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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
n. 196 - Martedì 22 Novembre 2016

Quale comunicazione per il Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente


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Il punto di vista di Adriano Zavatti, già Direttore tecnico di ARPAE Emilia-Romagna

In vista della conferenza nazionale sulla comunicazione del Sistema nazionale della protezione ambientale, che si svolgerà a Roma nel giugno 2017, è stato da tempo avviato un percorso di ascolto teso a raccogliere i diversi punti di vista di vari interlocutori proprio sul tema della comunicazione del nascente Sistema nazionale.

In questo contesto, ARPAT ha già ospitato su queste pagine una serie di interviste a soggetti esterni (esponenti di associazioni ambientaliste, giornalisti, professionisti della comunicazione, esperti delle tematiche della trasparenza).

ARPAT inoltre, nell'ambito del programma triennale delle attività del Sistema nazionale, coordina il gruppo di lavoro sulla comunicazione che sta portando avanti un percorso di iniziative di ascolto e di confronto con interlocutori esterni (Ferpi, Fima, Comunicazione pubblica, ecc.)  per capirne le aspettative ed in generale puntare ad una sempre più efficace comunicazione ambientale.

Proprio con l'ottica di recepire i diversi punti di vista sul tema della comunicazione del Sistema delle Agenzie, in questo numero ospitiamo una lettera di Adriano Zavatti, già Direttore Tecnico di ARPAE Emilia-Romagna nonché Past president UN.I.D.E.A.

"Caro Direttore,
leggo su ARPATNEWS del 15 novembre 2016, sotto il titolo L'informazione scientifica delle Agenzie ambientali, l'intervista al giornalista Sergio Ferraris, specializzato in articoli di scienza e tecnologia, in relazione ai problemi ecologici e sociali. L'intervista è assai interessante e piena di ottime considerazioni e penso possa essere una buona guida per le Agenzie e per i comunicatori. Si presta anche ad alcune considerazioni basate sulla esperienza, che mi permetto di sottoporre.

Non vi è dubbio che quanto afferma Ferraris a proposito della necessità di diffondere la cultura del metodo scientifico e di come si forma una valutazione su un determinato problema sia corretto e da seguire. Il lavoro è lungo e faticoso, sia per quanto attiene i grandi temi planetari, sia per quelli più vicini alle realtà locali, ma alla lunga produce sicuramente effetti positivi. Così come l'affermazione dell'importanza della bidirezionalità nella comunicazione, ossia della comunicazione basata sull'ascolto delle istanze diffuse.
Tuttavia, in entrambi gli aspetti ci si scontra assai spesso con posizioni già consolidate, come lo stesso Ferraris ammette e, diremmo noi, anche e ancor più spesso, con posizioni che derivano non tanto dalla volontà di preservazione oggettiva di ambienti naturali o del loro risanamento, ma da esigenze e spinte diverse, dettate da altri scopi, soprattutto a livello locale.

La sindrome NIMBY (not in my backyard) ne è un classico esempio, allorché vengono (o potrebbero esserlo) messe in discussione, non già la qualità dell'ambiente o la salute, ma, ad esempio, il prestigio ed il valore degli immobili in una determinata località o altri interessi divergenti, peraltro mai confessati. Se ciò accade (e accade spesso), è estremamente difficile smontare tesi false o fantasiose o, peggio, capziose, altrettanto spesso supportate da pseudo-scienziati o da gruppi di interesse politico o di orientamento, che facilmente si coagulano al di fuori dei canali riconosciuti della cosiddetta comunità scientifica o ai suoi margini. Questi riescono, mossi da vari interessi (non sempre nobili) a spalleggiare ed a rinfocolare le comprensibili paure della popolazione e quindi a fronteggiare le istituzioni e, segnatamente, le Agenzie, vera e propria front line di difesa del corretto pensiero scientifico. In tal modo, chi si oppone ha facile gioco, potendo anche contare sulla scarsa credibilità generale del “pubblico”, a screditarle, come parte emergente dell'establishment, già di per sé scarsamente autorevole o ritenuto addirittura colluso con oscuri interessi.

