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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
n. 213 - Venerdì 16 ottobre 2015

Utilizzo agronomico del digestato


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Numerosi gli esposti che giungono ad ARPAT e che hanno come causa i cattivi odori provenienti da questa attività

Negli impianti di digestione anaerobica le biomasse in ingresso sono degradate per via biologica per la produzione da una parte di biogas (il prodotto principale) e dall'altra di digestato (o biodigesto), un residuo solido-liquido - contenente un carico azotato non trascurabile - la cui composizione varia in funzione di numerosi parametri, tra cui: la tipologia di biomasse in entrata al processo di digestione, la classificazione (agricola o meno) dell’attività di valorizzazione energetica delle biomasse e le sue modalità di trattamento in uscita dall’impianto di digestione.

Al termine del processo di digestione, il digestato può essere sottoposto ad un'operazione di disidratazione che porta alla formazione di una frazione solida e di una liquida, con diverse caratteristiche:

  • la frazione liquida contiene elementi nutritivi nelle stesse quantità presenti nelle biomasse in entrata ma in forma più facilmente assimilabile; è caratterizzata da un certo carico organico e da un contenuto elevato di ammoniaca che richiede un trattamento di nitrificazione-denitrificazione prima di un eventuale scarico in acque superficiali;
  • la frazione solida, nella quale si concentra la sostanza organica non digerita, può essere avviata a compostaggio in sito oppure utilizzata in agricoltura come effluente zootecnico (come vedremo meglio in seguito).

A livello normativo l’inquadramento del digestato non risulta ancora sufficientemente chiaro: la Legge 134/2012 (di conversione del DL 83/2012) equipara infatti il digestato ai concimi di origine chimica per quanto riguarda i suoi effetti fertilizzanti e l’efficienza d’uso, definendolo pertanto come sottoprodotto di cui all’art. 184-bis del DLgs 152/06 (art. 52, comma 2 bis); allo stesso tempo, però, il digestato non era previsto dal Dlgs 75/2010 tra le varie categorie di prodotti fertilizzanti e non è nemmeno compreso nel Regolamento 46/R/2008 che tratta le utilizzazioni agronomiche di vari tipi di effluenti.

Nel mese di maggio di quest’anno è però intervenuta una norma a disciplinare in materia di fertilizzanti: il Decreto del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali del 26 maggio 2015 ha infatti inserito tra i fertilizzanti il “Digestato vegetale essiccato”, derivante cioè dall’essiccazione del digestato ottenuto dalla conversione in biogas di colture dedicate, residui colturali, sottoprodotti vegetali agroindustriali.

Risulta invece ancora nebulosa la classificazione normativa della frazione liquida del digestato. E’ evidente quindi che non sono ancora disponibili tutti i riferimenti normativi sulla base dei quali poter valutare la conformità dell'utilizzo del digestato, in particolare della frazione liquida, a fini agronomici.

La pratica di utilizzo agronomico del digestato
Allo stato attuale alcuni produttori, in carenza di indicazioni normative precise, trattano l’utilizzazione agronomica del digestato come quella delle acque di vegetazione e delle sanse umide provenienti da frantoi oleari o dei reflui di allevamento, ai sensi del succitato Regolamento 46/R/2008 e s.m.i. Pertanto, in base a tale interpretazione, provvedono a trasmettere le relative comunicazioni ai Comuni nel cui territorio ricadono le utilizzazioni agronomiche.

La ditta che intende avviare una pratica di utilizzo agronomico deve infatti presentare un piano di utilizzazione agronomica (d’ora in avanti PUA) al Comune in cui sono ubicati i terreni da utilizzare per la pratica agronomica ed in cui sono indicate, oltre alle modalità di spandimento, anche le particelle di terreno di proprietà o in affitto che si intende utilizzare per la concimazione. Il PUA deve essere presentato almeno 30 giorni prima rispetto a quanto si intenda praticare lo spandimento.

Il PUA è volto a definire il fabbisogno di azoto e a giustificare, per un periodo di durata non superiore a cinque anni, le pratiche di fertilizzazione adottate; in pratica è lo strumento di calcolo della quantità di azoto da distribuire con la concimazione organica e minerale.

Le operazioni di spandimento agronomico devono avvenire seguendo le norme tecniche di buona pratica agricola di cui al DM 19/04/1999 e la quantità massima di digestato da utilizzare a scopo agronomico, desumibile dalla quantità di azoto presente nello stesso, non deve superare i 340 Kg/ha/anno, quantità che si dimezza se l'utilizzo riguarda aree inserite tra quelle vulnerabili ai nitrati.

Cosa fa ARPAT?
In fase di controllo, ARPAT verifica in primo luogo la pratica dello spandimento, andando ad accertare il rispetto delle congrue distanze dai reticoli idrici circostanti, dalle strade interne, dalle abitazioni vicine, al fine di evitare sversamenti di digestato sui corsi d'acqua, sulle strade ed esalazioni odorigene indesiderate; inoltre, verifica una serie di aspetti quali le fasi di trasporto del digestato, i sistemi di spandimento utilizzati e le relative tecniche utilizzate e il PUA.

Spesso i controlli di ARPAT su questo fronte sono attivati dagli esposti che lamentano cattivi odori e dilavamento del digestato. In molti casi i disagi sono provocati proprio dall’inosservanza della buona pratica nello spandimento del digestato. Secondo diversi studi in materia, infatti, lo spandimento del digestato presenta delle criticità legate alle emissioni di ammoniaca in atmosfera, qualora lo spandimento non sia effettuato con le migliori tecniche disponibili, ed alla perdita di nitrati nelle acque di falda, qualora si ecceda negli apporti e si applichi in periodi non opportuni.

A questo proposito oggi giorno sono disponibili e si stanno sempre più diffondendo alcuni sistemi di spandimento che permettono di interrare il digestato subito ad una profondità di 5/10 cm, evitando il contatto con l’aria e contenendo in tal modo le possibili emissioni odorigene.

Per prevenire situazioni moleste per i residenti, è inoltre possibile intervenire individuando (da parte della pubblica amministrazione) criteri di divieto delle operazioni di spandimento: ricordiamo a tal proposito la recente sentenza del Consiglio di Stato, in materia di spandimento fanghi di depurazione, che ha dichiarato legittimo stabilire, da parte del Comune, le zone in cui è consentita tale attività e dove invece è vietata.


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Maggiori informazioni all'indirizzo www.arpat.toscana.it/qualita




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