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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
Giovedì 08 Marzo 2018

Ambiente e salute: il valore di fare sistema


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Intervista a Eugenia Dogliotti dell’Istituto superiore di sanità

Abbiamo rivolto alcune domande a Eugenia Dogliotti, Direttore del Dipartimento di Ambiente e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Conseguita la laurea in Scienze Biologiche presso l’Università La Sapienza di Roma, ha trascorso la sua formazione post-laurea nel settore della mutagenesi molecolare e riparazione del DNA, prima, presso il Medical Biological Laboratory, TNO, Rijswijk (Olanda) e, successivamente, presso il Department of Applied and Biological Sciences, Massachusetts Institute of Technology (USA). Al ritorno in Italia, la sua attività di ricerca presso l’ISS si è focalizzata sui meccanismi di mutagenesi chimica e sull’interazione gene-ambiente nello sviluppo di patologie. Dal 2000 ha diretto il reparto di Epidemiologia Molecolare. È stata presidentessa della European Environmental Mutagen Society (2007-2009) e nel 2015 ha vinto il premio Frits Sobels il più alto riconoscimento europeo per studi nel campo della mutagenesi ambientale.


Un’agenzia come la nostra ha come compito primario il controllo dell’ambiente e la diffusione di informazioni, dati, notizie su di esso. Spesso, però, i cittadini ci chiedono quali implicazioni hanno per la salute i dati che diffondiamo e questo non rientra fra le nostre competenze. Ambiente e salute sono in effetti due “mondi” strettamente connessi ma spesso molto distanti. Secondo lei, che vede la problematica dal punto di vista della salute, cosa si potrebbe fare per integrare di più questi due mondi?

La dichiarazione finale della Sesta conferenza interministeriale su ambiente e salute di Ostrava (Giugno 2017) identifica tra i passi istituzionali necessari per mitigare/prevenire i fattori di rischio ambientali che influenzano la salute la necessità di un raccordo istituzionale e sinergia tra i due settori ambiente e salute. È nostra responsabilità come operatori di sanità pubblica contribuire all’integrazione di questi due mondi. Nella stessa dichiarazione ci viene indicata la strada:

  • la messa in comune delle competenze e il trasferimento delle conoscenze scientifiche attraverso la creazione di una piattaforma per la collaborazione e la comunicazione tra esperti di ambiente e salute a livello nazionale e internazionale
  • la promozione di azioni di sistema intersettoriali promuovendo la coerenza e la convergenza delle policy tra processo su ambiente e salute.

L’esigenza di fare sistema all’interno del settore salute si riflette anche nel Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018 che ha stabilito per la prima volta uno specifico macro-obiettivo su Ambiente e Salute, evidenziando l’importanza di questa sinergia nell’ambito delle azioni programmate di prevenzione e promozione della salute e promuovendo una decisa advocacy sanitaria a guida e sostegno degli interventi di prevenzione e promozione della salute.

Per favorire una maggiore integrazione ambiente-salute cosa potrebbero fare le agenzie per la protezione dell’ambiente? E cosa potrebbero fare gli enti / istituti / agenzie che operano in campo sanitario?

L’istituzione del Sistema Nazionale per la Protezione dell'Ambiente (SNPA) ha mostrato le potenzialità di un sistema che efficacemente coniuga la conoscenza diretta del territorio e dei problemi ambientali locali con le politiche nazionali di prevenzione e protezione. Analogamente la costruzione di un sistema a rete delle strutture organizzative sanitarie di prevenzione con capofila l’Istituto Superiore di Sanità, sotto l’egida del Ministero della Salute, potrebbe garantire l’adozione di strategie armonizzate a tutela della salute della popolazione e nella gestione delle criticità ambientali-sanitarie.

integrazione ambiente e saluteDiventerebbe poi imperativo costruire un “ponte” tra le due reti, che potrebbe essere la “piattaforma per la collaborazione tra esperti di ambiente e salute” proposta dal Congresso di Ostrava. Ad oggi soltanto alcune regioni hanno messo in atto indirizzi operativi in linea con la necessità di un’integrazione in tema di ambiente e salute , con la creazione di coordinamenti regionali. Il sistema di coordinamento nazionale proposto, che vede le due reti “Ambiente” e “Salute” fare sistema, potrebbe assolvere la funzione di volano al fine di consentire a livello locale di marciare con la stessa velocità.

Quando emergono problematiche ambientali in territori specifici da parte dei cittadini e delle loro associazioni, si fa appello a risposte di carattere sanitario che in qualche modo vanno ricondotte alla epidemiologia ambientale, ma questa ha tempi necessariamente lunghi, talvolta opera sulla base di numeri molto ridotti, cosa è possibile fare per migliorare questa situazione?

