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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
Mercoledì 10 Ottobre 2018

Il progetto EpiAmbNet e la comunicazione del rischio


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Intervista a Liliana Cori (CNR) e Paola Angelini (Regione Emilia-Romagna)

Il progetto "Rete nazionale di epidemiologia ambientale, valutazione di impatto integrato sull'ambiente e salute, formazione e comunicazione" (EpiAmbNet) è un progetto promosso dal Centro Nazionale per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (CCM) del Ministero della Salute, che - fra ottobre 2017 e giugno 2018 - ha promosso una serie di eventi formativi in tutta Italia su: "Salute e Ambiente", "Epidemiologia ambientale" e "Valutazione di impatto sulla salute da esposizioni ambientali: dalla stima degli impatti alla comunicazione del rischio", ai quali hanno partecipato come docenti e come discenti molti operatori del Sistema Sanitario Nazionale e del Sistema nazionale per la protezione dell'Ambiente (SNPA).

Sempre nell'ambito del progetto è stato prodotto un Documento guida sulla comunicazione del rischio ambientale per la salute. Considerato il particolare interesse di questa esperienza abbiamo posto alcune domande a due delle animatrici del progetto, Liliana Cori e Paola Angelini.

Liliana Cori (CNR)Liliana Cori è ricercatrice dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Sezione di Epidemiologia. Coordina un'Unità di comunicazione, che supporta le indagini di epidemiologia ambientale dell’Istituto e le attività di ricerca nel settore ambiente e salute.

Paola Angelini, biologa, con specializzazione in entomologia e un master in epidemiologia. Lavora presso il Servizio Prevenzione collettiva e Sanità pubblica della regione Emilia-Romagna dove è responsabile di una posizione organizzativa denominata Ambiente e salute. Ha coordinato progetti regionali di valutazione dell’impatto sulla salute da esposizione ambientali, come Moniter per gli inceneritori e Supersito sull’inquinamento atmosferico.


Il progetto EpiAmbNet ha realizzato un importante percorso formativo, che si è svolto in varie città italiane, coinvolgendo operatori del mondo sanitario e di quello ambientale. Volete illustrarci le motivazioni che vi hanno spinto a promuovere questo progetto e le finalità che aveva?

EpiAmbNet è un progetto promosso dal Centro Nazionale per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (CCM) del Ministero della Salute realizzato da 2016 a 2018 per costruire una rete nazionale di epidemiologia ambientale e promuovere le valutazioni di impatto integrate su ambiente e salute, in accordo con il Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018. Hanno lavorato assieme le strutture sanitarie e ambientali in Italia costruendo una mappa dei gruppi di ricerca attivi e delle ricerche realizzate e promuovendo attività di formazione su ambiente e salute, epidemiologia ambientale, valutazione di impatto sulla salute e infine comunicazione del rischio. Il sito Web del progetto contiene la mappa dei gruppi attivi e delle pubblicazioni, e una rassegna delle attività.

Il progetto EpiAmbNet ha offerto la possibilità di organizzare corsi di formazione, su ambiente e salute e sulla Valutazione di Impatto, in cui è stato possibile trattare in profondità il tema della comunicazione, con casi studio ed esempi italiani, utili come base per la discussione e il confronto.

Nei vostri corsi si è parlato di comunicazione del rischio.

Abbiamo dedicato un ampio spazio del progetto EpiAmbnet alla redazione di un “Documento guida di comunicazione del rischio ambientale per la salute”, che ha previsto la scrittura e la revisione da parte di esperti di comunicazione e di gestione del rischio (ora disponibile sul web). La disponibilità di un documento rivolto ad operatori del servizio sanitario nazionale e del sistema nazionale della protezione ambientale concorre all’attuazione del macro-obiettivo 2.8 “ridurre le esposizioni ambientali potenzialmente dannose per la salute” del Piano Nazionale della Prevenzione.

