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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
n. 033 - Martedì 17 Febbraio 2015

La Commissione d'inchiesta parlamentare sui rifiuti


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L’intervista di Ecoscienza al suo nuovo presidente

Riproponiamo, l’intervista pubblicata da Ecoscienza, periodico di ARPA Emilia Romagna, al presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, On. Alessandro Bratti, che in passato (dal 2006 al 2008) è stato anche Direttore Generale di ARPA Emilia Romagna. L’intervista è stata curata da Giancarlo Naldi, direttore responsabile di Ecoscienza.


Innanzitutto complimenti per la nomina a presidente della commissione. Considerato il fatto che ne è stato membro per l’intera scorsa legislatura, quali impressioni sul lavoro che sta avviando come presidente?

Le commissioni bicamerali d’inchiesta vengono istituite con una legge specifica, nel corso di ogni legislatura, che ne precisa i compiti. Nel nostro caso la particolarità in più sta nel fatto che non si indaga su un fatto specifico ma su un fenomeno.

on. Alessandro BrattiPer questo nel nostro caso, così come per l’antimafia, a ogni legislatura vengono ricostituite le commissioni, perché purtroppo il fenomeno è ancora presente. La legge istitutiva di questa legislatura, rispetto alle altre, ha esteso l’ambito d’indagine oltre l’illecito rifiuti allargando l’indagine alla depurazione delle acque e l’impiantistica collegata.

Abbiamo già stilato un calendario di lavori, che ci terrà abbastanza occupati, con un approfondimento sulle regioni Veneto e Liguria che prima non erano state interessate dalla nostra attività e un aggiornamento sulla Campania e sul Lazio. Queste sono le prime attività già in calendario.

Il Veneto presenta delle specificità e un sistema complesso di indagini recenti sui rifiuti speciali e su quelli urbani, dunque è opportuno un approfondimento da parte della commissione.

La regione Liguria presenta delle problematiche riguardo la gestione dei rifiuti urbani e le discariche che sono state messe sotto sequestro dalla Procura. È quanto mai necessario verificare eventuali presenze della malavita organizzata.
 

Quali sono le priorità che vi siete dati?

I temi che affronteremo riguardano le bonifiche con un aggiornamento sui 57 siti di interesse nazionale (SIN), il traffico transfrontaliero dei rifiuti, il mercato del recupero e del riciclo all’interno del quale ci sono anomalie. Non ci occupiamo solo di illeciti ambientali, ma anche di illeciti amministrativi collegati alla gestione dei rifiuti; lavoreremo anche sul tema dei rifiuti radioattivi.
 

I fenomeni su cui indagate riguardano quindi rifiuti urbani e speciali, depurazione/ ciclo delle acque, bonifica siti inquinati di interesse nazionale, rifiuti radioattivi. La vostra attività segue sempre l’apertura di un’indagine da parte della Magistratura, oppure a volte parte indipendentemente?

Abbiamo impostato l’attività per 7-8 mesi sulle priorità presenti e ci siamo tenuti una certa libertà su casistiche particolari. Dopodiché non escludiamo di fare delle indagini specifiche nostre. Non necessariamente dobbiamo accodarci a quello che capita in relazione alle indagini aperte dalle Procure.
 

E su fatti eclatanti come la terra dei fuochi?

L’aggiornamento in Campania sarà fatto su diverse questioni. Una è questa e l’altra è la verifica di eventuali collusioni tra la politica e le società che gestivano i rifiuti, perché ci sono processi importanti in corso che coinvolgono privati ed esponenti pubblici con responsabilità molto diverse. Sono tutti accertamenti che necessitano di attenzione. Su Ilva e golfo di Taranto faremo un focus specifico in quanto nell’area insiste un sito di interesse nazionale per quanto riguarda la bonifica, ci sono delle discariche di rifiuti pericolosi che sono state oggetto di sequestro da parte della magistratura e si apre il tema sul come vengono trattati i rifiuti industriali. C’e anche un tema di bonifica all’esterno dell’Ilva che e altrettanto grave rispetto a quello all’interno dello stabilimento. C’e poi un vecchio deposito di rifiuti nucleari che va regolamentato. Sono tutte materie che riguardano il lavoro della commissione.
 

copertina EcoscienzaIn qualche modo il sistema di controllo ambientale interagisce con il vostro lavoro; che rapporto vuole istituire con il sistema delle agenzie ambientali? C’è possibilità di interazione?

Sono auspicabili diverse tipologie di interazione. Nel gruppo dei nostri consulenti, alcuni a tempo parziale e altri a tempo pieno, ci sono diversi esperti che lavorano in agenzie ambientali, come la stessa Arpa Emilia-Romagna, perché c’è un’esigenza di supporto diretto e di know how. Ci stiamo attivando anche con Ispra per iniziare collaborazioni sul tema della bonifica dei rifiuti. C’è un rapporto diretto con questo personale per le conoscenze che servono e in più è evidente che in tutte le nostre indagini la voce delle agenzie è fondamentale.
 

Il vostro lavoro è fondato sul presupposto della esistenza del reato ambientale, almeno come ipotesi; com’è il rapporto con la Magistratura e con i diversi corpi di Polizia dello Stato?

