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Giovedì 04 ottobre 2018

Ancora partecipazione? La Toscana risponde sì


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Obiettivo dell’incontro organizzato dall'Autorità per la partecipazione (APP) è stato quello di analizzare e discutere, insieme a tutte le forze coinvolte, gli esiti della valutazione sull’attuazione della Legge regionale 46/2013

Dall’approvazione della Legge regionale 46/2013 “Dibattito pubblico regionale e promozione della partecipazione alla elaborazione delle politiche regionali e locali” è passato ormai del tempo, tante cose sono cambiate, non ultima l’introduzione del Dibattito pubblico nella norma nazionale: la Regione Toscana già dal 2017 ha avviato una riflessione sull’attuazione della sua legge e l’incontro organizzato dall’Autorità per la partecipazione (APP) il 25 settembre a Firenze ha avuto proprio lo scopo di condividere gli esiti delle sue valutazioni con tutti gli attori coinvolti, offrendo anche un momento di riflessione accademico sui temi della partecipazione e della qualità della democrazia.

L’intento di mettere mano e riformare la Legge 46 è stato affermato dallo stesso Presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani, che ha invitato i presenti ad avanzare proposte e idee in tal senso. Il bilancio che viene tratto è di un’esperienza senz’altro positiva e importante: “...la Legge, che nella sua impostazione era una norma a termine, deve diventare sicuramente a tempo indeterminato” ha dichiarato Giani.

Un aspetto fondamentale su cui è necessario un confronto in vista della riforma della norma, viene espresso dall’Assessore alla Presidenza e Partecipazione della Regione Toscana Vittorio Bugli, che al termine dei lavori della giornata si è anche impegnato a proporre - entro breve - un testo per la nuova legge su cui aprire poi un confronto: la partecipazione deve diventare una pratica politica, gli esiti dei percorsi partecipativi devono cioè essere tradotti in politiche, perché proprio questi percorsi possono aiutare ad individuare i bisogni sociali a cui gli atti e le politiche stesse devono rispondere.

Questo punto di vista è stato ribadito anche da Emiliano Fossi, referente area partecipazione di ANCI Toscana nonché Sindaco di Campi Bisenzio: la partecipazione, quale metodo di governo, è un terreno di sfida importante per gli amministratori che dovrebbero osare di più ed utilizzare i processi partecipativi come occasioni di cambiamento, perché se il fine dell’amministrazione locale è creare comunità inclusive, la partecipazione è sicuramente una leva importante su cui agire.

A Francesca Gelli dell’APP il compito di illustrare il rapporto valutativo sull’attuazione della Legge 46; la valutazione, effettuata nel corso del 2017 e 2018 anche attraverso un’analisi partecipata che ha visto coinvolti gli attori locali in specifici tavoli provinciali, si è soffermata sia sull’attuale legge che sulla precedente norma regionale (LR 69/2007), andando ad analizzare e confrontare i processi partecipativi attuati e finanziati nell’ambito di entrambe le leggi.

L’identikit dei partecipanti ai processi partecipativi è basato su specifici questionari proposti dall’APP e rivolti ai singoli partecipanti e risulta pertanto manchevole in quanto molti sono stati i questionari non compilati o incompleti.

Dall’analisi dei dati comunque raccolti emerge come a partecipare ai processi partecipativi svolti in Toscana in questi anni siano stati principalmente uomini (54%), non giovani, con un livello di istruzione elevato, per il 92% di nazionalità italiana. I partecipanti sono inoltre già organizzati e attivi a livello di partecipazione, in quanto appartenenti ad associazioni, partiti politici, parrocchie, etc..

