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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
n. 192 - Martedì 15 Novembre 2016

L'informazione scientifica delle Agenzie ambientali


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Intervista a Sergio Ferraris, giornalista professionista che scrive di scienza e tecnologia, in relazione ai problemi ecologici e sociali

Continuiamo le interviste progressivamente realizzate a soggetti esterni (esponenti di associazioni ambientaliste, giornalisti, professionisti della comunicazione, esperti delle tematiche della trasparenza) e ai direttori e commissari delle agenzie di protezione ambientale italiane.

Sergio Ferraris si occupa di questioni energetiche, con particolare attenzione alle rinnovabili, al clima, alla ricerca nel settore delle energie verdi e alle problematiche legate a nucleare e alle fonti fossili. È direttore responsabile della rivista e del portale QualEnergia e collaboratore, per le questioni energetiche, del mensile La Nuova Ecologia. Cura la sezione sulle rinnovabili e il clima della rivista Tekneco e collabora con la rivista Materia Rinnovabile, occupandosi dei processi industriali legati all'economia circolare. È stato autore di oltre cinquanta documentari di carattere scientifico e ambientale, per il canale di Rai Educational Explora la Tv delle Scienze.


Le agenzie ambientali sono enti tecnico-scientifici che devono essere “terzi” rispetto a tutti i diversi soggetti. Quando si esprimono in modo non gradito da qualche “attore”, sono però spesso contestate e anche i dati più scientificamente fondati, come i risultati di un’analisi di laboratorio, sono messi in discussione. Come è possibile far fronte a questa situazione?

Si tratta di un problema molto serio che coinvolge il ruolo della scienza e quello dell'informazione scientifica. Oggi si mettono in dubbio questioni scientifiche consolidate, come i vaccini, sia per una sfiducia di fondo da parte delle persone verso scienziati e giornalisti, sia perché c'è stata una mancanza d'informazione da parte degli operatori circa la validità del metodo scientifico. Le persone, i cittadini, non sono in grado di distinguere tra buona e cattiva informazione sui fenomeni scientifici, anche perché non sono mai stati dati loro degli strumenti utili per distinguere tra realtà scientifiche consolidate e coerenti e le cialtronerie. Specialmente in Italia. Contenuti di spiegazione circa i metodi, per esempio la peer review e position paper, non sono utilizzati da chi è fonte dell'informazione scientifica e quindi i giornalisti non sanno nemmeno come interpretare i dati. Ciò con l'avvento dei social network crea cortocircuiti micidiali, dove basta un post articolato e convincente per "smontare" ricerche serie. Oggi chi è fonte d'informazione, di qualsiasi tipo, su welfare, ambiente, o economia, ha il dovere di confezionare una "cassetta degli attrezzi" che consenta ai giornalisti prima di tutto e ai cittadini in ultima analisi d'avere gli strumenti per affrontare problemi che sono sempre più complessi. E bisogna essere semplici e non semplicistici (che non sono sinonimi) abbandonando la gergalità che ancora potremmo possedere.

Diverse agenzie producono e diffondono notizie ambientali, non solo sulle attività da loro svolte. Ha qualche suggerimento da dare ai comunicatori che operano in tale ambito?

Inserire sempre questa informazione in contesti che siano ampi, ma allo stesso tempo vicini ai cittadini. Alle loro esperienze personali. Faccio un esempio: i cambiamenti climatici devono essere comunicati con i dati sulla temperatura e sulla CO2, ma poi deve esserci l'aggancio con gli aspetti locali, che in Italia non mancano. Così come con i terremoti che devono essere spiegati nel dettaglio, con un'informazione che contenga anche questioni relative agli edifici, alla connessione con il dissesto idrogeologico e così via. Insomma bisogna occuparsi delle tematiche a 360 gradi e organizzarsi di conseguenza. E il Web aiuta in questo. In una news ci può essere un link oppure un video che aiutano la comprensione generale dei fenomeni. Infine per quanto riguarda i social bisogna capire che le persone che si aggregano attorno a una pagina, a un account o a un gruppo non possono essere trattate alla stregua di passanti a cui si dà un volantino, ma tendono a formare delle comunità d'interesse che si aspettano di essere accolte in un luogo, virtuale, e che hanno bisogni che vanno oltre la comunicazione dell'ente stesso. In questa chiave diventa fondamentale soddisfare questi bisogni, al di là del fatto che si sia la fonte o meno dell'informazione. Per cui ai comunicatori che lavorano in questo ambito suggerisco di leggere le esigenze e di soddisfarle, perché in questa maniera saranno più ascoltati, guadagneranno autorevolezza e avranno maggiori potenzialità di comunicazione in futuro. I cittadini se sono ascoltati ascoltano a loro volta. Internet crea e valorizza di per sé l'informazione bidirezionale, mentre noi - vale anche per i giornalisti - siamo abituati a quella monodirezionale. Le ARPA poi hanno necessità di sviluppare questa bidirezionalità affinché i cittadini diventino le fonti primarie di alcuni fenomeni sul territorio.

