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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
n. 213 - Venerdì 16 Dicembre 2016

L'impatto ambientale del cibo sprecato


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Se le emissioni di gas serra derivanti dallo spreco di cibo fossero assimilabili a quelle di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina

Lo spreco alimentare ha varie cause e molti effetti rilevanti, incluso un pesante impatto ambientale che è stato stimato e presentato in vari rapporti e documenti FAO.

Dal rapporto FAO 2011 Global food losses and waste. Extent, causes and prevention, relativo ai dati globali sui flussi di produzione e consumo di cibo del 2011 (FAOSTAT), emerge il risultato preoccupante dello spreco di circa 30% del cibo prodotto. In totale, dalle stime FAO, il cibo non consumato è pari a 1.3 Gt/anno, corrispondenti a 1.6 Gt/anno di prodotti primari equivalenti.

Lo spreco proviene da tutte le fasi della filiera:

  • produzione agricola primaria (inclusi gli allevamenti di animali),
  • trasporto e stoccaggio dei prodotti primari,
  • lavorazione degli stessi,
  • distribuzione del prodotto finito alle rivendite e da queste ai consumatori,
  • consumo,
  • rifiuto dei residui.

Nella stima FAO non sono considerate altre fonti di cibo tranne quelle terrestri, evidentemente tralasciando la parte marina.

Il contributo di ciascuna fase alla quantità totale di sprechi varia in base alla regione in cui avviene ed alla tipologia di cibo considerato. Ovviamente l’analisi di dettaglio è basilare per la progettazione di azioni di prevenzione adeguate ed efficaci.

La perdita che questo spreco comporta è ovviamente prima di tutto relativa al problema dell'insufficienza di cibo a livello globale: poco meno di 1 miliardo di abitanti sono sotto-alimentati ed il quantitativo di cibo sprecato ne potrebbe alimentare circa 2 miliardi.

Esiste tuttavia anche un effetto che forse è meno evidente, cioè l'impatto ambientale dovuto allo spreco di tonnellate di cibo, di cui il rapporto FAO 2013 Food Wastage Footprint Impacts on natural resources calcola la “carbon footprint”.

In termini di emissioni di anidride carbonica equivalente dovuti alla produzione di cibo non consumato (3.6 Gt/anno), se fossero assimilabili alle emissioni di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina (10.4 Gt/anno e 6.2 Gt/anno rispettivamente). Il calcolo viene effettuato sulla base delle quantità di cibo sprecato e sui fattori di emissione dedotti dagli studi di Life Cycle Assessments.

Emissioni gas serra - paesi e spreco alimentare

A questo impatto sul clima si aggiunge il fatto che il 30% della terra coltivabile è appunto dedicata al cibo non consumato (che è il 30% di quello prodotto), ma soprattutto che l'acqua sprecata è pari a 21% dell'utilizzo globale di acqua.

Per prevenire gli sprechi è chiaramente necessario cambiare atteggiamenti e tecnologie lungo l'intera catena di produzione/distribuzione/consumo, con un diverso approccio locale. Infatti nei paesi in via di sviluppo il 41% degli sprechi avviene nelle fasi subito successive alla coltivazione e raccolta dei prodotti primari ed anche durante le fasi di lavorazione; nei paesi sviluppati più del 40% degli sprechi avviene a livello di distribuzione e di consumo.

Queste differenze sono dovute sia alle abitudini delle popolazioni ed al livello di industrializzazione sia alla tipologia di alimento prodotto e consumato. È interessante infatti comparare i due set di dati nel grafico seguente, in cui si nota che i maggiori sprechi si hanno per la produzione di cereali (25%), verdura (24%) e tuberi amidacei (18%, simili alla frutta, 16%) ed i maggiori impatti ambientali sono dovuti a cereali (34%), carne (21%) e verdura (21%).

Spreco alimentare e carbon footprint

Legenda:

  • Cerals =cereali
  • Starchy roots = tuberi amidacei
  • Oilcrops and Pulses = olivi e legumi
  • Fruits = frutta
  • Meat = carne
  • Fish and seafood = pesce e molluschi
  • Milk and eggs = latte e uova
  • Vegetables = verdure

Le emissioni di gas serra dell'agricoltura sono principalmente dovute all'impiego di fertilizzanti azotati, che rilasciano anidride carbonica e protossido di azoto, e quindi le emissioni di anidride carbonica equivalente di cereali e verdura sono proporzionali alle quantità di vegetali sprecate (per i cereali il coefficiente di proporzionalità è maggiore che per le verdure, in quanto alcuni cereali, tra cui il riso, possono emettere metano dai residui dei raccolti lasciati sul campo).

Le emissioni di gas serra dovute all’allevamento di bestiame provengono sia dai fertilizzanti, utilizzati per la produzione dei mangimi, sia dalla gestione degli animali. Tuttavia si deve fare una netta distinzione tra animali monogastrici e ruminanti: questi ultimi, oltre alle emissioni dei mangimi, rilasciano ingenti quantità di metano prodotto dalla fermentazione enterica. Per questo, ad uno spreco di carne corrispondente al solo 4% del totale di sprechi, è dovuto il 21% del contributo di emissioni di anidride carbonica equivalente.

La lotta allo spreco alimentare e alla malnutrizione potrebbe richiedere l’evoluzione della dieta umana verso un’alimentazione più sostenibile, oltre che, naturalmente, più largamente accessibile ed in grado di soddisfare correttamente le esigenze nutrizionali della nostra specie (rapporto JRC 2015 Global Food Security 2030 – Assessing trends with a view to guiding future EU policies).

Testo a cura di Silvia Maltagliati

Per approfondire: altre notizie pubblicate da ARPAT sul tema degli sprechi alimentari


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