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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
Martedì 07 Agosto 2018

La comunicazione in tempo di crisi: rischi e opportunità per le agenzie ambientali


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Intervista a Stefano Cianciotta. "...dove la sfiducia contrasta in modo forte la reputazione, comunicare non è solo un'operazione di trasparenza, ma può diventare un esercizio retorico se non è supportato da un’azione forte che contribuisca a dare autorevolezza a tutta l’organizzazione"

Alla comunicazione del rischio e ai possibili coinvolgimenti delle Agenzie ambientali su questo tema abbiamo dedicato alcuni approfondimenti tra cui le interviste ad Andrea Cerase e a Giancarlo Sturloni - nell'ambito di una serie di interviste sulle tematiche della comunicazione, informazione e partecipazione - ; oggi torniamo sull’argomento intervistando Stefano Cianciotta, docente di Comunicazione di Crisi aziendale alle Università di Teramo e Verona, nonché consulente della Scuola di Formazione del Ministero della Difesa e della Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica e consulente aziendale e di formazione manageriale sul Crisis Management e sulla innovazione delle organizzazioni.


Le agenzie ambientali devono affrontare quotidianamente situazioni di “emergenza”, di “piccole” e “grandi” dimensioni. Dallo sversamento di gasolio in un corso d’acqua, all’incendio di un impianto di gestione dei rifiuti, all’incidente in un’azienda a rischio industriale rilevante. Secondo lei si può parlare in questi casi di “comunicazione di crisi”?
Le agenzie ambientali sono organizzazioni che quotidianamente si confrontano e maneggiano dati, che possono originare situazioni di crisi. Per questa ragione temi come il risk management e la comunicazione di crisi non possono essere confinati tra gli strumenti accessori, ma devono diventare patrimonio fondamentale di tutta l’organizzazione.

La comunicazione è un elemento che attiene all’organizzazione aziendale. Solo se esiste una struttura proattiva, che ha fatto di questi temi i driver della sua azione quotidiana e della comunicazione interna, si potrà rispondere in modo veloce alle problematiche innestate da una pluralità di competenze, problematiche sulle quali le agenzie sono chiamate a dare risposte in tempi sempre più rapidi e in un contesto negativo nel quale la pubblica opinione legge con superficialità e soprattutto con sfiducia quanto proviene dalle organizzazioni della PA.

Come cittadino, esperto di comunicazione, così si attenderebbe da un’ARPA in una situazione di emergenza ambientale?
Che vengano comunicate leadership e proattività, per essere percepiti come un’organizzazione che ha ben chiari gli obiettivi, gli strumenti e soprattutto le risorse umane con quali portarli a compimento.

Le agenzie dovrebbero farlo sempre, non solo in situazioni di crisi. Le organizzazioni contemporanee devono essere guidate da manager esperti, che devono modificare le abitudini delle organizzazioni per trasformarle in luoghi proattivi. Le agenzie hanno competenze e risorse per andare in questa direzione. Spesso il difetto risiede nelle capacità manageriali di chi guida i processi perché le competenze e il know-how interno sono elevatissimi.

Ha mai avuto occasione, nella sua attività professionale, di venire a contatto con una ARPA? Che impressione ne ha avuto, dal punto di vista della comunicazione?
Ho lavorato con l’Arta in Abruzzo, con la quale ho sviluppato un percorso formativo sulla comunicazione e il management di emergenza riservato ai dirigenti e ai funzionari della struttura. Ho incontrato professionisti motivati, con un fortissimo senso di identità e di appartenenza. Spesso, però, si ha difficoltà a trasformare in azioni concrete le elaborazioni sviluppate in aula. E la quotidianità, se non può dare delle risposte immediate, può trasformarsi in frustrazione. Soprattutto in contesti pubblici dove vi è un livello di competenze molto elevato, come nel caso dell’Arta.

Quali sono i rischi e le opportunità per un ente - nel nostro caso un’agenzia ambientale - che deve affrontare una situazione di crisi?
Il principale problema risiede nella delegittimazione delle fonti pubbliche, alimentata dalla rete e da un’informazione poco attenta agli approfondimenti, come è accaduto con l’Istituto Superiore di Sanità nella gestione dei vaccini e con la disputa intorno a Stamina. Il discredito ha preso il posto dell’autorevolezza delle fonti e nella miscela esplosiva dell’uno-vale-uno organismi pubblici hanno perso il loro ruolo di punto di rifermento perché sono considerati poco attendibili e al servizio delle lobbies.

Si pensi, ad esempio, al caso di Ilaria Capua, virologa di fama internazionale, famosa per avere sviluppato la prima strategia di vaccinazione al mondo dall’influenza aviaria, poi adottata dalla Fao e dall’Unione europea. È stata mortificata da un articolo di copertina dell’Espresso in cui la si accusava, insieme ad altri, di importare virus in combutta con le case farmaceutiche a scopo di lucro. L’articolo del giornalista di punta del settimanale, Lirio Abbate (VEDI RETTIFICA IN FONDO PAGINA), famoso per le sue rivelazioni clamorose sulla criminalità, motivò un’inchiesta giudiziaria dalla quale la ricercatrice uscì prosciolta da tutte le accuse in quanto “il fatto non sussiste”. Una bufala, insomma. Una bufala che però ha spinto Capua a lasciare la politica - era deputato di Scelta Civica - e poi l’Italia per andare a lavorare alla University of Florida a Gainesville, dove ora dirige un centro di eccellenza. In un paese dove ci si lamenta della fuga di cervelli è un ulteriore paradosso - nonché una sconfitta civile - avere perso il contributo di una ricercatrice che aveva deciso di restare e di contribuire con la sua attività politica al progresso generale. A maggiore ragione per il vergognoso processo in cui tutto questo è accaduto, secondo un canovaccio noto: inchieste giornalistiche senza fondamento, indagini obbligate ma inconcludenti, gogna mediatica. E, in questo caso, umiliazione della scienza ed esaltazione della vox populi. E, ovviamente, molta acqua al mulino del movimento antivaccinista.