Per quanto riguarda il budget dedicato ai processi partecipativi, questo è passato dai 700,000 euro annui garantiti tra il 2008 e il 2013, sotto la predente legge regionale, a circa la metà su cui l’APP può attualmente contare. A fronte di questo drastico calo, accelerato dal 2016, le domande e le candidature non sono affatto diminuite: 116 i processi finanziati con la 69/2007 e 108 quelli fino ad oggi finanziati con la 46/2013.

partecipantiSe la necessità di ampliare la partecipazione ad altri segmenti e categorie, così come emerge dall’identikit tracciato, e l’inadeguatezza dei finanziamenti regionali sono sicuramente due grosse criticità che emergono dalla valutazione, Gelli ha evidenziato anche altri elementi che dovranno essere rivisti in sede di riforma della norma.

Nella legge, ad esempio, sono contenuti elementi prettamente procedurali che dovrebbero trovare spazio nei regolamenti.

È opportuno inoltre rivedere le procedure di partecipazione dei cittadini, in particolare il criterio di residenza quale requisito di ammissione per i soggetti abilitati a presentare richiesta di sostegno ad un processo partecipativo locale.

Le nuove tecnologie potrebbero in futuro essere maggiormente spinte e quindi si potrebbe pensare ad una maggiore digitalizzazione dei processi, anche con forme di democrazia diretta.

Un elemento importante che emerge e che è stato riportato all’attenzione anche dai rappresentanti delle amministrazioni presenti è il problema della necessaria formazione del personale comunale sugli strumenti partecipativi per riuscire a gestire con padronanza i processi locali. Da questo punto di vista, come proposto dallo stesse Assessore Bugli, la nuova legge dovrebbe favorire la creazione e la formazione di competenze locali, interne quindi alle amministrazioni, e allo stesso tempo snellire la messa a disposizione di competenze esterne.

Il quadro tracciato dal rapporto valutativo ci restituisce infine un territorio toscano che solo per il 39% ha sperimentato, tra la precedente legge e l’attuale, processi partecipativi locali. Nel ripensare la nuova legge si dovrà senz’altro partire anche da questo dato per arrivare ad ampliare la copertura e portare la partecipazione anche in quei territori che sembrano più restii a sperimentare questi processi.

Francesco Raniolo, dell’Università della Calabria, ha infine approfondito il nesso tra partecipazione e qualità della democrazia, riprendendo alcuni temi rilevanti emersi dalla valutazione dell’APP.

In primo luogo la partecipazione non è in realtà un evento isolato, ma si inserisce in una massa critica di provvedimenti che vanno verso la stessa direzione: comunicazione, trasparenza, rivoluzione digitale.

Raniolo mette inoltre in guardia rispetto al rischio di ottenere un effetto boomerang dai processi partecipativi: se infatti la partecipazione può alimentare la fiducia nelle istituzioni e rappresentare quindi un antidoto alla crisi di rappresentatività delle stesse, se non progettata e pensata realisticamente può produrre effetti inversi e ritorcersi contro l'amministrazione stessa.

Riprendendo poi il tema della partecipazione come pratica politica, afferma come i processi partecipativi siano l’occasione per rendere più intelligenti le politiche, attraverso la capacità di far emergere e tenere insieme punti di vista diversi. Da questo punto di vista non bisogna avere paura quando la partecipazione diventa conflittuale, in quanto il conflitto è nella natura stessa delle cose.

symposiumQuesta idea è stata anche al centro del pensiero di Luigi Bobbio, scomparso meno di un anno fa e autorevole punto di riferimento in Italia ed in Europa per chi si occupa di partecipazione dei cittadini e democrazia. Secondo Bobbio, infatti, la partecipazione non dovrebbe essere utilizzata per nascondere il conflitto, ma dovrebbe servire piuttosto per farlo emergere, attraverso la costruzione di specifiche “arene” con cui gestirlo.

In omaggio a Luigi Bobbio il pomeriggio del 25 settembre si è tenuto un ‘Symposium’ che è stato anche l’occasione per presentare uno speciale a lui dedicato sul Vol. 11, No. 1 (2018) della rivista Partecipazione e conflitto.

Testo di Maddalena Bavazzano


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