Il lavoro presenta in forma sintetica le conoscenze maturate in tema di comunicazione del rischio su ambiente e salute, ma soprattutto fornisce indicazioni di supporto alla gestione operativa di processi di comunicazione. Si avvale della lettura critica di 12 esperienze italiane, da cui sono tratte le osservazioni e i suggerimenti per la promozione di buone pratiche.

Viene fornita una descrizione delle diverse fasi del processo comunicativo, inserendo in ciascuna di esse richiami ai casi studio che permettono di mettere a fuoco l'argomento trattato e trarre spunti operativi e indicazioni su come gestire le attività comunicative. Abbiamo scelto la suddivisione proposta da Lundgren e McMakin (1998) in tre tipologie di comunicazione: consensus, crisis e care communication. Si tratta di distinzioni talvolta sfumate, ma molto utili nella fase di programmazione per definire gli obiettivi della comunicazione, capire gli ambiti in cui agisce e gli interlocutori prioritari. (Lundgren R.E., McMakin A.H., Risk communication. A Handbook for Communicating Environmental, Safety, and Health Risks, Colombus, Battelle Press, II Edition, 1998)

Nei vostri corsi avete fatto quindi formazione anche sulla comunicazione del rischio.

La componente di comunicazione del rischio era inserita nei moduli formativi di Epiambnet dedicati alla Valutazione di Impatto. Sono state realizzate quattro edizioni (Bologna, Palermo, Firenze e Bari) che hanno visto partecipare circa 100 operatori pubblici provenienti per la maggior parte da ASL e ARPA, con la presenza anche di funzionari regionali, con un team di quattro docenti. Abbiamo scelto di adottare una metodologia formativa coinvolgente, basata sulla discussione e l’elaborazione di contenuti, a partire dai casi studio del “Documento guida”.

Molte delle esperienze erano note ai partecipanti ed è stato utile proprio riflettere su ciò che è avvenuto, i motivi, se e come le cose avrebbe potuto andare diversamente. Abbiamo mostrato anche materiali di comunicazione diversi per discuterne il significato e l’efficacia.

Come è risultato dalle discussioni, il metodo è stato apprezzato dai partecipanti, perché la maggior parte di loro non aveva mai avuto il tempo di ragionare su quanti attori sono presenti sul territorio, su come costruire un piano di comunicazione, su come presentarsi in pubblico o preparare un comunicato stampa.

È stato interessante condividere con i partecipanti al corso l’analisi di ciò che non ha funzionato nelle esperienze riportate e ragionare su come evitare i possibili inciampi. La discussione nel corso ha esplorato anche i limiti e confini imposti dal ruolo professionale e le differenti possibilità di contribuire ad un percorso di comunicazione in relazione alle differenti organizzazioni di provenienza dei partecipanti.

Un aspetto che riguarda la vita quotidiana di tutti è poi il “nuovo mondo” dei social media, che ha ribaltato gli equilibri, le conoscenze e le convinzioni riguardo alla circolazione delle informazioni, le competenze, l’affidabilità e il rispetto dei ruoli. A causa della disintermediazione, che produce una moltiplicazione di notizie, anche senza controllo, i diversi attori in gioco si ritrovano esposti a tempeste non prevedibili, difficili da affrontare. È però un ecosistema cui nessuno si può davvero sottrarre. Come per tutti gli ecosistemi anche qui ci sono gli esperti e chi riesce a monitorare gli andamenti, molto più difficilmente a prevedere le evoluzioni.

Durante i corsi, è stato divertente apprendere gli orari preferenziali per i twitter, il tempo che le persone in media passano su facebook, la quantità di messaggi che ogni giorno spiazzano gli osservatori di politica, cultura e società. Nella discussione con i partecipanti è stato anche interessante notare quanto siano diverse le posizioni delle amministrazioni pubbliche rispetto a questi strumenti e quanto sarebbe importante una conoscenza più approfondita per aprire nuovi canali. 

Si ha la sensazione che la percezione dei rischi di carattere ambientale non corrisponda spesso agli effettivi rischi, talvolta risulta sovradimensionata (soprattutto per certe tipologie di impianti), altre sottovalutata (soprattutto quando interessa comportamenti individuali). Avete parlato di questi aspetti? Cosa è emerso dai vostri incontri?