In questo contesto, dove la sfiducia contrasta in modo forte la reputazione, comunicare non è solo un’operazione di trasparenza, ma può diventare un esercizio retorico se non è supportato da un’azione forte che contribuisca a dare autorevolezza a tutta l’organizzazione. Per questa ragione occorre trasformare le Agenzie in strutture proattive, che siano in grado di attivare un processo continuo di comunicazione con tutti gli stakeholders. Chi guida queste strutture deve capire che soft skills come la comunicazione, la leadership, team working non sono prerogative aziendali, ma sono i presupposti per dare managerialità e valore a tutta l’organizzazione.

Quali attività preventive è necessario fare per prepararsi a gestire una situazione di crisi, con particolare riferimento alla comunicazione?
La costituzione di un crisis team è il primo step per mettere la crisi in agenda. E poi tanta formazione, aggiornando continuamente la mappatura dei rischi e degli stakeholders. La formazione continua è un fattore ineludibile per sviluppare l’empowerment del personale, soprattutto in tempo di pace, quando la crisi sembra davvero essere distante dall’attività ordinaria di un’organizzazione. E un’agenzia che si occupa di protezione ambientale deve diventare un modello nella gestione delle tematiche di crisi anche nei confronti delle altre amministrazioni, che spesso sono in grave ritardo culturale su queste tematiche.

Come coordinamento dei comunicatori del Sistema nazionale per la protezione ambientale stiamo predisponendo delle linee guida sulla comunicazione nelle emergenze ambientali, vuole darci qualche suggerimento utile?
Il principale problema che ogni volta si riscontra è quello di una mancanza di un sistema codificato di procedure e di linguaggi. Il “chi fa cosa” è lasciato più all’esercizio retorico e alla buona volontà. Io partirei da una chiara definizione dei compiti e dei professionisti incaricati a svolgerli.


RETTIFICA

Dal giornalista Lirio Abbate del settimanale l'Espresso, riceviamo la seguente richiesta di rettifica:

Queste affermazioni di Cianciotta: "...dove la sfiducia contrasta in modo forte la reputazione, comunicare non è solo un'operazione di trasparenza, ma può diventare un esercizio retorico se non è supportato da un’azione forte che contribuisca a dare autorevolezza a tutta l’organizzazione" sono false e diffamanti riguardo la mia persona e la mia attività professionale.
L'Arpa non può essere strumento di diffamazioni e distorsioni giudiziarie e giornalistiche.
Voi riportate che io avrei "mortificato" e "accusato" Ilaria Capua e che per questo "motivò un'inchiesta giudiziaria". È tutto falso, condito anche dall'affermazione che la mia era "una bufala". Falso anche questo. Per sua conoscenza e per la conoscenza di Cianciotta - nei confronti del quale procederò subito nelle sedi giudiziarie opportune - nel mio articolo ho solo riportato una notizia purtroppo vera e verificata e documentata in cui Capua era indagata da diversi anni con accuse gravissime. Un fatto vero. A questo proposito il provvedimento di un giudice che ha archiviato, ripeto, archiviata la denuncia di Capua, senza riversare alcuna colpa su di me. Anzi, il gip precisa nel provvedimento che sulla virologa non ci fu persecuzione, ma L'Espresso ha svolto una «fedele ricostruzione dei fatti», nel «concreto interesse della collettività a conoscere una questione ad alto impatto sociale». Un corretto lavoro giornalistico. "Su Ilaria Capua nessuna diffamazione dell'Espresso: lo ha stabilito il giudice".

REPLICA

Da Stefano Cianciotta riceviamo la seguente replica alla rettifica:

"L’intento delle mie affermazioni non era affatto quello di ledere l’onore e la professionalità di Lirio Abbate, giornalista che ha fatto della libertà di espressione la cifra del suo impegno civile.

Le affermazioni attenzionate rientrano in un contesto più generale, nel quale stavo rispondendo sul rapporto tra pubblica opinione, informazione e trasparenza, tema particolarmente delicato sul quale, peraltro, l’Ordine dei Giornalisti mi ha chiamato in diverse occasioni come relatore a giornate di formazione.

Non c’è stata, pertanto, alcuna intenzione di danneggiare la reputazione di Abbate, ma ho unicamente utilizzato una espressione colorita e coreografica (bufala), oggi peraltro molto in voga, per sintetizzare un “nulla di fatto” con riferimento ad una inchiesta giudiziaria, che si è conclusa con un provvedimento di archiviazione nei confronti dell’indagata, la cui posizione come eminente ricercatrice internazionale ha contribuito a dare eco ed enfasi alla inchiesta stessa.

Come sa bene Abbate la regola di giudizio che sorregge l’archiviazione è quella della insussistenza di elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio (art. 125 Disp. Att. CPP).

Nessun intento provocatorio e lesivo, quindi, ma solo la constatazione con affermazioni certamente significative e intrise di amarezza, che un’inchiesta giudiziaria, alla quale era stato dato uno spazio importante su di un medium nazionale di così ampia diffusione, avesse prodotto l’allontanamento della virologa dall’Italia, la cui posizione da indagata è stata successivamente archiviata."


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