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Martedì 14 Novembre 2017

Gli strumenti normativi per coniugare ambiente e salute


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Seconda parte dell’intervista a Giuseppe Lo Presti - Ministero dell’Ambiente

In una precedente intervista a Giuseppe Lo Presti, alla guida della Direzione generale per le valutazioni e autorizzazioni ambientali del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, abbiamo parlato di come integrare ambiente e salute anche attraverso alcuni strumenti autorizzativi, come la VIS, l’AIA e la VIA. Riprendiamo l’argomento approfondendo con riferimenti alla Valutazione del Danno Sanitario (VDS), alle migliori tecniche disponibili (BAT) e ai valori limite di emissione (VLE).


Quando emergono problematiche ambientali in territori specifici da parte dei cittadini e delle loro associazioni, si fa appello a risposte di carattere sanitario che in qualche modo vanno ricondotte alla epidemiologia ambientale, ma questa ha tempi necessariamente lunghi, talvolta opera sulla base di numeri molto ridotti, cosa è possibile fare per migliorare questa situazione?

In questo contesto sicuramente non si può prescindere dall’esperienza condotta a Taranto nei confronti delle problematiche ambientali e sanitarie collegate all’inquinamento procurato dagli impianti siderurgici.

Il Governo ha introdotto con il DL 207/2012 per gli stabilimenti di interesse strategico nazionale, quali l’ILVA di Taranto, l’obbligo di un rapporto di VDS da redigere annualmente a cura della ASL locale e dell’ARPA competente per il territorio, anche sulla base del registro tumori regionale e delle mappe epidemiologiche sulle principali malattie di carattere ambientale. Il decreto stabilisce altresì i criteri metodologici per condurre tale VDS, che costituiscono una definizione univoca delle metodologie a livello nazionale.

A differenza della VIS che ha natura preventiva, la VDS si configura, quindi, come uno strumento che interviene ad AIA già rilasciata, proprio per valutare l’effetto sanitario dell’esercizio dell’installazione AIA, a seguito delle prescrizioni ambientali impartite dal Ministero sulla base delle BAT.

Il rapporto di valutazione del danno sanitario non può unilateralmente modificare le prescrizioni dell’AIA in corso di validità, ma legittima la Regione a chiedere il riesame della stessa (DL 61/2013), e si configura, quindi, come uno strumento di mitigazione dell’impatto anche sanitario delle installazioni industriali.

Va da sé che per intervenire in maniera efficace sulle prescrizioni delle AIA di stabilimenti coinsediati nella medesima area industriale la valutazione dovrebbe essere condotta simultaneamente su tutte le AIA al fine di stabilire i contributi dei vari impianti coinsediati e delle altre fonti di inquinamento e intervenire con misure aggiuntive e specifiche per ciascuna autorizzazione.

Naturalmente permangono talune criticità nell’applicazione di criteri per condurre la VDS, collegate sia alla valutazione dei diversi contributi delle fonti che insistono sullo stesso sito, industriali e non, ed anche alle tempistiche molto lunghe per la conduzione di ulteriori indagini epidemiologiche specifiche.

Inoltre, nel determinare attraverso modelli diffusionali le mappe di distribuzione al suolo delle concentrazioni degli inquinanti trattati dalla VDS, è necessario

  • basarsi per quanto possibile sulle prestazioni reali delle installazioni AIA derivanti dai rapporti annuali dei gestori
  • ricorrere il meno possibile a registri delle emissioni che spesso sono compilati sulla base del limite autorizzato.

L’esistenza di un centro di riferimento nazionale ambientale/sanitario di riconosciuta autorevolezza potrebbe sicuramente risultare utile nel dare indicazioni sul “come procedere”, fornendo i necessari strumenti per attuare e per “leggere” valutazioni basate su strumenti statistici. Nel caso, ad esempio, delle indagini epidemiologiche, sarebbe necessario definire i parametri ed i dati di riferimento sia per gli aspetti ambientali che sanitari da applicare sia agli studi localizzati sia al confronto dei risultati con i dati di diversa scala (nazionale, regionale od altro). Tutto ciò al fine di stabilire approcci omogenei che siano scevri di potenziali “interpretazioni” che risentano delle scelte soggettive del singolo analista, con conseguenti, e talora macroscopiche difformità applicative ai singoli casi concreti.

In una recente intervista rilasciata ad Arpatnews, il prof. Giorgio Assennato ha evidenziato come sarebbe necessario che i limiti emissivi (normativi o definiti per gli specifici stabilimenti dalle autorizzazioni ambientali) fossero “health-based” e quindi in grado di tutelare la salute della popolazione residente nei quartieri adiacenti agli stabilimenti industriali inquinanti. E’ una strada percorribile?

È opportuno precisare che l’attuale quadro normativo comunitario di riferimento in materia di controllo delle emissioni derivanti da sorgenti industriali significative (Direttiva 2010/75/UE è globalmente incentrato sull’obiettivo di assicurare prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento causato all’ambiente dei Paesi Membri nel suo complesso, riconoscendo espressamente la voce «inquinamento» come l’introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore nell’aria, nell’acqua o nel terreno, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell’ambiente, causare il deterioramento di beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o ad altri suoi legittimi usi.

