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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
n. 126 - Mercoledì 29 giugno 2016

Le contestazioni ambientali in Toscana


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Intervista ad Antonio Floridia: non basta "comunicare" ai cittadini quanto si è deciso, ma occorre anche saper costruire quella scelta, discutendone le ragioni, vagliando e indagando pubblicamente sulle possibili alternative

In questo numero rivolgiamo qualche domanda ad Antonio Floridia, dal 2005 dirigente della Regione Toscana, responsabile dell'Ufficio e dell'Osservatorio elettorale e del Settore “politiche per la partecipazione”. Il contributo si aggiunge alle interviste precedentemente realizzate in tema di conflitti ambientali e processi partecipativi

Sempre di più si verificano conflitti ambientali in relazione alla realizzazione di nuovi impianti e/o infrastrutture di mobilità. Situazioni analoghe si hanno anche per situazioni già esistenti. Secondo lei come mai questi fenomeni sono sempre maggiormente diffusi nel nostro Paese, ma anche nella nostra regione?
In realtà, i conflitti ambientali non sono un'"esclusiva" italiana, o toscana: da alcuni decenni, specie negli Stati Uniti, sono al centro di una riflessione teorica e metodologica di grande rilievo. Già negli anni Ottanta, ad esempio, ad Harvard o al MIT sono stati elaborati modelli di risoluzione consensuale dei conflitti che prevedono una fondamentale dimensione partecipativa e cooperativa (il cosiddetto Consensus Building o i metodi dell'Alternative Dispute Resolution). O, per fare un altro esempio, risale al 1995 la prima legge francese che istituiva il Dèbat Public sulle grandi opere infrastrutturali: e all'origine di questa legge vi era appunto la consapevolezza che occorreva individuare nuovi strumenti per prevenire, o comunque gestire positivamente, i conflitti ambientali e territoriali.

Capire perché questo profilo conflittuale sia particolarmente forte sulle questioni ambientali implicherebbe un'analisi delle intere trasformazioni economiche, sociali e culturali del nostro tempo. Possiamo limitarci a dire, usando la formula di Ulrich Beck, che siamo entrati in quella che egli chiamava la Risikogesellschaft, la “società del rischio”, e quindi l'incertezza è un fattore cruciale che accompagna tutte le decisioni politiche, anche quelle relative alle politiche ambientali. E poi c'è una crisi di legittimazione delle istituzioni democratiche, ma c'è anche una crisi di legittimazione dei saperi tecnico-scientifici: non basta appellarsi a questi saperi per convincere coloro che sono toccati da una decisione politica. Occorre saper costruire il consenso, guadagnarselo faticosamente. E invece, spesso, la politica si illude di essere “decisionista”, vuole “tagliare corto”, - oppure si pensa di rinverdire quello che già Platone chiamava “il governo dei custodi”, i portatori di un sapere specialistico che non può che risultare estraneo ai “profani”.

Ma sia il decisionismo che la tecnocrazia sono risposte fallimentari, nei fatti. Ed è per questo che stanno maturando e diffondendosi, in modo ancora parziale, altri modelli di governance: una governance collaborativa, che si ispiri ai principi della democrazia deliberativa, una delle correnti più feconde e promettenti del pensiero democratico contemporaneo.

Bisogna subito intendersi sulle parole: “deliberazione” non vuol dire, come comunemente si intende, “decisione”, ma indica la fase della discussione che precede la decisione, il momento in cui si soppesano i pro e i contro, si esprimono e si valutano i propri e gli altrui argomenti, si chiariscono meglio i termini del problema e del possibile conflitto, si ricercano soluzioni condivise o reciprocamente accettabili. Ispirarsi a questa visione della democrazia nella costruzione delle politiche pubbliche significa molte cose, ma una soprattutto: essere consapevoli che nemmeno il più illuminato policy-maker, e nemmeno il migliore staff di esperti, può presumere di poter racchiudere nella propria visione strategica tutte le infinite variabili che oggi concorrono a definire una decisione pubblica, dalla più complessa a quella apparentemente più semplice.

Non esiste una razionalità onnicomprensiva del policy maker, in grado di padroneggiare tutte le conoscenze e le esperienze necessarie a prendere una buona decisione: viviamo, appunto, in un mondo in cui domina una radicale incertezza strategica. E poi, in tanti campi, è la stessa produzione di politiche pubbliche, la loro stessa efficacia, che presuppone e implica la compartecipazione attiva dei possibili destinatari di quelle politiche, sia nella fase della loro elaborazione che in quella della loro implementazione.

Una “buona” decisione, e soprattutto una decisione “legittima”, non è tale solo perché assunta da un’istituzione deputata ad assumerla: deve essere anche una decisione che viene “sentita” e vissuta come tale, compresa e accettata, da coloro che da essa sono toccati. Molto semplicemente, occorre ricordare qualcosa che, spesso, gli odierni policy-makers sembrano aver scordato: che non basta “comunicare” ai cittadini quanto si è deciso, ma occorre anche saper costruire quella scelta, discutendone le ragioni, vagliando e indagando pubblicamente sulle possibili alternative.

I cittadini, mettiamo, non vogliono un termovalorizzatore: che si fa? “aboliamo” i cittadini? sottraiamo ogni decisione scomoda alle procedure democratiche? deleghiamo tutto ai “tecnici”? o, piuttosto, non troviamo il modo di discutere con quei cittadini, cerchiamo di coinvolgerli in qualche modo nella decisione, provando a convincerli e a persuaderli? Pensiamo che si possa rispondere con l’accentramento del comando, con un leaderismo sempre più personalizzato e invadente?

Ha avuto modo di visionare il report che come ARPATnews abbiamo redatto nel 2014 per censire i conflitti ambientali verificatisi nella nostra Regione? Cosa ne pensa, alla luce anche del lavoro da lei seguito da sempre sui temi della partecipazione?
Si può ben capire perché la Toscana sia una terra particolarmente “fertile” nel produrre conflitti ambientali: e non serve il ricorso al luogo comune per cui i toscani sarebbero di per sé caratterialmente litigiosi...No, le radici sono altre: da una parte, la Toscana è una terra con un'antica e radicata cultura civica, con una propensione associativa e partecipativa che ha pochi esempi in Italia. Questo significa, semplicemente, che quando sorge un problema collettivo, la gente - spontaneamente, come risposta quasi “istintiva”, pensa di poterlo affrontare associandosi, organizzandosi, partecipando.

Dall' altra parte, la Toscana è una regione in cui la percezione del valore ambientale del territorio fa parte, per così dire, del senso comune: il paesaggio, l'ambiente, i beni culturali, sono percepiti come “beni comuni”. Credo che sia questo il dato prevalente: il che non esclude che vi possano anche essere fenomeni conflittuali di altra origine, di tipo localistico e particolaristico, o legati alla difesa di posizione di rendita. Credo che, per la Toscana, sia molto utile il ricorso ad un concetto che, molti anni fa, propose un economista, Fred Hirsch: il concetto di “bene posizionale”, un bene il cui valore è garantito dal fatto che siano, e rimangono pochi, quelli che possono accedervi.


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