La dilagante corruzione ovviamente facilita enormemente questa convinzione nella mentalità generale. Se si innesca questo circolo vizioso, crediamo ci siano poche possibilità di uscirne, facendo trionfare il metodo galileiano.

Ogni occasione persa, in questo senso, è un ulteriore colpo alla credibilità delle Agenzie, in particolare se si aggiunge il fatto che i decisori politici, oggi più che mai, tendono a porsi essi stessi come terzi nel processo decisionale (e questo sarebbe anche giusto, se non lo facessero per evitare di seguire il main stream del pensiero scientifico o, peggio, solamente per acquiescenza, finendo per assecondare le false credenze popolari). Talmente terzi da lasciare le Agenzie sole a fronteggiare le bufale più invereconde, con grande depressione degli operatori, che si vedono spesso sconfessati e irrisi (o peggio).

Il pensiero è quindi da rivolgere anche agli amministratori, che dovrebbero essere richiamati al rispetto di alcune regolette base, quali, ad esempio: essere i primi a sostenere le loro stesse strutture di consulenza tecnico-scientifica; ad essere i primi a porre certi problemi alla popolazione, prima che si formino gruppi di interesse, o che procedure di valutazione di interventi territoriali si spingano oltre i preliminari amministrativi e che quindi qualcuno possa immaginare l'esistenza di accordi o intese innominabili o scelte preconfezionate.

Allo stesso modo, la trasparenza, in certe situazioni di malessere diffuso, deve essere affrontata fin dal sorgere, senza timore, diffondendo dati e conoscenze (anche sgradevoli) sullo stato dell'ambiente e della salute. In questo modo le Agenzie e le amministrazioni possono tenere in mano il gioco, naturalmente offrendo soluzioni o almeno gestendo il problema nel medio e lungo periodo, facendosi alleate le popolazioni e non contrapponendosi ad esse o andando al traino, ma sostenendo innanzitutto la correttezza delle tesi scientifiche a supporto delle soluzioni proposte.

I comunicatori devono essere, in questo come negli altri casi citati da Ferraris, gli strumenti principali di tramite con le popolazioni, avendo, a monte, una solida base “politica” ed un retroterra tecnico-scientifico, su cui operare. La loro posizione è certamente difficile e delicata e forse non solo a loro deve essere lasciato tale compito, ma a figure che nel nostro paese non sono comuni, quale quella del facilitatore, che, usando le tecniche disponibili (ad esempio offerte dalla psicologia e dalla gestione dei gruppi) riescano ad instaurare quel dialogo attivo a cui si riferisce Ferraris.

Comprendiamo Ferraris quando afferma l'esigenza di avere a disposizione i dati non solo in forma semplice e disaggregata, ma in modo tale da poter essere facilmente disponibili per tutte le esigenze, per facilitare confronti e una migliore comunicazione, altrimenti improponibile, coi comuni tempi giornalistici.

Notiamo che questo presuppone un enorme lavoro da parte del personale addetto alla elaborazione, poiché le esigenze sono estremamente differenziate, spesso diverse da caso a caso e difficilmente preordinabili, proprio come è negli esempi portati, ciascuno dei quali necessita di un lavoro di diverse ore o giorni e quindi con costi conseguenti. Sarebbe utile, a questo proposito, predefinire almeno un set di elaborazioni tipo, derivanti dalle FAQ (Frequently Asked Questions), che solamente chi si occupa di comunicazione può formulare. Una volta creato un programma base con output ad ampio spettro, esso può essere utilizzato ed aperto agli addetti.

Con stima, cordiali saluti"

Adriano Zavatti


Organizzazione con sistema di gestione certificato e laboratori accreditati
Maggiori informazioni all'indirizzo www.arpat.toscana.it/qualita




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