Le agenzie ambientali sono enti tecnici, i temi da loro trattati hanno una complessità non facile da rendere comprensibile per tutti. Quali suggerimenti per i comunicatori delle agenzie?

Testate l'informazione, sempre e continuamente; create pagine che consentano e facilitino i commenti, usate i social verificando i commenti, somministrate test, anche semplici, durante le occasioni d'informazione come conferenze stampa, convegni e workshop. Poi identificate gli stakeholder sui vostri territori - comitati di base, di quartiere, associazioni, partiti, sindacati, istituzioni - e organizzate dei tavoli di lavoro e informazione sui problemi che analizzate. Ma che non siano solo dibattiti. Devono sedimentare cultura informativa, creare nuovi formati e ogni caso di successo deve essere narrato, descritto e reso pubblico affinché cresca la cultura ambientale sul territorio. È un lavoro difficile e lungo ma che se fatto con costanza, e le agenzie ambientali possono farlo, crea dei risultati duraturi e visibili.

Le agenzie ambientali fra i loro compiti istituzionali hanno quello di raccogliere, organizzare e diffondere i dati ambientali; che impressione ha della situazione esistente in tal senso e cosa dovrebbero fare le agenzie?

Sarò franco. L'impressione è quella dell'ordine sparso. I dati, per esempio, non sono omogenei, nella loro fruibilità. Se io giornalista romano mi trovo per esigenze professionali ad affrontare il caso Ilva non è possibile che mi trovi di fronte a sistemi diversi, quando parliamo, magari, della stessa cosa, ossia della qualità dell'aria. Oppure che non sia possibile avere medie aggregate direttamente dai siti, ma solo estrapolando dati grezzi, per poi elaborarli. Per esempio potrebbero servirmi i dati di una tale centralina di monitoraggio della qualità dell'aria, perché è vicina a una scuola, e vorrei avere la media delle polveri non mensile e nemmeno annuale, ma sulla base dell'anno scolastico perché voglio mettere in un mio articolo le quantità medie a cui sono esposti i bimbi. Con i tempi giornalistici una tale elaborazione attraverso un foglio di calcolo non è possibile. Dovrebbe essere creata una maschera flessibile che consenta d'estrarre i dati a seconda delle esigenze più diverse, così come si dovrebbe lavorare affinché siano omogeneizzati i dati e la loro estrazione. Oggi se voglio confrontare i dati tra due quartieri o due città diventa un lavoro complicato che non si può fare con i tempi del giornalismo.

Come giornalista esperto di comunicazione, ed anche come cittadino, cosa si aspetterebbe dall’attività di comunicazione e informazione di un’agenzia ambientale?

Che si possano usare i dati in maniera semplice. E si potrebbe fare anche di più. Pensate che potenzialità potrebbe avere un'infografica dinamica, come hanno già fatto alcune agenzie, che però è pensata in termini giornalistici e che si collega direttamente alle notizie di cronaca pubblicate sul giornale stesso. Con pochi colpi di mouse il cittadino potrebbe verificare che un aumento dell'inquinamento dell'aria c'è stato, magari, durante un evento, un avvenimento e potrebbe, se gli si offrono soluzioni pratiche e coerenti, modificare il proprio comportamento nelle occasioni successive. La fonte sarebbero le agenzie, i tramiti i media e i destinatari i cittadini, in una catena informativa basata sulla fiducia. Il tutto alimentato dal fatto che i dati arrivano in automatico, secondo un flusso scientifico, sul quale non ci sono interventi "politici". Insomma innescare processi che dai dati portino ad una maggiore consapevolezza circa gli effetti dei comportamenti di tutti noi, consolidati da una sempre maggiore fiducia, sarà la chiave per rafforzare la difesa dell'ambiente - e della salute non scordiamocelo - facendo del bene anche alla democrazia. Perché fiducia, consapevolezza e partecipazione - specialmente dal basso - sono, in fondo, gli ingredienti della democrazia. Questione che oggi si gioca anche sul fronte ambientale.


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