da comunicare attraverso nuovi termini in italiano e se non ci lasceremo sopraffare dall’urgenza d’uso che ci porta a prendere in prestito termini creati in altre lingue, senza tradurli e adattarli alle strutture della nostra lingua. 

L’italiano ha un enorme patrimonio linguistico: risorse linguistiche prodotte da una cultura millenaria che ha le sue radici nella cultura classica latina e greca, alla base delle lingue neolatine e anche dell’inglese. Mi farebbe piacere che la campagna #Dilloinitaliano, lanciata pochi anni fa da Annamaria Testa, venga ripresa e adottata proprio dalle nostre PA. 

In che modo l’italiano istituzionale può contribuire a rendere vitale la democrazia dei diritti e dei doveri?
Leggi e atti amministrativi scritti male e comunicati peggio sono più difficili da capire e dunque da rispettare. Serve una lingua chiara per illustrare e favorire la conoscenza delle disposizioni normative per facilitarne l’applicazione e per conoscere le attività delle istituzioni e il loro funzionamento. Una lingua semplice per favorire l’accesso ai servizi pubblici e per diffondere conoscenze allargate e approfondite su temi di rilevante interesse pubblico e sociale. Una lingua accessibile per favorire i processi interni di semplificazione delle procedure e di modernizzazione degli apparati, la conoscenza dell’avvio e del percorso dei procedimenti amministrativi. Una lingua utile a promuovere l’immagine delle amministrazioni, dell’Italia, in Europa e nel mondo, rendendo noti e visibili gli eventi d’importanza locale, regionale, nazionale ed internazionale.

Queste sono le principali finalità della legge 150/00 che disciplina le attività d’informazione e comunicazione nelle amministrazioni pubbliche. Una legge che molti vorrebbero cambiare quando, invece, andrebbe semplicemente fatta rispettare. È una norma che delinea chiari principi e finalità, istituzionalizza strutture per l’informazione e la comunicazione nelle PA in cui possono operare diversi professionisti con differenti specializzazioni che le evoluzioni tecnologiche trasformano giorno per giorno. Una legge che, se applicata e rispettata, creerebbe tanti posti di lavoro per i laureati in Scienze della Comunicazione. Professionisti della comunicazione capaci di usare e trasmettere l’italiano istituzionale come modello di lingua per le comunicazioni ufficiali delle istituzioni della nostra grande nazione.


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