È chiaro che la percezione dei rischi è stato uno dei temi trattati, da diversi punti di vista. Dal punto di vista degli esperti, che costruiscono la loro percezione sulla base del ruolo che ricoprono, oltre che alle conoscenze e convinzioni; dal punto di vista dei cittadini, sulla cui percezione si parla molto ma con pochi dati concreti e vere conoscenze; dal punto di vista dei decisori politici, che provano a soddisfare esigenze spesso contradditorie.

Da indagini realizzate, e dai casi studio trattati nel nostro lavoro, abbiamo imparato che la percezione dei rischi tende ad auto-confermarsi, a volte ad auto-alimentarsi, e le persone selezionano in modo più o meno consapevole le informazioni che confermano le loro convinzioni. La percezione può andare in direzione della sopravvalutazione o della sottovalutazione, sia per i rischi ambientali che per quelli individuali.

Nella prospettiva del decisore politico, la percezione che tende a sopravvalutare o sottovalutare ha riflessi importanti sul piano della decisione. I rischi ambientali vengono di frequente sottovalutati rispetto a quelli individuali: nella maggior parte dei casi le strategie di prevenzione si rivolgono ai rischi individuali, che appaiono più facili da affrontare e soprattutto da spiegare. La dimensione collettiva cui appartengono i rischi ambientali per la salute è più complessa, la responsabilità delle decisioni e gli interessi in gioco allontanano le azioni concrete, anche dove sarebbero possibili e percorribili.

Proprio i social media, con la disintermediazione di cui parlavamo prima, consentono a molte voci di farsi sentire con grande rapidità. Quando si manifesta una preoccupazione per impianti, tecnologie o progetti sul territorio le autorità dovrebbero considerarla, comprenderne le ragioni e rispondere nel merito. Uno dei problemi è certamente l’aumento delle informazioni false, che spesso costano molto tempo e risorse, ma è anche vero che si possono smascherare. L’importante è non ridicolizzare le persone o sottovalutare i problemi, e aumentare nelle istituzioni la capacità di ascolto.

Ambiente e salute e gli studi di epidemiologia ambientale sono spesso argomenti controversi, dove ARPA e ASL si trovano in primo piano a dialogare con i cittadini. Ci sono ricette e consigli nel vostro documento guida?

Molti ingredienti, poche ricette, perché davvero le situazioni cambiano molto nei diversi contesti, ma molta attenzione a strumenti e metodi. Abbiamo immaginato che la comunicazione entri a far parte integrante della governance dei problemi territoriali, in particolare dove ci sono rischi per la salute provocati da pressioni ambientali riconosciute.

Può succedere come è accaduto a Civitavecchia che uno studio di biomonitoraggio umano (consegnato a maggio 2016), per quanto impegnativo e ben condotto, è stato contestato dalla comunità locale preoccupata dalle emissioni della centrale termoelettrica alimentata a carbone. «La domanda fondamentale posta dal pubblico era: l’impianto è responsabile del peggioramento della salute dei cittadini? I risultati dello studio di biomonitoraggio non hanno fornito una risposta esauriente alla domanda, alimentando così un sentimento di insoddisfazione generale. …. Quando nel luglio 2016 è stato diffuso il rapporto sullo studio epidemiologico di coorte, che attribuiva un ruolo importante alla centrale, la stampa e l’opinione pubblica lo hanno ignorato. … Durante una comunicazione pubblica, è fondamentale rispondere alle domande poste dalla cittadinanza e dalle istituzioni, fornendo dati e informazioni. Nel caso della presentazione dei risultati dello studio ABC, si è registrato uno scollamento tra quanto comunicato dai ricercatori e le istanze provenienti dalla comunità. Dal punto di vista comunicativo sarebbe stato più opportuno e efficace, effettuare, in accordo con l’amministrazione comunale, un’analisi delle conoscenze e delle preoccupazioni del pubblico di riferimento, precisare gli obiettivi comunicativi e infine presentare insieme i due studi (biomonitoraggio e di coorte).»