Le problematiche ambientali con potenziali effetti sulla salute del cittadino vanno affrontate con tutti gli strumenti a disposizione che, nel campo della valutazione del rischio, prevedono, secondo me, necessariamente l’integrazione delle metodologie di valutazione del rischio epidemiologico e di quello tossicologico. Là dove sono disponibili studi epidemiologici con descrizione adeguata dell’esposizione, questi presentano un indiscusso vantaggio rispetto agli studi tossicologici perché mostrano gli effetti direttamente sull’uomo di quelle che sono spesso esposizioni a miscele di più contaminanti.

Tuttavia studi epidemiologici utilizzabili nella valutazione del rischio sono disponibili per un numero limitato di sostanze mentre si può attingere più facilmente ad un ampio spettro di informazioni sulle proprietà tossicologiche del singolo agente utilizzando studi in vitro, in vivo o in silico. Va ricordato che la valutazione del rischio si declina, sia nel caso del rischio epidemiologico che tossicologico, nelle fasi dell’identificazione del rischio: valutazione della correlazione dose-risposta, valutazione dell’esposizione e infine caratterizzazione del rischio. L’integrazione dei due strumenti è la strada da percorrere nel futuro.

Si parla da tempo, anche nei rapporti dell'Agenzia europea per l'ambiente, della possibilità del coinvolgimento dei cittadini nei monitoraggi ambientali, è la cosiddetta “citizen science”. Cosa ne pensa?

La partecipazione attiva del cittadino al processo scientifico può svolgere un ruolo importante soprattutto nel settore ambientale, creando consapevolezza della necessità di comportamenti rispettosi dell’ambiente perché protettivi anche per la salute, insieme a comportamenti finalizzati ad una riduzione “individuale” dell’esposizione.

È responsabilità però delle istituzioni condurre interventi preventivi là dove si identificano potenziali criticità ambientali e, in caso di emergenze ambientali, intervenire con programmi di monitoraggio e sorveglianza della salute.

Altrettanto importante in una situazione emergenziale è condurre un percorso di comunicazione del rischio che includa i cittadini. Solo così potremo contribuire a costruire un clima di fiducia tra i cittadini e le istituzioni chiamate a garantire la loro incolumità o a mitigare i rischi ai quali sono esposti.

La Valutazione di Impatto Ambientale è da tempo nell’ordinamento del nostro Paese. Ora si inizia a parlare di Valutazione di Impatto Sanitario ed anche di Valutazione Integrata Ambientale e Sanitaria. Vuole chiarirci meglio quali sono i nessi fra questi studi e come si può evitare che diventino strumenti “concorrenti”, piuttosto che modalità per aiutare a prendere buone decisioni?

Questa è un’ottima domanda anche perché la disponibilità di “presunti” diversi modelli di valutazione e gestione del rischio è secondo me molto confondente (alla VIS e VIIAS va anche aggiunta la VDS) soprattutto perché spesso presentati come strumenti “concorrenti”. A dimostrazione della necessità di una semplificazione, si osserva che la definizione più accreditata di VIS (WHO European Centre for Health Policy, Gothenburg 1999), “una combinazione di procedure, metodi e strumenti con i quali si possono stimare gli effetti potenziali sulla salute di una popolazione di una politica, piano o progetto e la distribuzione di tali effetti all’interno della popolazione” si applica altrettanto bene alla VIIAS che prevede anche una valutazione della componente ambientale. Quest’ultima d’altra parte non è esclusa dal percorso VIS richiedendo anch’esso una valutazione integrata dell’impatto ambientale e sanitario. Auspico che nella Task forse Ambiente e Salute, recentemente istituita dal Ministero della Salute, si arrivi ad un’armonizzazione dei modelli di gestione del rischio in linea con la necessità di attuare un’attenta valutazione dell’impatto sanitario per tutti i piani, progetti e opere in grado di generare un impatto ambientale sul territorio.

Recentemente l’ISS ha pubblicato delle linee guida per la VIS, su cui alcuni hanno espresso delle riserve. Lei che cosa ne dice?

Le linee guida VIS redatte dal nostro Istituto sono il risultato di una specifica richiesta del legislatore introdotta all’art. 9 legge 221 del 28 dicembre 2015, che inserisce il comma 5bis all’art. 26 del DL.vo 152/2006, richiedendo al proponente di progetti riguardanti le centrali termiche e altri impianti di combustione con potenza termica superiore a 300 MW di svolgere una valutazione di impatto sanitario (VIS) “in conformità alle linee guida predisposte dall’Istituto Superiore di sanità, da svolgere nell’ambito del procedimento VIA”. Tale impegno per l’Istituto è stato riconfermato con il recepimento della nuova Direttiva VIA 2014/52/UE.

Le linee guida pubblicate nel 2017 dall’Istituto hanno rappresentato un primo documento di prova dell’applicazione della VIS e siamo consapevoli della necessità di un loro aggiornamento, relativamente alle metodologie per la valutazione del rischio tossicologico e epidemiologico, e di una declinazione di norme operative più fruibile per gli stakeholders. Infatti, sono attualmente in revisione presso il nostro Dipartimento.


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