Principale linea direttrice tracciata dalla citata direttiva, infatti, è l’applicazione rigorosa delle BAT e la prescrizione di VLE per le installazioni industriali basati su livelli prestazionali effettivamente raggiungibili.

In questo modo si dà priorità a misure di intervento dirette alle singole fonti di emissione, ancorché esaminate ricorrendo necessariamente ad un approccio integrato, per evitare che gli impatti potenzialmente inquinanti siano spostati da una matrice (come ad. es. atmosfera, acqua, suolo) ad un’altra, con benefici sotto il profilo ambientale, oltre che sanitario, senza tralasciare la situazione socioeconomica e le specifiche caratteristiche locali dei siti in cui si svolgono le medesime attività industriali.

Per garantire, quindi, un livello elevato di tutela dell’ambiente e della salute umana, è opportuno definire e fare rispettare i VLE, condizioni di esercizio e prescrizioni tecniche, che variano in relazione alle complessità e peculiarità dei siti industriali e relativi contesti territoriali su cui essi insistono.

Ai sensi dell’attuale normativa, tali VLE debbono essere utilizzati per autorizzare specifiche emissioni delle singole installazioni, mentre la salute umana ovviamente risentirà di tutti i “contributi” che circondano il soggetto potenzialmente colpito; in tale ambito è bene ricordare che la salubrità di un territorio non è direttamente determinata dai limiti emissivi, ma piuttosto dallo stato di complessiva qualità dell’ambiente, a sua volta in larga parte determinato da tutte le emissioni di tutte le sorgenti attraverso meccanismi complessi (che ad esempio richiedono accurati studi su diffusione, ricadute, effetti incrociati, etc…).

Pertanto, i limiti “health-based” dovrebbero essere non tanto quelli emissivi, ma quelli relativi allo stato di qualità dell’ambiente associati ad un rischio sanitario “accettabile”, lasciando poi alle amministrazioni competenti in materia di ambiente e pianificazione il compito di adottare programmi per garantire il mantenimento di tale stato di qualità, anche fissando in casi particolari o per determinate aree VLE più rigorosi di quelli richiesti in via generale dalla norma.

In altre parole, salvo rare eccezioni, ha poco senso riferirsi alla singola autorizzazione ambientale (o alla singola VIA), che per definizione si riferisce ad un solo singolo impianto; il ruolo principale dovrebbe essere svolto dalla pianificazione di settore (es. Piani di qualità delle acque e dell’aria) regionale e provinciale, la quale, una volta evidenziate le possibili criticità e le relative fonti (emissioni industriali, riscaldamento, mobilità ecc.) dovrà definire le apposite “misure” correttive nei singoli comparti.

Si parla da tempo, anche nei rapporti dell’Agenzia europea per l’ambiente, della possibilità del coinvolgimento dei cittadini nei monitoraggi ambientali, è la cosiddetta “citizen science”, sperimentata anche da ARPA Puglia. Cosa ne pensa?

Rafforzare l’interfaccia tra scienza, società e politica costituisce un fattore di coesione sociale indispensabile, come indicato nel 5° obiettivo prioritario (migliorare le basi di conoscenza e le basi scientifiche della politica ambientale dell’Unione) del 7° Programma di azione per l’ambiente dell’UE.

L’utilizzo delle tecnologie informatiche (es. app presenti sugli smartphone) è un interessante impiego dei nostri telefoni e costituisce un potente strumento per la raccolta di dati; ma bisogna necessariamente fare attenzione alla successiva elaborazione dei dati “grezzi” raccolti dai “volontari” attraverso i dovuti strumenti di controllo, omogeneizzazione e distribuzione sul territorio. Va ricordato sempre che, almeno per ora, i nostri telefoni non possono sostituire le reti di monitoraggio specialistiche che utilizzano specifici sensori.

Un interessante esperimento di coinvolgimento dei cittadini nei monitoraggi ambientali, è quello di ARPA Puglia con il progetto sperimentale di monitoraggio delle emissioni odorigene Odortel nella città di Taranto. Tale sistema ha consentito, per la prima volta, di gestire in modo sistematico le lamentele di molestia olfattiva e di ottenere informazioni su entità e distribuzione del fenomeno odorigeno. Nella pratica i cittadini di Taranto sono stati invitati ad inviare tempestivamente all’ARPA le segnalazioni di molestia olfattiva, con indicazione di luogo, data e ora di percezione e del livello di intensità di odore percepito.

I risultati ottenuti, raffrontati con gli eventi emissivi della zona industriale, hanno costituito un valido supporto in termini di comprensione del fenomeno ed individuazione del nesso causale fra percezione e sorgente odorigena.

Una potenzialità ulteriore di tali strumenti è rappresentata dall’utilizzo ai fini divulgativi ed informativi, sia per comunicazioni in casi di emergenza e/o allarme che per informazioni generali, come ad esempio la catalogazione dei rifiuti domestici ai fini della raccolta differenziata.


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