In un caso come questo, e in molte situazioni simili, sarebbe utile avere la possibilità di dialogare con cittadini e amministratori in modo continuativo, conoscere il territorio e le persone che lo abitano. Si potrebbe creare una sede di discussione, organizzare riunioni tematiche, convocare specifiche competenze. Si pensi a quanto potrebbe essere utile in caso di emergenza, per chiamare a raccolta le forze, informare in modo capillare e contribuire ad arginare il panico.

Avete lavorato a stretto contatto con esperti di entrambi i “mondi” (ambiente e salute) che sono strettamente connessi ma spesso molto distanti. Secondo voi, che vedete la problematica dal punto di vista della salute, cosa si potrebbe fare per integrare di più questi due mondi?

Dopo tanti anni di lavoro in collaborazione riteniamo che le distanze si siano sensibilmente accorciate e lavoriamo per abbreviarle ancora di più, pur riconoscendo che in Italia ci sono grandi differenze tra i territori. Per fare due esempi, in Emilia-Romagna c’è una consolidata tradizione di attività e progetti gestiti in modo integrato tra ARPA e ASL, basti citare il progetto Moniter di sorveglianza degli inceneritori in Regione (uno dei casi studio riportati nel “Documento guida sulla comunicazione”); a livello nazionale l’iniziativa della “Task Force ambiente e salute” del Ministero della Salute potrà facilitare le esperienze di integrazione tra due “mondi” che sono molto vicini.

Nell’ambito del progetto Epiambnet abbiamo operato per costruire un punto di vista che metta al centro la relazione tra ambiente e salute e che superi l'approccio separato, tenendo come punto di riferimento il lavoro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità con i suoi tavoli interministeriali sempre attivi e propositivi (si pensi all’incontro di Ostrava dal 2017 - sul quale si è parlato in Arpatnews e Micron).

In particolare per la comunicazione del rischio ambientale per la salute la nostra opinione è che occorrano gruppi multi-inter e trans-disciplinari che abbiano tutte le competenze specifiche necessarie: ambientali, biomediche, tossicologiche, epidemiologiche e comunicative che trovino e pratichino un linguaggio comune. Proprio sul piano della comunicazione è importante affermare che non si tratta di parlare dello stato dell'ambiente o di quello della salute, ma di come questi si relazionano tra loro per le persone che vivono in un determinato territorio.

Lo schema secondo il quale l'operatore ambientale si limita a comunicare i dati di monitoraggio, mentre l'operatore sanitario parla dello stato di salute generale della popolazione è superato nei fatti, perché non risponde alla domanda che viene dagli utenti e non soddisfa neppure gli stessi operatori.

Per favorire una maggiore integrazione ambiente-salute cosa potrebbero fare le agenzie per la protezione dell’ambiente? E cosa potrebbero fare gli enti/istituti/agenzie che operano in campo sanitario?

Semplice e complesso nello stesso tempo: definire in modo condiviso le competenze esclusive e quali gli ambiti di lavoro da gestire in modo integrato è un passo necessario, che va formalizzato con dei protocolli.

I gruppi di lavoro misti sulle Valutazioni di impatto sulla salute nell’ambito delle Conferenze di Servizi locali, realizzati grazie ai progetti del Centro Nazionale Controllo delle Malattie del Ministero Salute CCM VISPA e T4HIA, hanno dato buona prova in questo senso.

La Task Force menzionata prima e gruppi di lavoro con esperti ambientali e sanitari anche a livello regionale stanno producendo documenti comuni e supportando i responsabili delle amministrazioni pubbliche.

Su specifiche questioni vanno poi coinvolti istituti di ricerca e universitari. La produzione di articoli scientifici con revisioni indipendenti è necessaria a sostenere le decisioni basate sulle evidenze, quelle che tutti noi che ci occupiamo di ambiente e salute abbiamo il dovere di perseguire.


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Maggiori informazioni all'indirizzo www.arpat.toscana.it/qualita




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