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ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali
n. 233 - Martedì 12 Novembre 2013

WWF: Quanta natura sprechiamo? Le pressioni ambientali degli sprechi alimentari in Italia


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Con il cibo buttato vengono sprecati anche la terra, l’acqua, i fertilizzanti, senza contare le emissioni di gas serra

L'indagine del WWF realizzata da GfK Eurisko con la collaborazione di Auchan e Simply punta l'attenzione sul cibo buttato che comporta spreco di terra, acqua, fertilizzanti, senza contare le emissioni di gas serra.

Il rapporto del WWF predisposto anche con la collaborazione scientifica della Seconda Università di Napoli, intende quindi esplorare le dimensioni ambientali degli sprechi alimentari. La pressione che la frazione di cibo sprecato ha generato sull’ambiente viene valutata in base a tre indicatori: la quantità di gas serra (GHG) emessa lungo la filiera fino ala distribuzione, la quantità di acqua consumata nei processi di coltivazione e allevamento e nella fase industriale ed infine la quantità di azoto reattivo immessa in ambiente nella fase di coltivazione/allevamento.
Per stimare l’impatto ambientale di un alimento è necessario considerare il suo intero ciclo di vita.

Qualsiasi prodotto alimentare che acquistiamo ha infatti già provocato delle alterazioni ambientali. Alcune pressioni ambientali sono inevitabili in quanto necessarie alla produzione stessa sia essa vegetale o animale. E’ possibile però ridurre l’impatto ambientale migliorando la gestione aziendale, ciò significa avvalersi di nuove tecnologie sia di vecchie, ma ancora valide tecniche di coltivazione (come ad esempio la rotazione). Non c’è neppure da sottovalutare la distanza che la merce percorre per raggiungere i centri di distribuzione.

Le nostre esigenze alimentari hanno un costo ambientale, che può variare in base alle abitudini alimentari, se acquistiamo del cibo che poi gettiamo senza utilizzare il costo ambientale sarà altissimo in quanto abbiamo inquinato, sfruttato, alterato invano.

wwf
Per lo più vengono gettati i cereali, che rappresentano circa il 35% in massa del cibo che viene tipicamente sprecato mentre la carne costituisce il 12%, anche se lo spreco di quest’ultima comporta un impatto ambientale, in termini emissivi e di consumo di acqua, maggiore rispetto ad altre tipologie di cibo.

Il cibo inutilizzato o gettato via senza un reale consumo comporta uno spreco di acqua pari a circa 706 milioni di m3 (quantità calcolata in base ai dati del 2012). Di questi circa il 43% è dovuto a spreco di carne, il 34% cereali e derivati (pane, pasta ecc), il 16% frutta e verdura, 3% spreco di tuberi ed il 4% latte e derivati. Ci sono inoltre circa altri 520 milioni di m3 di acqua sprecati associati agli alimenti che si perdono lungo la filiera alimentare , ovvero prodotti che non arrivano alla distribuzione. Volendo fornire un’idea della dimensione dello spreco, la quantità di acqua totale che è andata persa nel 2012 è pari al 2,5% dell’intera potata annua del fiume Po.

Se guardiamo alla quantità di gas ad effetto serra espressa come CO2 equivalente, associata ai beni alimentari sprecati dai consumatori nel nostro paese nel 2012, questa ammonta a circa 14,3 milioni di tonnellate di CO2 mentre quelle associate alle perdite sulla filiera alimentare, dal post raccolto alla distribuzione, sono pari a 10,2 milioni di tonnellate di CO2.

La fase che contribuisce maggiormente alle emissioni è quella della produzione (coltivazione o allevamento) che, nel complesso, rappresenta il 70% delle emissioni di GHG totali. La fase di trasformazione e confezionamento contribuiscono per un 18% e quella di trasporto per un 12%. Nelle ultime due fasi quasi la maggiore parte delle emissioni di GHG è di CO2 derivante dall’uso dei combustibili fossili utilizzati per generare energia di trazione (trasporto) o meccanica ed elettrica. La fase che si svolge in azienda agricola comporta la produzione di taluni gas serra:

  • la produzione di vegetali (cerali, frutta e verdura) da luogo a protossido di azoto,
  • negli allevamenti, invece, si emettono protossido di azoto derivante principalmente dalla coltivazione dei mangimi e metano derivante dalla fermentazione enterica e dalla decomposizione anaerobica del letame.

Il pesce, al contrario, ha valori molto bassi di GHG “sprecati” associati alla fase di produzione, che si riferisce solo alla quantità di pesce prodotto in acquacoltura, dovuti alla creazione di mangimi ed all’uso di materiali ed energia. Al pesce di mare invece si attribuiscono GHG principalmente nella fase di trasporto.

Se guardiamo al terzo parametro ovvero l’azoto, vediamo che questo viene immesso nell’ambiente dalle attività del settore agricolo ed in particolare dall’uso dei fertilizzanti azotati di sintesi e dallo spandimento in campo di reflui zootecnici.

La quantità di azoto reattivo, che è stato immesso inutilmente nell’ambiente nel 2012, è di circa 143.100 t relativamente allo spreco al consumo e 85.800 t quello connesso alle perdite lungo la filiera. Altri composti rilevanti dell’azoto, che sprechiamo e disperdiamo nell’ambiente, sono l’ammoniaca (NH3) e gli ossidi di azoto (NOx), composti gassosi che possono disperdersi nell’ambiente per volatilizzazione e ridepositarsi in terreni, fiumi, laghi anche a molti chilometri di distanza.

Visualizza il report "Quanta  natura sprechiamo"


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