Abbiamo anche con loro una interlocuzione intensa e con aspetti diversi, lo stesso corpo tecnico della commissione è composto da magistrati a tempo parziale o a tempo pieno, più una serie di ufficiali di collegamento delle varie forze di Polizia. Abbiamo un nucleo che lavora con gli stessi poteri della Magistratura, a esclusione dell’arresto. Cerchiamo sempre di lavorare in collaborazione con le Procure e non in competizione e ci aspettiamo sempre dalle forze di Polizia un contributo fattivo. Corpi specializzati, quali i Noe e il Corpo forestale, sono interlocutori assolutamente privilegiati ma, per come il fenomeno si sta evolvendo, non c’è dubbio che la Guardia di Finanza diventerà un interlocutore sempre più importante. Il tema dei rifiuti interessa l’organizzazione malavitosa per il business che rende possibile e per il fatto che, con l’attuale normativa, si rischia poco. Gli operatori lo sanno, soprattutto i meno ligi alle regole, e di conseguenza la delinquenzialità è molto elevata. Oggi abbiamo un unico reato ambientale classificato comme “delitto” che ha una valenza importante e riguarda il traffico organizzato dei rifiuti (art. 260 del codice dell’ambiente, Dlgs 152/2006); rafforzare questo impianto punitivo è importante per debellare certi fenomeni. Bisogna stare attenti perché nella costruzione legislativa abbiamo previsto che queste tipologie vadano gestite non dalle Procure territoriali, ma dalla Procura distrettuale antimafia. I delitti di questo genere, ad esempio il traffico illecito dei rifiuti, sono sicuramente molto spesso delitti commessi in attività malavitose organizzate, non necessariamente di stampo mafioso, anzi nella maggioranza dei casi non lo sono. Si tratta spesso di organizzazioni criminali costituite da funzionari pubblici, imprese compiacenti, tecnici di laboratorio, ufficiali di polizia giudiziaria, figure molto diverse che stanno insieme per il guadagno facile e di grande entità. Il più delle volte non si tratta di camorra, andrangheta, mafia o sacra corona unita. Il fatto che questi reati vadano a finire sotto l’egida della Procura distrettuale antimafia – visto che i tempi della prescrizione sono molto brevi e le prove tecniche sono basilari per questo tipo di indagine – porta al rischio di un rallentamento delle attività e al rischio gravissimo che tutto vada in prescrizione.
 

Sotto la vostra lente d’ingrandimento quindi ci sono la finanza e la corruzione?

Sì. Come era già stato segnalato il reato ambientale è spesso associato al reato di corruzione della pubblica amministrazione. La corruzione porta a una malagestione dei servizi con danni ambientali; se in una discarica che può contenere un milione di tonnellate di rifiuti se ne mettono tre milioni di tonnellate, i problemi ambientali sono evidenti.
 

Tornando alla necessità di utilizzare magistrati e corpi di Polizia, sarebbe opportuno un adeguamento e una riorganizzazione di questi organismi, oppure il quadro è già soddisfacente?

C’è una discussione sull’accorpamento dei corpi di Polizia, tipo la questione della guardia forestale che dovrebbe essere assorbita dalla Polizia di Stato. Non dico che non sia necessario fare accorpamenti, l’importante è salvaguardare le professionalità. Il Corpo forestale è diventato il corpo principale che fa controllo del territorio. C’è la necessità di coordinare meglio i controlli, ci sono molti organismi che controllano, ma non lo fanno in maniera adeguata, coordinata. Bisogna evitare di colpire l’artigiano che sbaglia nel compilare un modulo, quando non si colpisce con la dovuta sistematicità lo sversamento dei rifiuti tossici nei fiumi. C’è anche un problema di carattere legislativo; bisogna semplificare le norme, perché spesso norme complicate penalizzano di più chi le regole le rispetta. Serve una legislazione più snella, più chiara, che punisca severamente i reati ambientali e depenalizzi i reati che non hanno un impatto ambientale significativo. Le strutture e il personale per il controllo ci sono, ma bisogna farle funzionare meglio; le leggi ci sono, ma occorre semplificarle, ed è necessario fare più controlli ex post snellendo la burocrazia a monte. Occorre anche inserire nel quadro un altro tassello nel quale la politica è un po’ timida: dare maggiore indipendenza agli organi tecnici; quindi occorre che la riforma delle agenzie ambientali porti a una maggiore indipendenza delle stesse rispetto al ministero dell’Ambiente e alle Regioni.
 

Con il vostro lavoro andate anche a interessare il sistema delle autonomie locali. C’è collaborazione da parte loro?

Assolutamente sì. La situazione è la più disparata e a fronte di amministratori bravissimi – che cercano di risolvere i problemi – ci sono anche quelli collusi e corrotti ma, fortunatamente, sono una minoranza.
 

Io mi riferivo a un sindaco o a un presidente di Provincia che lavora onestamente, senza comportamenti delittuosi; in questo caso c’è la volontà di collaborare con la commissione?

 È chiaro che non fa piacere quando arriva una commissione di inchiesta sul proprio territorio, ma la collaborazione c’è; a volte il nostro intervento è richiesto dallo stesso ente locale per mettere in risalto alcune problematiche che hanno ereditato dal passato. A volte piccoli Comuni si trovano a dover affrontare bonifiche per miliardi di euro a causa di precedenti cattive gestioni e i problemi sono enormi, da una parte la situazione compromessa, dall’altra i vincoli paralizzanti del patto di stabilità. Ci sono sindaci che hanno un sito inquinato, hanno i soldi per bonificarlo e non possono farlo perché sono vincolati a non spendere i propri soldi, poi però sono responsabili penalmente della non bonifica. Ciò è assurdo: se il sindaco non interviene la magistratura lo persegue per la mancata bonifica, se interviene viene perseguito perché sfora il patto di stabilità. Lo svincolo del patto di stabilità per risanare i siti contaminati è un tema sul tavolo politico che riguarda il sistema delle autonomie e l’intero paese.


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